Ludovica Jona
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L’insostenibile riciclo chimico della plastica. Intervista a Ludovica Jona

La giornalista d'inchiesta ha coordinato un'indagine internazionale sul (sovvenzionato e pubblicizzato) riciclo chimico: una falsa soluzione al problema dell'inquinamento da plastica, con processi e certificazioni tutt'altro che ecologici
24/03/2026
4 minuti di lettura

«Il riciclo chimico della plastica, pubblicizzato come soluzione “circolare” al problema dell’inquinamento da plastica, in realtà è portato avanti da BigOil (BigPlastic) che non vuole ostacoli alla sua produzione infinita». Così scriveva su Instagram la giornalista d’inchiesta Ludovica Jona, a febbraio, dopo aver coordinato un’indagine transfrontaliera dedicata al riciclo chimico della plastica, uscita in quei giorni su The Guardian,Voxeurop, Mediapart, Altreconomia, Público, Investigative Reporting Denmark, Deutsche Welle.

L’inchiesta internazionale

La tecnica più diffusa di riciclo chimico è la pirolisi, i cui progetti hanno già ricevuto dall’Ue circa 760 milioni di euro. La metà degli impianti sovvenzionati, rivela l’indagine, alimenta filiere di approvvigionamento delle 14 principali aziende petrolchimiche o di loro collegate.

Ed emerge come il riciclo chimico sia un processo complesso, che porta più criticità che soluzioni.

Ludovica Jona, ci aiuta prima di tutto a distinguere tra riciclo chimico e riciclo meccanico?

Il riciclo meccanico, processo molto più diffuso, consiste nel frantumare un imballaggio di plastica recuperandone i frammenti, che vengono riutilizzati per creare un nuovo imballaggio. Con questa procedura la plastica si può riciclare fino a 2-3 volte, perché poi la plastica si deteriora, anche a causa degli additivi aggiunti nel ciclo di produzione. Si tratta di circa 16mila sostanze chimiche che fanno sì che non si possa più riciclare meccanicamente.

16mila sostanze chimiche negli imballaggi dei nostri alimenti e nelle microplastiche che ci ritroviamo ormai nel corpo?

Esatto. Faccio riferimento alla recente campagna dell’Isde – Associazione medici per l’ambiente, che ha evidenziato come, per queste sostanze oltre che per il problema fisico delle microplastiche nel nostro organismo, la plastica stia creando un vero e proprio problema di salute pubblica. Purtroppo la campagna, che vanta il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ha trovato poco spazio sui media. Sarà perché le aziende petrolchimiche sono tra i principali inserzionisti pubblicitari?

Veniamo al riciclo chimico, che è descritto come un processo ripetibile all’infinito. Come funziona?

Si tratta principalmente della pirolisi, tecnica che è fino a nove volte più energivora del riciclo meccanico. Il processo richiede due tipi di impianti. Il primo è quello che crea l’olio di pirolisi, che ha una resa di circa il 70% rispetto ai rifiuti plastici inseriti. Il secondo è l’impianto di “steam cracking”, che rompe i polimeri in monomeri, ad altissime temperature.

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Però, nel secondo impianto, ad oggi si può inserire solo un 5% di olio di pirolisi e viene quindi lavorato insieme a un 95% di nafta vergine. Ciò perché l’olio di pirolisi è molto corrosivo e rovinerebbe l’impianto. Per questo motivo, visto che non tutto ciò che esce dalla lavorazione è utilizzabile per produrre nuova plastica, i prodotti hanno un massimo di materiale da rifiuto riciclato del 2-3%.

La vostra inchiesta svela però che le certificazioni dichiarano percentuali ben più alte.

Questo è dovuto all’utilizzo del “bilancio di massa”, per l’attribuzione dei “crediti di materiale riciclato” alla plastica ottenuta attraverso il processo della pirolisi: crediti sulla base dei quali le aziende possono apporre le etichette “100% riciclato” o “50% riciclato” sui prodotti.

In cosa consiste il bilancio di massa?

