
Le prime piante apparvero sulla Terra circa 450 milioni di anni fa, nell’Ordoviciano, evolvendosi dapprima nell’acqua, dove la prima schiuma algale si formò approssimativamente 1,2 miliardi di anni fa. Le piante, quindi (così come l’acqua e i primi animali con l’esplosione cambriana), sono sul nostro Pianeta da molto prima di noi, dato che la specie Homo Sapiens è apparsa molto dopo, e cioè solo 200.000 anni fa. Un mondo senza piante, che sottraggono anidride carbonica all’atmosfera e producono ossigeno e sono in grado di fissare l’azoto rendendolo disponibile per tutti gli esseri viventi, semplicemente non potrebbe esistere.
Un mondo senza Sapiens plausibilmente sì (e forse sarebbe molto più in salute).
La vita dipende dalle piante
Partendo da questi presupposti è facile intuire che la nostra vita dipende (anche) dal mondo vegetale e che, sebbene facciamo di tutto per ignorarlo, è necessario preservare i polmoni verdi sul Pianeta. E anche pensare, in prospettiva, a stratagemmi per coltivarli altrove. Ovvero sugli altri pianeti. Come e soprattutto perché e con quali intenti (diversi da quelli che si potrebbero pensare a un livello superficiale), ce lo spiega Stefania De Pascale, docente di orticoltura e floricultura presso il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli nel libro Piantare patate su Marte. Il lungo viaggio dell’agricoltura, edito da Aboca.
Le sfide dell’agricoltura spaziale
Pioniera a livello internazionale dell’agricoltura spaziale (nel 2005 iniziò con esperimenti in microgravità sulla germinazione di semi di soia e sulla base delle sue ricerche l’astronauta Paolo Nespoli ha condotto sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) esperimenti pionieristici), De Pascale chiarisce, con rigore scientifico sapientemente smorzato da eccessivi tecnicismi e reso efficace e accessibile a tutti con una buona dose, qua e là, di ironia e gradevolissime citazioni e riferimenti letterari e pop, quali sono le sfide biologiche e tecnologiche che abbiamo di fronte e come si possono superare.
Oltre le utopie muskiane
Ma Piantare patate su Marte, sia chiaro, non è un manuale per distopici ego muskiani votati alla conquista di mondi alieni. Sebbene l’autrice citi, nei capitoli iniziali, l’avventura di SpaceX e la figura di Elon Musk con toni un po’ troppo benevoli, soffermandosi sulla presunta naïveté del tecnocrate sudafricano (ma d’altronde è vero che, nel bene e nel male, Musk ha di fatto rivoluzionato il settore aerospaziale, e, inoltre la docente ha scritto il libro prima delle elezioni americane e dei saluti romani e delle irruzioni politiche dell’imprenditore più distopico della Storia), l’intento non è quello di esaltare e coadiuvare ambizioni colonizzatrici extraterrestri.
Sistema biorigenerativo
Diviso in tre parti, il lavoro di De Pascale è soprattutto un progetto divulgativo che parte illustrando le origini e gli obiettivi di una scienza, quella dell’agricoltura spaziale, che, conosciuta anche come astrobotanica, non è certo una novità ma esiste da più o meno dall’inizio del XX secolo, ossia dalle prime teorie del russo Konstantin Tsiolkovsky e dai successivi esperimenti del suo connazionale Gavriil Adrianovich Tikhov, all’incirca negli anni ‘40 del secolo scorso.
D’altra parte le missioni spaziali, con i lunghi periodi di permanenza su piattaforme orbitanti e in colonie spaziali sulla Luna e su Marte, presuppongono già la capacità di creare un sistema biorigenerativo; quanti sanno che a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (il cui 50% del volume abitabile, altra informazione presente nel libro, è stato realizzato in Italia, a Torino, da Thales Alenia Space), affinché gli astronauti abbiano un’alimentazione equilibrata (nello spazio saremo prevalentemente e necessariamente tutti vegetariani), vengono coltivate e mangiate piante edibili tra cui la lattuga romana?
Spazio ostile
Il viaggio spaziale di Coltivare le patate su Marte vuole sottolineare la relazione necessaria tra l’agricoltura spaziale e quella terrestre, perché se finora la prima ha sostanzialmente attinto da quest’ultima, in futuro avverrà, probabilmente dovrà avvenire, il contrario. Di fronte alla sfida di nutrire una popolazione in rapido aumento, che secondo le previsioni raggiungerà quota 9 miliardi e 700mila entro il 2050, e sotto la scure, ormai sempre più implacabile, dei tuttora sottovalutati e negati stravolgimenti climatici, è facile intuire perché. La soluzione, sottolinea ancora De Pascale, non è certo la corsa (di pochi, straricchi e assetati di potere e novità) alla colonizzazione di terre aliene, magari per ripetere gli stessi catastrofici sbagli compiuti sulla Terra. Lo spazio, e su questo la scienziata è molto chiara, è e resta un ambiente ostile e qualora Marte fosse anche “colonizzato”, non potrebbe mai essere un pianeta B, per dirla con Greta Thunberg.
Radici sulla Terra
È dunque necessario usare al meglio prima di tutto le risorse che il nostro Pianeta offre, e che sono limitate esattamente, in proporzione, come lo sono quelle di una base spaziale o di qualsiasi altro pianeta. È la circolarità la vera soluzione, sulla Terra e ovunque nello spazio: alcune aree di ricerca attive nell’agricoltura spaziale, come la condensazione, il riutilizzo dell’acqua di traspirazione o di reflui umani pretrattati per la nutrizione delle piante, il compostaggio e la degradazione dei rifiuti organici, hanno, spiega De Pascale, «elevate possibilità di ricadute terrestri». È in questa prospettiva che l’autrice lancia in orbita il suo motto personale: «Piante nello Spazio, più spazio alle piante sulla Terra».
Un auspicabile augurio transplanetario



















