Il destino di Gaza, con i negoziati per la seconda fase del piano Trump in piano svolgimento, i tragici aggiornamenti sulla restituzione delle salme da parte di Hamas, la chiusura a Rafah e le violenze in Cisgiodania, continuano a tenere desta l’attenzione internazionale. È un momento cruciale, che merita di essere osservato al di là della cronaca, per comprendere la storia antica di questo popolo e di questa terra, il senso profondo di ciò che accade, anche in una prospettiva futura.
Preziosi, a questo fine, ci sembrano gli interventi svoltisi poche settimane fa durante il Festivaletteratura di Mantova, di tre autori con altrettanti punti di vista su questo cruciale conflitto che segna in maniera indelebile la nostra epoca, vale a dire lo storico israeliano Ilan Pappè, il giornalista di origine egiziana Omar El Akkad e la scrittrice palestinese Adania Shibli, di cui vi proponiamo alcuni stralci.
Ilan Pappé, cento anni di pulizia etnica
Lo storico israeliano Ilan Pappé ha studiato a lungo la documentazione esistente su quanto accaduto nel 1948, punto cruciale della storia del suo paese, compresi gli archivi militari desecretati nel 1988. E giunge a una visione drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale, come scrive nel colophon della sua validissima Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi (Fazi, 2024): «L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e gli orrori che ne sono seguiti hanno sconvolto il mondo. Ma il conflitto israelo-palestinese non è iniziato quel giorno. E neppure nel 1967, quando Israele ha occupato la Cisgiordania, o nel 1948 quando è stato proclamato lo Stato ebraico. È iniziato nel 1882, quando i primi coloni sionisti sono arrivati in quella che era la Palestina ottomana».

L’importazione del sionismo
Spiega Pappè: «Già nella prima fase della colonizzazione sionista della Palestina (1882-1918) immaginavano una Palestina senza palestinesi e dibattevano su come realizzarla… Il sionismo arrivò come un prodotto importato dall’estero (…) un progetto cristiano evangelico che vedeva nel ritorno del popolo ebraico a Sion il presagio della Seconda Venuta di Cristo. Che cosa li motivava? Non certo la simpatia verso il popolo ebraico. Alcuni erano apertamente antisemiti e consideravano la Palestina come una discarica per gli ebrei da loro mai accettati come membri alla pari delle rispettive nazioni. Ma era anche politicamente conveniente per chi faceva parte dell’élite al potere… I fondamentalisti cristiani di oggi, definiti sionisti cristiani, costituiscono la più importante lobby filoisraeliana degli Usa».
Sionismo cristiano e sionismo ebraico
Così continua lo storico israeliano: «Bisogna distinguere tra sionismo cristiano e sionismo ebraico. Quest’ultimo fu motivato dal crescente antisemitismo violento in Europa… Dopo una sanguinosa ondata di pogrom nel 1881 nel Sud-ovest dell’Impero russo, un gruppo di giovani ebrei si stabilì in Palestina nel 1882 comprando terreni. Secondo la legge dell’impero ottomano l’acquisto della terra non comportava lo spostamento degli abitanti… Ma il movimento sionista aveva creato una lobby (molto forte in Gran Bretagna e in Usa) composta da cristiani, antisemiti che volevano gli ebrei fuori dalla Gran Bretagna e aristocratici anglo-ebrei che, pur essendo riluttanti a emigrare in Palestina, la ritenevano una destinazione adatta per gli ebrei della classe operaia dell’Europa orientale. Il 2 novembre 1917 la Dichiarazione di Balfour firmata dal governo britannico prometteva di fare della Palestina una “patria nazionale per il popolo ebraico”… con l’inizio del dominio britannico nel 1918 il movimento sionista ottenne di poter sfrattare gli abitanti dei villaggi palestinesi».
La “sbornia colonialista”
E ancora: «A partire dal 1920 ebbe inizio la pulizia etnica della Palestina. Che continua ancora oggi… un progetto coloniale insediativo dove il colonizzatore punta a sostituire completamente la società nativa con la propria… “sono 100 anni di pulizia etnica, una “sbornia colonialista”. Anche gli accordi di Oslo sono stati una messinscena: pochi giorni dopo la firma, Israele costruì una barriera di filo spinato attorno alla Striscia di Gaza, che divenne una mega-prigione nel nome della pace” (di Ilan Pappé La prigione più grande del mondo, Fazi 2022). Conclude Pappé: «Vedo un nesso tra quello che è adesso un campo di sterminio e il futuro del mondo… Quello che si produrrà a Gaza nei prossimi anni sarà indizio e indicazione di quello che succederà non solo in Israele e Palestina ma in tutto il mondo».
Omar El Akkad, l’orrore di sentirsi complici
Così ha spiegato l’intellettuale di origine egiziana, scrittore e giornalista esperto di terrorismo e ex inviato di guerra Omar El Akkad: «Nessuno ha una risposta chiara su come si fa a resistere a un genocidio. Le mie emozioni sono da un lato un senso di impotenza assoluta e dall’altro un senso di grande complicità perché sono i soldi anche delle mie tasse che vanno a finanziare questo genocidio».
Dolore incomprensibile
E poi: «Quando ho scritto Un giorno tutti diranno di essere stati contro (Feltrinelli, 2025) avevo in mente una persona specifica, la tipica brava persona progressista, il liberale della porta accanto, di persone così ne ho viste tante… Il problema è il silenzio, le persone che abbassano la testa, che aspettano che tutto passi per manifestare la propria indignazione… Quando arriverà quel giorno cui fa riferimento il titolo non sarà un momento di celebrazione, perché non smetteremo mai, io non smetterò mai di chiedermi quante morti siano necessarie prima di riuscire a capire il dolore che stiamo perpetrando».

