Sta per prendere forma una tregua sul fronte iraniano. A rivelarlo è la testata Axios, secondo cui sul tavolo delle trattative diplomatiche ci sarebbe una proroga di sessanta giorni del cessate il fuoco tra il blocco israelo-americano e l’Iran: abbastanza tempo per riaprire lo Stretto di Hormuz, restituire ossigeno ai mercati e tentare ciò che fino a ieri sembrava ormai impossibile: riaprire il dossier sul nucleare iraniano senza il fragore delle armi.
Per la piattaforma saudita Al Arabiya il 5 giugno potrebbe esserci un nuovo giro di incontri tra Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan.
Diplomazia e tensioni
Ma il Medio Oriente continua a essere la terra delle tregue fragili e delle guerre che cambiano soltanto nome. Perché se da un lato Washington sembra voler lavorare per una descalation con Teheran, non si può dire che Israele stia seguendo la stessa linea. Il presidente statunitense, Donald Trump, alla ricerca di una via d’uscita dal conflitto, ha dichiarato: «I negoziati procedono in modo ordinato e costruttivo, e ho informato i miei rappresentanti di non affrettare un accordo, poiché il tempo è dalla nostra parte. Entrambe le parti devono prendersi il tempo necessario e fare le cose per bene. Non ci possono essere errori!».
Il fronte libanese resta acceso
Allo stesso tempo, sul fronte libanese, Benjamin Netanyahu non sembra affatto intenzionato a rinunciare a disarmare Hezbollah. Continuano infatti a cadere le bombe a sud e a nord del fiume Litani. Oltre 3.000 morti e più di 9.000 feriti, dal 2 marzo, dall’inizio della guerra. «Il presidente Trump e io abbiamo convenuto che qualsiasi accordo definitivo con l’Iran deve eliminare il pericolo nucleare», ha scritto su X Netanyahu, fissando quella che considera la linea invalicabile del negoziato con Teheran. «Ciò significa smantellare gli impianti di arricchimento nucleare dell’Iran e rimuovere il materiale nucleare arricchito dal suo territorio», ha poi precisato il premier israeliano, ribadendo una posizione che non lascia spazio a compromessi sul programma atomico iraniano: «La mia politica, come quella del presidente Trump, rimane immutata: l’Iran non avrà armi nucleari».
Strategia regionale
Sempre più soffocante è poi la pressione sulla Repubblica Islamica. A Teheran i prezzi dei farmaci sono esplosi: i dati del Centro statistico iraniano rivelano che a fine aprile l’inflazione ha raggiunto il 73,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mettendo a dura prova la popolazione. In questo scenario di crisi interna, i vertici militari continuano senza timori a rivendicare la propria autonomia decisionale e la determinazione nel difendere i confini. «Avvertiamo i nemici che i piani e le strategie della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, per la gestione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz garantiranno il futuro della regione e il nuovo ordine regionale e mondiale, in cui gli stranieri non hanno posto», ha avvertito il Comandante del Comando Centrale di Khatamolanbia, Ali Abdollahi. «L’Iran islamico garantirà la sicurezza della regione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz ed eliminerà l’abuso di queste vie navigabili da parte del nemico, portando pace e progresso a beneficio di tutta la regione».
Le conseguenze per l’Europa
Gli effetti della guerra, però, continueranno a farsi sentire ben oltre i territori mediorientali, colpendo un’Europa sempre più debole sul piano diplomatico all’interno di un ordine mondiale in continuo mutamento. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, al termine della crisi del Golfo Persico i prezzi dell’energia rimarranno strutturalmente più elevati rispetto al passato. Nella conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo informale a Cipro, Lagarde ha infatti spiegato:
«Anche se la crisi dovesse risolversi adesso, ci saranno effetti di trascinamento che continueranno semplicemente per la necessità di ripristinare la situazione precedente la guerra».



















