
Lo si intuisce subito, posando lo sguardo sulla prima bandella, con la lista di chi troveremo nel romanzo: c’è Ferrara, il Delta e il Delta-Delta, insieme ai vari personaggi che si avvicendano nel racconto, tra cui (anche) il leggendario Homo Bracteautus e H.P. Lovecraft che secondo dicerie sarebbe transitato nella zona. Al centro del romanzo italiano più significativo dell’ultimo anno, Gli uomini pesce di Wu Ming 1, oltre a protagonisti (più o meno) umani, c’è il territorio. E c’è soprattutto il Po. Anzi, Po, così senza articolo, come una persona, come a quanto pare lo chiamano gli abitanti delle zone che attraversa. Zone, come scopriremo, di acqua e terra e di corpi stanchi, malconci, sfiancati dal caldo, dal Covid, da traumi e ferite personali e collettive.
Zone di segreti sepolti in terreni acquitrinosi e nei meandri della Storia, e leggende acquatiche.
Il grande fiume, centro di tutto
Presenza centrale, quella del fiume, anche quando è a secco, come nella torrida estate del 2022, tra le province di Ferrara, Rovigo, Ravenna. «Il giorno prima che seppellissero Ilario presi un autobus e andai a vedere il Po», racconta nelle prime righe Antonia Nevi, io narrante (fatta eccezione per alcune parti), di quasi tutto il romanzo. Il fiume, il territorio: non sfondo della vicenda, ma, caso esemplare di letteratura ambientale contemporanea, protagonisti della narrazione nella rovente prima estate di ripresa post Covid. Si gira ancora con le mascherine e il virus continua a colpire, ma è la siccità stavolta che mette in ginocchio la Val Padana, con le alte temperature che uccidono gli anziani. Tra questi c’è Ilario Nevi, 98 anni, ex partigiano, celebre documentarista, intellettuale e ambientalista ferrarese, stroncato proprio da quella che giornali, web e tv si ostinano a chiamare “ondata di caldo anomalo”. Zio di Antonia, geografa, nipote prediletta, che alla sua morte, in piena calura agostana e con Po che non è mai stato così “basso”, deve fare i conti con un’eredità inaspettata e ingombrante, che la porta a scoprire una serie di segreti incredibili.
La climate fiction secondo Wu Ming 1
Dunque nel bel mezzo della siccità del ’22, con la guerra in Ucraina iniziata da alcuni mesi e la “guerra”, come si ostinano a chiamarla molti giornali, al virus ancora in corso, Wu Ming 1 ci “tuffa” in un territorio particolare, “riemerso”, il suo territorio, quello del Delta e dintorni. Tra terre ambigue, sfuggenti per natura, sotto il livello del mare, paludose, in gran parte bonificate arrogantemente per renderle suolo da coltivare (male e per un’agricoltura di basso livello), con un caldo schiacciante, che toglie il respiro e annebbia la vista, Gli uomini pesce scorre fluviale e impetuoso, ribaltando, o meglio arricchendo, contaminando generi e tempi. L’opera di Wu Ming 1, infatti, non ha nulla di distopico o fantascientifico, e anche le sezioni più oniriche e “ufologiche” (ma non è intenzione di chi scrive spoilerare alcunché) hanno ben poco a che fare con gli scenari catastrofici declinati al futuro caratteristici della climate fiction. Al contrario: la climate fiction qui è il presente narrativo (del 2022, tecnicamente un passato prossimo), che ci parla di un futuro molto prossimo.
Acque inesorabili e corpi feriti
Un futuro in cui, e questo Antonia, da geografa, lo sa (come lo sapeva Ilario, che a suo tempo, negli anni del boom economico divenne ecologista intuendo il disastro imminente, e facendo della battaglia ambientalista un naturale corso della battaglia anti fascista) l’acqua tornerà a riprendere i suoi “luoghi”. Inesorabile, com’è sempre stata, e le alluvioni in Emilia Romagna degli ultimi anni (così come quelle in Spagna e nel resto d’Europa e del mondo), lo confermano: in cent’anni e cento mesi l’acqua torna ai suoi paesi. Lo dice un proverbio. Nel frattempo la vicenda degli uomini pesce si dipana come un’indagine, contaminando l’eco-narrativa con il giallo, con la musica e i suoni, ma anche con il romanzo storico, con tocchi finali di esoterismo (ancora una volta: nessuno spoiler). Romanzo mondo, come d’altronde il collettivo bolognese (qui impersonato dal solo Roberto Bui), ci ha abituati sin dai tempi di Luther Blisset e di Q, Gli uomini pesce racconta di corpi feriti (quello di Ilario, quello di Antonia e del marito musicista specializzato in field recording, SonicAlly), che non si arrendono, non negano il trauma (soprattutto Antonia, che consapevolmente lo somatizza), si ostinano a cercare spiegazioni.