Punto di non ritorno
Per El Akkad è «Inutile sottolineare che Hamas è stato per anni finanziato dal governo israeliano per una questione strategica, cioè mantenere al potere un’entità che ne condivideva almeno in parte il disprezzo per la pace o la soluzione dei due Stati, o che l’occupazione e il regime di terrore inflitti ai palestinesi precedono di molto la creazione di Hamas». E conclude: «Il genocidio palestinese è un punto di non ritorno per l’Occidente…Se non hai deciso da che parte stare dopo due anni di questo genocidio, non abbiamo niente da dirci. Io so da che parte sto… Ma ora le persone stanno alzando la voce, questa è la mia speranza. I muri non vengono giù tutti in un colpo solo, ma mattone per mattone e sta succedendo».
Adania Shibli e la lingua spezzata della Palestina
I libri della scrittrice palestinese Adania Shibli sono ambientati in una Palestina descritta nei dettagli quotidiani. «Essere palestinesi non è solo un’appartenenza geografica…ho un rapporto intimo con la natura come con la lingua. Recentemente hanno sradicato un milione di alberi… Già gli ebrei europei che vennero in Palestina non volevano ulivi e fichi e, per sentirsi a casa impedendo la crescita delle piante autoctone, piantarono 250 milioni di pini in 120 anni per cambiare il paesaggio e nascondere i villaggi palestinesi».

Attacco all’umano e al non umano
Shibli parla dalla natura stravolta e della desertificazione di Gaza: «Gaza è un punto di passaggio nella rotta degli uccelli migratori, che si fermavano e ora non ritorneranno. Tutto viene distrutto, gli alberi, gli uccelli, questa è l’esperienza che noi facciamo fin da piccoli… Viene attaccata la tua umanità 24 ore al giorno da quando nasci a quando muori. La nakba non è un evento terminato di cui viviamo solo le conseguenze, ma prosegue con nuove azioni».
Linguaggio annientato
Finalista dell’International Booker Prize 2021, l’autrice di Sensi e di Un dettaglio minore (La Nave di Teseo, 2025 e 2021) parla di lingua del potere e del potere della lingua, del linguaggio e dell’amore. «Rifletto su che tipo di letteratura può emergere dalla Palestina, non sulla Palestina. Cosa fai quando il linguaggio viene annientato come da decenni vengono annientate le persone che ti circondano e l’ambiente in cui vivono, il loro passato e il loro futuro, non solo il loro presente? Che tipo di scrittura letteraria emerge da una narrazione così perforata, fatta di assenze e inciampi?»
Scrivere, anche se è più facile tacere
Riprende la scrittice: «Mi piace prendere la Palestina come un insegnante di lingua, una lingua spezzata. Come si può scrivere se la lingua ti tradisce? Non si sa come comunicare, fatichi a parlare, inciampi. La lingua ufficiale, la lingua dei potenti invece è chiara, è un atto di violenza, il contrario dell’amore. Le strutture del potere coloniale attive in Palestina ti dicono che sei irrilevante…i colonizzati sono irrilevanti. Ma puoi trovare un rapporto diverso con il linguaggio, dove nessuno può costringerti a scrivere come vuole e non devi aspettarti di contribuire al linguaggio dei potenti… I miei genitori, che hanno fatto l’esperienza del 1948, non ci raccontavano niente anche se noi figli volevamo sapere. Adesso ho la stessa difficoltà a parlarne che avevano loro, è doloroso.
Qualche volta è più facile tacere. Ma io scrivo, il mio è un amore difficile, ma c’è».


















