
Eppur si apre! Sale e sipari, palchi e boccascena. Un contagioso e febbrile effetto domino sta pian piano riaprendo le porte e accendendo i riflettori dei teatri e dei cinema italiani, chiusi e sbarrati da oltre un anno. Gli addetti al settore hanno protestato in tutti i modi, con appelli e bauli in piazza, lettere e flashmob.
Guarda il video della manifestazione di Bauli in Piazza
Anche perché i dati pubblicati dall’Osservatorio dello spettacolo Siae relativi al 2020 parlano per il teatro del 70% di ingressi in meno rispetto al 2019 e oltre due miliardi di incassi perduti se ai teatri si aggiungono anche i biglietti invenduti dei concerti e dei cinema. Più o meno confinati in casa, abbiamo imparato a fruire la cultura in streaming e a comando: spettacoli, mostre e concerti e rigorosamente e dolorosamente virtuali, ma shopping in presenza, ché invece i centri commerciali sono rimasti aperti.Ancora lo scorso 27 marzo nella Giornata mondiale del teatro, Helen Mirren, come in passato Jean Cocteau, Dario Fo, Ariane Mnouchkine, Peter Brook, Isabelle Huppert, Wole Soyinka, insomma il meglio della scena internazionale, aveva pronunciato parole di speranza che finora hanno risuonato beffarde e un po’ spettrali tra i palcoscenici deserti di tutti i teatri del mondo:
«Da quando esistono sul pianeta, gli esseri umani si sono raccontati storie – ha dichiarato l’attrice inglese premio Oscar – La bellissima cultura del teatro vivrà finché ci saremo. L’urgenza creativa di scrittori, designer, danzatori, cantanti, attori, musicisti, registi non sarà mai soffocata e nel prossimo futuro rifiorirà con una nuova energia e una nuova comprensione del mondo che noi tutti condividiamo».
La tetralogia del Lemming
Nel lutto di questa inaccettabile contraddizione, per celebrare una perdita di senso che di mese in mese rischia di diventare definitiva e sottrarsi, al contempo, al copione della sconfitta annunciata, che proponiamo come catarsi la lettura di La tetralogia del Lemming di Massimo Munaro. Regista, drammaturgo, musicista, direttore del festival Opera Prima, Munaro fonda a Rovigo il Teatro del Lemming nel 1987. Con la compagnia avvia, alla fine di quegli anni Novanta così straordinari per la ricchezza creativa del teatro italiano, una fase di ricerca improntata sul ruolo dello spettatore di cui il libro è il racconto appassionato e corale. Insieme alle note di regia e alle descrizioni dei quattro spettacoli, ai riferimenti drammaturgici, antropologici e filosofici, il volume raccoglie infatti anche estratti di recensioni, diari di “viaggio” degli attori e brani delle centinaia di lettere ricevute dagli “spett-attori” che negli anni hanno partecipato e agito il loro teatro. Perché se c’è un verbo che non si addice all’esperimento pedagogico di Munaro è “assistere”.
Lo spettatore rifondato
Proponendo spettacoli del teatro classico come Edipo, Dioniso e Penteo, Amore e Psiche e Odisseo (a cui si aggiunge un Edipo a Colono esclusivamente riservato a coloro che hanno già compartecipato gli altri spettacoli) il Lemming è risalito alle radici dell’evento teatrale e del mito per rifondare il rapporto con lo spettatore, ribaltandone la prospettiva e il ruolo. Pensati per uno spettatore solo (Edipo) o una coppia (Amore e Psiche), per un piccolo gruppo di sette (Dioniso e Penteo) fino al grande collettivo (Odisseo) gli spettacoli svelano, smembrano e rovesciano i meccanismi e gli assunti fondativi del teatro e della sua lunga, meravigliosa storia a partire dagli assunti dell’unità di spazio e di tempo e la fondativa dicotomia che separa l’agire mimetico di un gruppo di persone dalla fruizione generalmente passiva del pubblico.

Edipo siamo noi
Chi ha partecipato ad uno spettacolo di Munaro lo sa: Edipo siamo noi, scalzi e bendati, condotti dal fato ad uccidere il padre, giacere con la madre ed errare, alla ricerca dell’identità; Dioniso e Penteo pure, ineluttabilmente trascinati dall’ebbrezza scandalosa dello sguardo voyeuristico; e siamo gli Achei che massacrano i Troiani o la coppia che viene letteralmente rapita dalla seduzione amorosa. Spaesamento, turbamento, prossimità fisica, sollecitazione sensoriale multipla e inevitabile catapulta nei più remoti anfratti della nostra psiche (ci sono anche Hillman, Jung e Freud tra le copiosissime fonti del corredo epistemologico che ha ispirato gli spettacoli e il libro) diventano così le emozioni a cui molto teatro ci ha purtroppo disabituato e che la pandemia ha reso tragicamente rivoluzionarie. Una lettura-omaggio doverosa, dunque. Per interrogarsi sulla radicalità e la necessità del teatro come farmaco per restare umani. Per conoscere il mondo e noi stessi. Così lo dice Emanuele Severino: «Il teatro è il luogo in cui il popolo contempla non avvenimenti e racconti fantastici ma il contenuto più essenziale di tutti, cioè la verità e la sua capacità di salvare l’uomo dall’angoscia per il dolore provocato dal divenire e dalla morte».


















