Donne palestinesi salutano i corpi di tre ragazze e un paramedico uccisi durante un attacco aereo a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, 4 febbraio 2026
Donne palestinesi salutano i corpi di tre ragazze e un paramedico uccisi durante un attacco aereo a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, 4 febbraio 2026. Foto: Tariq Mohammad / Apa Images

Gaza, lacrime nel silenzio. I nuovi attacchi dell’Idf e la beffa del progetto coloniale

A quattro mesi dall'accordo sottoscritto in Egitto, nella Striscia si continua a morire. Fra evacuazioni bloccate, offensive contro l'Onu e l'ombra dell'immobiliarismo politico. Così rischia di scomparire la memoria di un popolo, nel silenzio dei media

10 Febbraio, 2026
3 minuti di lettura

Dopo quattro mesi dall’accordo di ottobre siglato in Egitto, a Gaza si attende la seconda fase, con la riapertura del valico di Rafah, mentre si continua a sparare e a morire nel disinteresse pressoché totale dei media occidentali. Circa 24 palestinesi sono stati uccisi, tra cui sette bambini, negli attacchi israeliani del 4 febbraio sulla Striscia.

L’Idf ha poi confermato l’uccisione di Bilal Abu Assi, militante di Hamas accusato di essere tra i responsabili della strage del 7 ottobre 2023.

L’attesa delle evacuazioni sanitarie

«Ci sono 18.500 persone nella Striscia che attendono da mesi l’evacuazione. Tra loro 4.000 bambini e 4.000 persone con patologie oncologiche», ha spiegato Giorgio Monti, coordinatore medico della clinica di Emergency a Gaza. In poco più di due anni, almeno 1.268 gazawi sono già morti mentre aspettavano di poter uscire dal valico per ricevere cure specialistiche.

Giorgio Monti. Foto: Emergency

«Centellinare le evacuazioni rischierebbe di provocare danni irreparabili alla salute delle persone e di innescare una spirale di morte».

Il ruolo di Trump

Si discute intanto della possibilità di convocare la prima riunione del Board of Peace il 19 febbraio. Un incontro fortemente voluto da Donald Trump presso l’Istituto statunitense per la pace, conosciuto anche come Donald J. Trump U.S. Institute of Peace. Un Board of Peace nato a Davos il 22 gennaio, in occasione del World Economic Forum, con lo scopo dichiarato di «promuovere la stabilità e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Di fatto, però, l’obiettivo è quello di sostituire l’Onu e diventare sempre più una piattaforma di investimenti internazionali, in cui è possibile acquistare un seggio con un miliardo di dollari, minando l’autodeterminazione del popolo palestinese.

Gli attacchi alle Nazioni Unite

In molte occasioni il presidente degli Stati Uniti si è scagliato proprio contro le Nazioni Unite. Ricordiamo il suo intervento di un’ora in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, durante il quale lanciò accuse pesanti all’organizzazione intergovernativa, ritenuta responsabile di «creare e finanziare» le invasioni di migranti quando invece «dovrebbe fermarle».

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E poi di aver inventato i cambiamenti climatici: «Gli ambientalisti vogliono uccidere le mucche», «l’Accordo di Parigi è un fake», «qual è lo scopo delle Nazioni Unite? Le parole vuote dell’organizzazione non risolvono le guerre», «ho risolto sette guerre in sette mesi e non ho ricevuto dall’Onu neanche una telefonata».

Governance autoritaria

E così, come risposta al vecchio mondo, nello statuto del Board emerge, tra i vari punti, una visione autoritaria che, contro ogni principio democratico, affida allo stesso Trump — come persona e non come carica istituzionale — la funzione di Chairman, con il potere di scegliere anche il proprio successore. Finora l’adesione è arrivata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Ungheria e Bielorussia.

Netanyahu e Blair nel consiglio

Al piano trumpiano e neocolonialista aderirà anche Benjamin Netanyahu, oggetto di un mandato di cattura della Corte penale internazionale per sospetti crimini di guerra a Gaza. Un posto nel consiglio è stato inoltre riservato a Tony Blair, l’ex primo ministro britannico noto per aver guidato il sostegno alla disastrosa e sanguinosa invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Il report Onu e le parole di Albanese

«La Palestina continua a essere distrutta e con essa il suo popolo. Duecentoquarantamila è il numero accertato tra uccisi e feriti. Circa 500 persone sono state uccise dopo il cosiddetto “cessate il fuoco”» ha dichiarato Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per la Palestina e i Territori occupati, durante la presentazione alla Camera del report Genocidio di Gaza.

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«Il progetto coloniale, da immobilismo politico all’immobiliarismo, è un’offesa al sistema che tutti abbiamo messo insieme negli ultimi 80 anni. Non si ricostruisce nulla su fosse comuni, non si ricostruisce nulla su una scena del crimine. Non si possono ricostruire riviere sui luoghi del genocidio. Sono spazi della memoria. A Gaza dovremmo parlare di ecocidio, perché è ormai una terra inquinata e contaminata per generazioni».

Morale selettiva

Le sue sono parole che pesano come macigni: «Noi, come popoli, ci stiamo rendendo conto delle implicazioni di una morale selettiva che abbiamo avuto nel momento in cui è stato commesso l’Olocausto, quando abbiamo disumanizzato il popolo ebraico, i dissidenti politici e le persone non conformi all’idea di razza pura. C’è la possibilità di una rinascita e di un riscatto attraverso l’intersezionalità delle lotte: dalla difesa dei centri sociali alle lotte per i diritti dei lavoratori, contro le discriminazioni». E ancora:

I danni dopo l’attacco israeliano in un campo che ospitava gli sfollati nel quartiere al-Mawasi di Khan Younis, dove hanno perso la vita due ragazze e un paramedico, 4 febbraio 2026. Foto: Tariq Mohammad / Apa Images

«Ci sentiamo tutti chiamati in causa, anche nella difesa del popolo palestinese».

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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