Se l’azienda produce, diciamo, 100 oggetti contenenti il 2% di materiale riciclato ciascuna, su due di questi oggetti può scrivere 100% riciclato. Cioè “trasferisce” tutto il riciclato certificato in due prodotti: magari quelli che l’azienda intende vendere di più, quindi vuole dargli il valore aggiunto della scritta 100% riciclato. Inoltre, il principale ente certificatore Iscc – International Sustainability and Carbon Certification è creato e partecipato dalle aziende della plastica ed è probabile che non ci saranno funzionari pubblici statali o europei con le competenze e le risorse necessarie per controllare la corretta attuazione del bilancio di massa.

Il bilancio di massa è stato legalizzato dall’Ue nei giorni in cui usciva la vostra inchiesta, giusto?

Esatto, lo scorso 6 febbraio. Si faceva già da prima, ora c’è una decisione attuativa della Direttiva sulla plastica monouso che lo prevede. In autunno, a Bruxelles, ho assistito a un episodio in cui lobbisti delle aziende petrolchimiche facevano pressioni sul funzionario europeo incaricato del processo di approvazione di quella decisione attuativa.

Secondo l’inchiesta, gli impianti di riciclo chimico hanno ricevuto dall’Ue 760 milioni di euro…

Abbiamo calcolato – se ne è occupato Stefano Valentino con Yann Philippin – solo i soldi dati dall’Ue agli impianti relativi alla pirolisi. Ci sono anche sussidi nazionali ma non li abbiamo presi in considerazione (perché a livello locale è difficile capire se e quanto ciò che è stanziato viene erogato). Si tratta di sussidi a vocazione ambientale oppure fondi dedicati allo sviluppo dei territori svantaggiati. Da noi questi impianti stanno nascendo, per esempio, in Molise e in Sicilia. L’impianto in Molise è stato fatto con i fondi del Pnrr e venderà il proprio olio di pirolisi alla Shell.

Il riciclo chimico, quindi, consuma molta energia e “ricicla poco” (pur potendo certificare il contrario), perché richiede un grande uso di nafta vergine…

Ciò che viene sostenuto da chi promuove questa tecnica è che, oltre a poter riciclare infinite volte un rifiuto di plastica, la produzione di olio di pirolisi abbia un beneficio per l’ambiente in termini di riduzione delle emissioni di CO₂. Però la comparazione è fatta quasi solo con l’inceneritore. Inoltre, per gli esperti indipendenti che abbiamo intervistato, si tratta di una tecnica controversa. Secondo Stefano Consonni, docente di Sistemi per l’energia e l’ambiente al Politecnico di Milano, il processo è talmente delicato e complesso che è difficile che funzioni su larga scala.

Cioè il processo di riciclo chimico può non funzionare?

Se nell’impianto di steam cracking non viene inserito esattamente il materiale atteso, semplicemente la nuova plastica non si riesce a produrre. Secondo un rapporto dell’Ipen del 2023, negli Stati Uniti su 13 impianti, 11 impianti l’olio di pirolisi finiscono per bruciarlo, non riuscendo a utilizzarlo per creare “plastica riciclata”: prima inquinano per produrlo e poi lo bruciano. Lo Stato della California, infatti, ha denunciato Exxon per aver creato l’illusione che con il riciclo chimico la plastica si riciclava, mentre invece alla fine si sono riempiti di discariche di plastica (loro non hanno neanche gli inceneritori).

L’unica soluzione senza impatti su ambiente e salute resta ridurre la plastica. Per questo esisterebbe una tassa…

Sì. La tassa sulla plastica in Italia è stata introdotta con la legge di bilancio 2020 ma non è ancora stata attuata, adesso l’ultima proroga è il 2027. La plastica oggi costa pochissimo.

La speranza è che una tassa freni un po’ l’attuale iperproduzione.

Mielizia

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Francesca Santoro
Francesca Santoro
Giornalista pubblicista. Laurea in comunicazione, specializzazione in marketing e comunicazione nel no profit. Per 15 anni si è occupata di comunicazione e progettazione formativa nell’ambito del consumo critico. Dal 2016 crea contenuti online e interventi formativi per progetti, enti, associazioni.
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