Mappa di Vessel Finder, flussi di imbarcazioni, container, navi cargo e mercantili nello Stretto di Hormuz. Foto: Maurice Norbert, Alamy

Accordo Usa-Iran, la firma nella notte. Tra speranze globali e il muro di Israele

Raccontato in modi diversi dai due fronti e plaudito dai leader europei, il memorandum dà sollievo ai mercati ma non alla popolazione iraniana. Né a quella libanese, poiché Israele continua ad attaccare. Oltre quattro milioni gli sfollati nei due paesi

18/06/2026
4 minuti di lettura

«Questo grande accordo porterà pace e sicurezza nell’intera regione. Molti presidenti hanno tentato di raggiungere la pace con l’Iran, ma tutti hanno fallito prima di me. Per la prima volta, i leader della regione hanno trovato un presidente in grado di aiutarli a conseguire una pace reale». Con queste parole pubblicate sul social network Truth, Donald Trump aveva annunciato lo scorso 14 giugno l’accordo di pace con l’Iran.

Una notizia arrivata dopo mesi di bombardamenti che hanno causato migliaia di morti, oltre tre milioni di sfollati e una gravissima crisi energetica internazionale.

L’accordo di questa notte

A stretto giro è arrivata anche la conferma ufficiale: il presidente degli Stati Uniti ha firmato l’accordo nella notte tra il 17 e il 18 giugno. Lo ha dichiarato all’Afp una fonte della Casa Bianca, dopo le indiscrezioni rilanciate da Axios su una firma digitale avvenuta durante la cena con il presidente francese, Emmanuel Macron, a Versailles. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha precisato che i piani per il viaggio delle squadre negoziali in Svizzera restano, ma la firma del protocollo d’intesa è avvenuta in forma informatica (inizialmente prevista a Bürgenstock, nel canton Nidvaldo). Il testo del memorandum, che prevede 14 punti, è ora definitivo e pubblico.

Vittoria o resa

Una vittoria secondo gli Usa, ma dalla Tv di Stato iraniana il messaggio già il 15 giugno era stato di segno opposto: quello di una resa diplomatica. «Gli Stati Uniti sono costretti a firmare un accordo per porre fine alla guerra». Pesano le affermazioni del senatore Lindsey Graham, stretto alleato di Trump, del 17 giugno: «Sono alquanto preoccupato dal fatto che la visione dell’accordo da parte dell’Iran sembri diversa da quanto sostenuto dal team negoziale americano». E sul tavolo c’è anche un fondo di 300 miliardi di dollari per l’Iran in caso di accordo definitivo, e l’Iran sarà autorizzato a vendere il petrolio dopo la firma del protocollo d’accordo.

Ritorno ai rapporti pre-bellici?

A delineare cosa accadrà nei prossimi giorni era già stato, due giorni fa, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: «La prima fase riguarda la fine della guerra, lo Stretto di Hormuz, il rilascio dei fondi iraniani congelati e la ricostruzione. I negoziati continueranno per 60 giorni e affronteranno la questione nucleare e la revoca delle sanzioni». E anche «la fine immediata e definitiva della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano».

L’impatto sui mercati

Un apparente ripristino formale che, tuttavia, non basterà a sanare le ferite profonde inferte ai mercati. «Potrebbero volerci molti mesi, se non più di un anno, prima che le scorte globali di petrolio tornino ai livelli prebellici», ha spiegato ad Al Jazeera Patrick De Haan, responsabile dell’analisi petrolifera presso GasBuddy, società che monitora i prezzi della benzina.

