Foto: Caroline Irby

Sfollati in Sudan, una dignità che disarma. In dialogo con Antonia Vadalà di Unhcr

Attiva nel documentare quella che è la più grave crisi umanitaria al mondo, l'operatrice ci racconta, dal campo, i bisogni e le esperienze meno visibili delle persone fuggite dalle proprie case
19/06/2026
5 minuti di lettura

Entrato nel suo quarto anno di guerra civile, sempre più alimentata da attori internazionali interessati a oro, idrocarburi e terre rare, il Sudan è la più grave crisi umanitaria globale. Tra fame, violenze ed emergenze sanitarie, secondo le Nazioni Unite sono quasi 14 milioni gli sfollati, e 33 milioni i civili bisognosi di assistenza, assistenza messa a rischio dai tagli agli aiuti umanitari. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, abbiamo contattato Antonia Vadalà, operatrice dell’Agenzia Onu per i Rifugiati a Kosti, in Sudan, che ogni giorno incontra persone che hanno perso tutto.

«Storie che non fanno notizia, ma che hanno diritto a un futuro».

Antonia, oggi il Sudan è considerato una delle più gravi crisi di sfollamento al mondo, con milioni di persone costrette a lasciare le proprie case. Quali sono le storie dietro questi numeri?

Sul campo, ogni numero che riportiamo nei nostri rapporti corrisponde a una famiglia, a una storia precisa. Incontro spesso madri arrivate da sole con i loro bambini dopo giorni di cammino – a volte quattro o cinque giorni a piedi, spesso attraverso zone non sicure dove i combattimenti imperversano – perché i mariti sono rimasti indietro, sono stati separati durante la fuga, o non ci sono più. La maggior parte delle famiglie che arrivano nei siti di accoglienza si ritrova senza nulla: senza documenti, senza vestiti di ricambio, senza sapere dove dormiranno quella notte né cosa mangeranno il giorno dopo.

Quali bisogni umani emergono più spesso sul campo?

Quello che emerge più spesso è un bisogno fortissimo di stabilità – non solo materiale, ma anche psicologica e relazionale. Persone che hanno già vissuto un primo sfollamento, poi un secondo, a volte un terzo, e che ogni volta devono ricostruire da zero qualcosa che assomigli a una routine: un posto dove i bambini possano giocare in sicurezza, un punto d’acqua vicino, una persona di riferimento a cui chiedere aiuto o semplicemente raccontare cosa è successo. E dietro tutto questo, sempre, la domanda più semplice e più difficile da affrontare: “quando potremo tornare a casa?” – una domanda alla quale, oggi, non abbiamo una risposta da dare, e che pesa su ogni interazione che abbiamo con queste famiglie.

Molte persone associano la crisi sudanese esclusivamente ai combattimenti. Qual è l’emergenza meno visibile che il mondo non sta vedendo? 

Credo uno degli aspetti più sottovalutati sia l’insicurezza alimentare e le sue conseguenze a catena – un fenomeno che si è aggravato silenziosamente nel corso di questi tre anni. Si parla molto dei combattimenti, ma meno di cosa succede quando un conflitto distrugge i raccolti, fa esplodere i prezzi dei beni alimentari, di carburante e fertilizzanti – il tutto accompagnato da un’inflazione alle stelle, con 1 pound sudanese equivalente oggi a 0.0017 centesimi di dollaro americano. A questo si aggiunge il cambiamento climatico, con periodi di siccità sempre più prolungati e inondazioni sempre più intense che distruggono i raccolti e contaminano le fonti d’acqua. Il risultato è che oggi 4,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta.

C’è un altro aspetto umanitario non ancora raccontato abbastanza dalla comunità internazionale?

