Quasi dieci anni di riprese e un’intensa campagna di crowdfunding partita nel 2022: inizia così il viaggio di Taranto chiama, documentario diretto e co-prodotto dalla giornalista Rosy Battaglia, terzo momento di una trilogia d’inchieste civiche che ha già visto nascere La rivincita di Casale Monferrato (2018) e Io non faccio finta di niente (2021).

Il suo primo approdo è stato la sezione “Made in Italy” nell’ultima edizione di Cinemambiente a Torino, fra le più importanti kermesse internazionali dedicate ai temi ambientali.
Sacrificio tra due mari
Nell’immaginario di molti, Taranto è la città dell’ex Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa che da sessant’anni spalanca le sue fauci verso la città dei due mari. Alessandro Leogrande, il giornalista e scrittore originario proprio di questa città e precocemente scomparso nel 2017, scriveva della fabbrica come di una mostruosa creatura che non dorme mai: una «sfinge metallica impassibile». Sempre in agguato, appena oltre il tristemente noto quartiere Tamburi: l’ultimo avamposto della città prima della fabbrica.
Lavoro o salute
Battaglia ci porta nel cuore della città più industrializzata del Mezzogiorno. Dove per prima ha visto la luce la dicotomia lavoro o salute, lavoro a costo della salute. È direttamente la sua voce fuori campo a farlo. Il tono da inchiesta giornalistica – a metà tra inchiesta televisiva e cinema sociale – ricostruisce con cura i fatti e le vicende giudiziarie, fino alla storica sentenza in primo grado del processo “Ambiente svenduto”, poi annullata dalla Corte d’Appello di Taranto. E ancora rimette insieme i dati, li confronta, ma soprattutto dà la parola ai veri protagonisti.

Voci dalla città
Madri, medici, attivisti, artisti, imprenditori, operai: sono loro a raccontare una città condannata a un destino imposto e mai scelto. Raccontano il desiderio di riscatto, la caparbietà e l’ostinazione di chi è stanco di subire. La sfida purtroppo è impari: i cittadini contro le istituzioni complici di una politica spregiudicata e incurante dei diritti negati. Eppure non c’è mai spazio alla rassegnazione.
Cinema per il futuro
Nei cento minuti in cui Battaglia condensa dieci anni di giornalismo militante e “reattivo”, ci si trova davanti a un’opera corale, che riannoda le vicende umane e politiche della città pugliese e di Trieste. C’è un filo invisibile che tiene unite le due città italiane, solidali in un destino di sacrificio, ma con un epilogo decisamente diverso. Mentre a Trieste la Ferriera è stata finalmente abbattuta, i tarantini tuttora reclamano la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria.

Diritti violati
Non sono bastate le cinque condanne rivolte al Governo italiano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, per non aver tutelato il diritto alla vita dei propri cittadini. E neppure l’intervento del Commissario delle Nazioni Unite, Marcos A. Orellana, che ha definito Taranto una «zona di sacrificio umano». Sempre Leogrande credeva che Taranto fosse la città dell’«extraterritorialità»: dove le decisioni venivano prese fuori e le conseguenze subite all’interno. Extraterritoriale come l’ingombro del polo siderurgico, famelico di terra e campagne – da tempo scomparse per fargli posto – e con una superficie che è due volte e mezzo quella della città.
Oltre l’acciaio
Il documentario ha il merito di raccontare una delle più gravi crisi ambientali, sociali e sanitarie dei nostri giorni, senza mai spettacolarizzare il dolore della città o delle madri di precoci pazienti oncologici. Oltre la cronaca giudiziaria e il ritmo incalzante dell’inchiesta, il risultato è un racconto rispettoso e rigoroso, che restituisce la sofferenza, ma anche la rinascita di una comunità.
La prima volta in cui Pasolini vide Taranto, gli parve «un gigantesco diamante in frantumi». L’isola racchiusa tra i due mari su cui sorge la città vecchia, come l’incavo di «un’ostrica aperta». L’acciaieria non era ancora sorta all’epoca e la città conservava intatto il fascino di antica capitale della Magna Grecia, dove la modernità non gettava alcun’ombra sui due mari del golfo.

Radici e futuro
Nella seconda parte del documentario, l’occhio della regista si sofferma a lungo sui segni sopravvissuti di quell’antica bellezza. E sui semi di quella futura. La città vecchia è diventata, infatti, la casa di artisti e artigiani, tornati a Taranto per costruire nella propria città un’altra idea di futuro. Taranto non è più solo la città dell’ex Ilva e del ricatto generazionale, per cui il posto in fabbrica si ereditava di padre in figlio. È un centro culturale e scientifico all’avanguardia.
Una chiamata da ascoltare
Il documentario rende così giustizia alla città e ai suoi abitanti, compreso chi ha combattuto e non ce l’ha fatta, come Celeste Fortunato, vittima dell’ingiustizia ambientale, a cui Battaglia dedica il suo lavoro. Taranto chiama è soprattutto un esempio ormai raro di giornalismo indipendente, che racconta le cose lì dove accadono, consuma le suole delle scarpe e dà voce a chi chiede giustizia. Taranto chiama, perché il mondo sappia che non si può morire di lavoro o smettere di giocare nei giorni di vento da nord-ovest, quando le polveri minerarie raggiungono i quartieri vicini all’acciaieria.

Taranto chiama e continuerà a farlo. E non si può più non risponderle.
Taranto chiama
Regia di Rosy Battaglia
Produzione: Cittadini reattivi
Durata: 100 minuti
Per conoscere luoghi e date delle proiezioni e organizzare una presentazione con la regista:
www.cittadinireattivi.it

