Sollievo nel vecchio continente

E forse per queste ragioni i leader di Italia, Francia, Regno Unito e Germania avevano dichiarato: «Accogliamo con grande favore l’annuncio del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci congratuliamo con gli Stati Uniti, il governo iraniano e tutti i soggetti coinvolti, inclusi Pakistan, Qatar e tutti gli altri mediatori, per questa svolta diplomatica. Questo è un momento di opportunità per ripristinare la stabilità regionale e stabilizzare l’economia globale. È ora fondamentale che i negoziati dettagliati si concludano e che questo accordo venga attuato rapidamente e in modo completo. Siamo pronti a sostenere questo sforzo». Un sospiro di sollievo, perché scongiurare una crisi energetica e inflazionistica globale significa, prima di tutto, disinnescare potenziali focolai di dissenso interno che metterebbero a repentaglio la fragile stabilità dei rispettivi governi.

La Francia in prima linea per Hormuz

Emblematica la posizione di Emmanuel Macron. In occasione del vertice del G7 a Évian-les-Bains ha dichiarato di voler collaborare per la totale apertura dello Stretto di Hormuz: «La Francia è disponibile ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto che possano aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti». Intanto, subito dopo l’annuncio dell’accordo preliminare per porre fine alla guerra e riprendere il traffico nello Stretto, i prezzi del petrolio erano scesi ai minimi da tre mesi.

La democrazia in Iran sparita dagli obiettivi

Dal punto di vista prettamente politico, va evidenziato un aspetto rilevante: gli ultimi incontri diplomatici hanno dimostrato che la democrazia e il popolo iraniano non erano certamente gli obiettivi dei governi israeliano e americano. Come ha dichiarato il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi all’agenzia di stampa Irna: «La vera immagine della potenza iraniana sulla scena globale non deriva solo dalle sue capacità militari, ma anche dalla coesione nazionale, dalla resilienza e dal coinvolgimento attivo del suo popolo».

Libano ancora sotto il fuoco israeliano

Inoltre, se dall’Unione europea è arrivato il sostegno al cessate il fuoco, continua invece l’opposizione alle scelte americane da parte di Israele. A Benjamin Netanyahu, al suo governo e anche all’opposizione, infatti, non piace il memorandum. In Libano, dove si sono intensificati gli attacchi dell’Idf, Israele ha deciso di non fare alcun passo indietro.

Obiettivo: smantellare Hezbollah

«Non siamo parte di questo accordo, che non tutela la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo. Non dobbiamo scendere a compromessi su nulla che sia inferiore allo smantellamento di Hezbollah – aveva puntualizzato, già prima della firma, su X il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir – non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato e ripulito dalle nostre forze dalle infrastrutture terroristiche. Non dobbiamo tornare a una situazione in cui migliaia di terroristi siedono lungo le recinzioni degli insediamenti del Nord, e certamente non dobbiamo tacere, nemmeno per un momento, di fronte a un fuoco diretto contro lo Stato di Israele».

Milioni di sfollati in Libano e Iran

Secondo il rapporto Global trends report – Forced displacement in 2025, pubblicato dall’Unhcr, il conflitto in Medio Oriente, iniziato nel febbraio 2026, aveva provocato a metà maggio 2026 circa un milione di sfollati interni in Libano e, alla fine di marzo dello stesso anno, circa 3,2 milioni di persone temporaneamente sfollate nella Repubblica Islamica dell’Iran. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, su Truth ha espresso una posizione netta: «Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, in Siria e a Gaza. Le Forze di Difesa Israeliane continueranno a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne del Libano, dai nostri territori in Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce di forze e organizzazioni jihadiste, come lezione centrale dagli eventi del 7 ottobre».

La pulizia etnica in Cisgiordania

E in Cisgiordania non si ferma intanto quella che viene denunciata come una vera e propria pulizia etnica. Stando ai report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), nel periodo compreso tra gennaio 2023 e aprile 2026, non meno di 117 comunità (prevalentemente pastori e beduini palestinesi) hanno registrato uno sfollamento parziale o totale.

I monitoraggi Onu stimano che, entro la fine di aprile 2026, la popolazione palestinese forzatamente evacuata abbia raggiunto la quota di almeno 5.910 persone.

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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