Dentro la ferita
Con straordinario coraggio Wu Ming 1 ci riporta dentro la ferita che abbiamo dimenticato, negato tanto in fretta: il Covid (non dovevamo uscirne “migliori” secondo certa retorica da applausi sui balconi?), come i territori che abbiamo sventrato. Continuiamo a negare, a sventrare: terre, acque, animali, alterità. La sanità pubblica, appunto, che dopo il Covid invece che migliorare, anche in vista di una prossima, annunciata pandemia, è peggiorata. Tra memoriali ritrovati, leggende su strani esseri acquatici, capanni degli attrezzi nascosti tra canneti e acquitrini, attraversa luoghi e tempi. Lupi e uomini pesce ci obbligano a rileggere il territorio, a ri-scoprirlo, esattamente come Igor il russo (chi si ricorda che prima del 2017, estate della grande e fallimentare caccia all’uomo, la definizione “zona rossa” era stata usata solo per il G8 di Genova? Sarà poi riutilizzata proprio durante la pandemia). E poi ci sono Giorgio Bassani e Italia Nostra, Cederna, Laura Conti, Lucio Gambi e il debunking delle bonifiche (inutili e dannose: fu il Ddt a debellare la malaria), nutrie sull’asfalto (importate durante il boom per farne pellicce e poi abbandonate al loro destino), “finimondi” e dune sbancate. Ci sono i famigerati Lidi ferraresi odiati da Ilario e le case abbandonate, ormai iconemi locali, i fanghi rossi della Montedison, la cementificazione dell’Adriatico (la “riminizzazione” che arriva fino al Gargano), l’occupazione nazista che diventa occupazione turistica (l’avversione di Ilario per i bagnanti tedeschi degli anni ’60). C’è la Resistenza, il fascismo del ventennio e quello delle stragi, Renata Viganò e L’Agnese va a morire, il passato losco di Ferrara, la città dove è nato il fascismo agrario di Italo Balbo (ecco di nuovo Bassani, in persona e con i suoi personaggi), e dove la strategia della tensione ha avuto una base sostanziosa.
Decriptare il presente
E poi ci sono Greta Garbo e Katherine Hepburn, Antonioni, Vancini, la strategia della tensione e gli anni dei legami tra Stato e eversione nera, c’è Ossessione di Visconti (dove altro poteva essere ambientato un film ispirato a Il postino suona sempre due volte di Cain, se non nelle ambigue zone della Bassa Padana?). Affascina, immerge, ci tuffa in acque mai viste: Gli uomini pesce è un itinerario di luoghi e tempi, una cartina preziosa (come la mappa dei territori che apre il romanzo, e quella rielaborata nella splendida copertina da Andrea Alberti, su progetto grafico di Riccardo Falcinelli) per decriptare il presente, fatta di tesori nascosti e mine innescate, un viaggio terreno e acquatico che attraversa personaggi e fatti storici per andare verso mondi sconosciuti e forse inconoscibili.
Un libro per altri territori afflitti
Ricco come la mappa di un tesoro barocco, tra itinerari alchemici, ricostruzioni storiche e analisi socio ambientali precise e scientifiche, è una wunderkammer che ci invita a rileggere i territori ormai trasformati dagli stravolgimenti climatici. A conoscerli, prima di tutto; magari partendo da elementi non convenzionali e apparentemente estranei, come fa Antonia con la storia di Igor il russo, o Sonic con i suoni non umani che registra nella natura e nei luoghi abbandonati che la natura si è ripresa. Un invito che parte dal più lungo fiume d’Italia, ma va oltre. Perché come scrive l’autore nell’ultimo dei “Titoli di coda”:
«Mentre termino questa postilla, la siccità flagella da mesi la Sicilia. “Gli uomini pesce” è un atto d’amore per il Po, la sua valle, il suo Delta, ma è anche un libro su ogni territorio afflitto, e sulle resistenze che conoscerne la storia può suscitare».



















