Il diritto di sapere, la salute negata, l’ambiente sacrificato, il lavoro sotto pressione e la richiesta di verità delle comunità che vivono accanto al più grande siderurgico d’Europa. È questo, secondo Rosy Battaglia, giornalista d’inchiesta e regista, il senso più profondo del suo ultimo film Taranto chiama: un documentario che mette in fila, con estrema chiarezza e rigore, dieci anni di testimonianze.

E dieci anni di carte sugli impatti sanitari e sociali dell’acciaieria di Taranto.
Dalla città alla giustizia europea
Una vicenda già arrivata alla Corte di giustizia dell’Unione europea grazie alla tenace azione civica dell’associazione Genitori Tarantini e che Rosy Battaglia ha recentemente presentato al Parlamento Ue grazie all’iniziativa delle europarlamentari Annalisa Corrado (S&D), Cristina Guarda (Greens) e Valentina Palmisano (The Left), dopo diverse proiezioni in giro per l’Italia, da giugno in poi, e le selezioni ufficiali ai festival Cinemambiente di Torino e Clorofilla Film Festival di Festambiente.
Le condanne e i risarcimenti
L’evento presso il Parlamento europeo si è svolto il 3 dicembre, in un momento di grossa crisi a Genova Cornigliano, altro impianto ex-Ilva, dove i lavoratori chiedevano trasparenza sul futuro degli impianti. E due giorni dopo la conferma, in appello, della condanna civile di Fabio Arturo Riva, erede dell’ex patron dell’Ilva, e di Luigi Capogrosso, già direttore dello stabilimento di Taranto, ritenuti responsabili dei danni provocati dalle emissioni inquinanti a Taranto tra il 1995 e il 2014. La Corte d’Appello di Lecce ha disposto un risarcimento di oltre 21 milioni di euro al Comune di Taranto, cui si aggiungono le somme di oltre 162mila euro all’azienda partecipata dei trasporti Amat-Kyma Mobilità e circa 116mila euro all’azienda partecipata per l’igiene urbana Amiu-Kyma Ambiente.

Il nodo politico e industriale
Mentre in questi ultimi giorni ferve, dentro e fuori dal Senato, il dibattito sul Dl per la continuità produttiva dell’ex Ilva sono scaduti l’11 dicembre i tempi per presentare eventuali manifestazioni d’interesse per l’ex Ilva. E solo i fondi americani Bedrock e Flacks si sono fatti avanti. «Se il gruppo privato che intende acquisire il gruppo Ilva richiede la presenza dello Stato nel capitale della newco per rafforzare gli investimenti necessari alla decarbonizzazione e al rilancio dell’Ilva, questo sarà possibile attraverso l’intervento di una partecipata pubblica» ha detto il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine dell’audizione in commissione Industria al Senato definendo «piuttosto realistica» l’ipotesi dell’ingresso dello Stato nell’Ilva.
Un déjà vu che si ripete
Una vicenda che sa di déjà vu. «Privatizzazione, commissariamento, rinazionalizzazione, rivendita al privato – sintetizza Rosy Battaglia – Nella storia dell’Italsider e dell’Ilva è già successo due volte, ed è quello che si sta cercando di fare per la terza volta». Giustissimo parlare di lavoro e crisi industriale: «Da gennaio 2026 saranno seimila i lavoratori di Acciaierie d’Italia a entrare in cassa integrazione, come riporta il Sole 24 Ore. Ma continuare a raccontare l’ex Ilva solo come un problema occupazionale significa ignorare il resto della storia: una nuova Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale, ndr) che consente di produrre a carbone fino al 2037, impianti ancora instabili, quartieri coperti di polveri e una città che da anni prova a rialzarsi mentre lo Stato continua a riproporre lo stesso schema fallito», sottolinea la regista.
E aggiunge: «Nel film uno dei cittadini del quartiere Tamburi, mentre ascolta le parole dell’ex Commissario europeo alla transizione Frans Timmermans sull’acciaio “verde” nel maggio 2023, taglia corto con una frase che racchiude tutta la verità che nessuno vuole dire: “Chiudete, fate le vostre trasformazioni e poi ci rivediamo. Non che tenete aperti gli impianti e ci avvelenate nel frattempo”»

Le voci della comunità
Nel suo lungometraggio d’inchiesta, ci sono le voci dei Genitori Tarantini, dei cittadini del quartiere Tamburi, dei medici e dei pediatri che da anni seguono i bambini più esposti, dei lavoratori e dei sindacati, degli esperti di diritto ambientale e sanitario, dei parroci che vivono nel cuore della comunità e delle istituzioni locali come l’Assessora all’Ambiente del Comune di Taranto, Fulvia Gravame. A cui si aggiungono documenti, come le analisi ambientali e sanitarie e le molteplici carte giudiziarie.
Un racconto fondato sulle prove
Non c’è materiale adoperato da Battaglia che non sia verificato e certo. Ed è questa la storia che ha voluto portare sotto gli occhi di tutti. La realtà quotidiana di chi vive accanto a impianti industriali ad alto impatto e il peso che scelte politiche, rinvii e opacità continuano a scaricare sui territori. “Taranto è la misura della credibilità dello Stato italiano: la capacità di applicare le proprie leggi, di rispettare le sentenze europee, di proteggere i cittadini. Taranto riguarda tutti, non solo chi vive all’ombra delle ciminiere”, scrive Rosy Battaglia nel sito dedicato al suo film.
Questione di diritti
E a noi dice: «Se parliamo dell’impatto sanitario di questa fabbrica sulla città, le prove ormai sono inconfutabili: dalla Corte europea di giustizia alla Corte europea per i diritti dell’uomo, all’Onu e all’Oms, l’elenco è lunghissimo. Difficile negarle». Nel film, in effetti, questi elementi ci sono tutti:

«Quella di Taranto resta come una delle più grandi storie di ingiustizia ambientale in Italia, paese che ha inserito la tutela dell’ambiente e della salute nella costituzione, e nel mondo».
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