Se la prima è stata la celeberrima e archetipica Moby Dick, l’ultima grande balena della letteratura americana resta senza dubbio la visionaria e pressoché sconosciuta Last Great American Whale di Lou Reed. Ma cosa c’entrano il già fondatore dei Velvet Underground, Melville, l’ambientalismo e un enigmatico personaggio chiamato Donald, che sembra prefigurare il ben più noto omonimo odierno?
Una rubrica per dialoghi inaspettati
Sembrava un punto di partenza non scontato per inaugurare questa rubrica, nella quale proveremo a far dialogare letteratura, musica, cinema, arti visive con le questioni ambientali da un’angolazione inaspettata.
Ma torniamo a noi. Racchiusa in uno degli album più ispirati nella carriera solista dell’artista, quel New York del 1989 caratterizzato dal ritorno delle chitarre grezze e di sonorità che sembrano spalancare le porte al Grunge in detonazione di lì a breve, la trascurata sesta traccia del disco – Last Great American Whale, appunto – è in realtà una perla di rara bellezza, musicalmente inscritta nel solco melodico più caro all’artista, con una progressione di accordi affine ai suoi capolavori Sweet Jane, Vicious e Rock ‘N’ Roll.
Due cetacei, due epoche
Tra i versi del cantautore e il capolavoro del 1851 di Herman Melville è passato quasi un secolo e mezzo, ma dal punto di vista simbolico i due cetacei sono apertamente imparentati, configurandosi mutatis mutandis come il “rimosso” o la “cattiva coscienza” degli Stati Uniti alla conquista del mondo. A esser radicalmente diverso, tuttavia, non è solo il punto di vista ma soprattutto il modo in cui i rispettivi narratori si confrontano con la natura. Ed è diverso, principalmente, perché nel lasso di tempo intercorso è sorta una sensibilità ecologica del tutto nuova e un movimento globale per l’ambiente capace di portare faticosamente queste istanze in cima all’agenda del pianeta.
Dal mostro all’individuo
Mentre nel caso del romanzo la balena, l’insondabile Altro, è presentata dal narratore Ishmael – simpatetico col Capitano Achab del quale condivide l'”inestinguibile lotta” – come “un mostro omicida contro cui io e tutti gli altri avevamo fatto il nostro giuramento di violenza e di vendetta” (cap. 41), nella canzone l’autore percepisce che l’animale è tanto essere mitologico quanto essere senziente: in poche parole, presenta l’animale come un individuo. Ne restituisce perciò un ritratto che è agli antipodi del “mostro” e vale la pena rileggere l’incipit per comprendere meglio lo scarto proposto da Reed sull’ipotesto del libro di Melville:
They say he didn’t have an enemy
His was a greatness to behold
He was the last surviving progeny
The last one on this side of the world
[Dicono che non avesse un nemico / che fosse maestosa da guardare / che fosse l’ultimo esemplare superstite / l’ultimo da questa parte del mondo]
Un verso per scardinare l’epica
Usando un espediente narrativo tipico dei romanzi d’avventura – il verbo impersonale a introdurre frasi riportate, un “sentito dire” tra verità e leggenda – basta così un verso, il primo, al cantautore per scardinare tutta l’epica venatoria del romanzo. Questa balena non aveva un nemico.
Il rovesciamento della prospettiva
La prospettiva viene dunque completamente rovesciata e Lou Reed, memore degli insegnamenti sui messaggi subliminali appresi nei corsi di letteratura del criptico Delmore Schwartz presso la Syracuse University, ci sta dicendo che in realtà non era Moby Dick l’acerrimo antagonista di Achab ma esattamente il contrario; che la grandiosità di quel prodigio della natura si dovrebbe solo ammirare e non desiderare di uccidere; che da questa parte del mondo, in Occidente, di questi portenti da contemplare ne sono rimasti ben pochi.

Un poema epico contemporaneo
Anche il componimento di Reed è a suo modo un piccolo poema epico (o una parodia di esso, nell’accezione di Linda Hutcheon) e il testo vira in maniera apparentemente inaspettata sull’arresto di un capo tribù indiano per l’uccisione del figlio di un sindaco razzista; uno che, assieme al padre, “sputava sugli indiani e faceva anche molto di peggio”.
Per liberare il proprio capo, i nativi si riuniscono invocando una tempesta che consenta alla balena di uscire e provocare un’enorme tidal wave, un’onda di marea che pare contenere richiami biblici (altro riferimento sottile a Moby Dick, forse, ancora cambiato di segno).
Utopia e distopia
L’utopia si concretizza e la balena, simbolo supremo di emancipazione, fa sì che il capo tribù sia liberato, insieme agli altri aborigeni e ai neri, mentre i bianchi autoritari annegano. Il sogno ha però vita breve e un novello Achab degradato, “un bifolco locale membro della National Rifle Association (l’associazione dei possessori di armi da fuoco, nda)” fa saltare le cervella della balena con un bazooka arpionato.
La morale della favola
Arrivare puntuale, alla fine della traversata per mare, la morale della favola sul modello dei racconti antichi. Una morale terribile e schietta, cruda e distopica, esagerata, che tuttavia poneva per la prima volta in questi termini la faccenda negli Stati Uniti, nero su bianco:
Americans don’t care for much of anything
Land and water the least
And animal life is low on the totem pole […]
They’ll shit in a river, dump battery acid in a stream
They’ll watch dead rats wash up on the beach
Complain if they can’t swim
[Agli americani non importa niente di niente / men che mai dell’acqua e della terra / e la vita degli animali è in basso nella classifica […]. Cagheranno nei fiumi / scaricheranno l’acido delle batterie nei ruscelli / guarderanno i topi morti sbattuti sulla spiaggia / per poi lamentarsi se non possono farsi il bagno]
Un finale profetico
C’è spazio ancora per un fulmen in clausula conclusivo, che lascia nel palato dell’ascoltatore un sapore tanto ironico quanto profetico. Il punto di vista cambia all’improvviso e l’artista parla in prima persona, riferendo la frase di un suo fantomatico amico pittore di nome Donald: “Ficca agli americani una forchetta nel didietro e voltali: sono pronti!”.
Dalla metafora alla realtà
Ecco, se il suo omonimo presidenziale continuerà a negare il cambiamento climatico (“una truffa”, ha affermato lo scorso settembre) forse non passerà molto tempo perché la freddura da metaforica diventi letterale.

Noi, nel dubbio, continuiamo a restare dalla parte della balena. E di Lou Reed.


