Si, senza dubbio la questione della protezione, in particolare quella dei minori e delle donne. Bambini non accompagnati che arrivano da soli ai confini, spesso senza che nessuno sappia chi siano i loro familiari o dove si trovino. Donne e ragazze esposte a rischi elevati di violenza di genere lungo i percorsi di fuga e nei siti sovraffollati, dove la mancanza di privacy e di illuminazione notturna aumenta ulteriormente la vulnerabilità. Sono storie che non fanno notizia perché non hanno un’immagine forte e immediata da mostrare – ma sono tra le ferite più profonde e durature di questa crisi, quelle che continueranno ad avere conseguenze anche quando, un giorno, il conflitto finirà.

Foto: Unhcr

Cosa accade quando i finanziamenti non tengono il passo dei bisogni? Unhcr ha più volte evidenziato il forte divario tra risorse disponibili e bisogni umanitari.

Le conseguenze sono immediate e tangibili, e si traducono ogni giorno in scelte che nessuno dovrebbe dover fare. Quando i fondi non arrivano, diventa necessario decidere quali cliniche tenere aperte e quali rischiano di chiudere, quali distribuzioni di aiuti rimandare, quali famiglie riceveranno una tenda questa settimana e quali dovranno aspettare ancora, chissà per quanto tempo. Ho visto cliniche dove le scorte di medicinali essenziali – anche quelli contro la malaria, una delle principali cause di malattia qui – rischiano di esaurirsi nel giro di poche settimane. Ambulanze che non possono coprire tutti i trasferimenti necessari verso ospedali più grandi. Distribuzioni di cibo rinviate, a volte saltate del tutto. Un esempio molto recente arriva dallo stato del Blue Nile. Nelle ultime settimane decine di migliaia di persone sono arrivate nei siti di accoglienza vicino a Damazine: da un lato famiglie sfollate dai combattimenti all’interno del paese, dall’altro rifugiati sudanesi che stanno tornando dal Sud Sudan – molti dei quali ci hanno detto di essere rientrati proprio perché i tagli agli aiuti umanitari nei campi del Sud Sudan hanno reso la vita lì insostenibile.

Persone che tornano in un paese in guerra perché altrove l’assistenza è venuta meno?

È un cortocircuito difficile da spiegare. Per molte di queste famiglie, non abbiamo ancora potuto distribuire tende o kit di beni essenziali: le scorte a disposizione sono una frazione di quello che servirebbe, e i lotti più grandi attesi dai partner non sono ancora arrivati per problemi logistici e di permessi. Il risultato è che persone arrivate dopo giorni di cammino si trovano ad affrontare l’inizio della stagione delle piogge non sotto una tenda, ma sotto ripari di fortuna costruiti con rami e teli raccolti sul posto – o ammassate in spazi condivisi con altre famiglie, dove la pioggia entra da ogni lato. Non è una statistica astratta. È una famiglia, stasera, sotto la pioggia, che aspetta qualcosa che ancora non è arrivato – e che, se i fondi non arriveranno, forse non arriverà affatto.

Secondo la ricerca realizzata per la campagna “Torniamo a sentire”, testimonianze dirette e immagini autentiche sono ciò che genera maggiore empatia. C’è un incontro o un momento vissuto in Sudan che, più di ogni statistica, può aiutare noi qui in Italia a comprendere cosa significa essere costretti a fuggire?

Se potessi scegliere un’unica immagine, sarebbe quella Hawa. Lei viene da un villaggio vicino a El Fasher, in Darfur. È arrivata a Damazine, nel Blue Nile, dopo essere stata costretta a fuggire con tutta la famiglia. Durante il viaggio e negli attacchi ha perso il marito e i fratelli. Una delle sue figlie, dopo tutto questo, ha sviluppato gravi problemi di salute mentale. Mi ha raccontato che dormono a terra in uno dei siti di sfollati interni, dove non conoscono nessuno, e non hanno un telefono per provare a rintracciare il resto della famiglia – non sanno se sono vivi o morti. Eppure, quello che mi ha colpito di più non è stato il racconto della perdita, ma come ha concluso: ha detto che dopo tutto questo non può sentirsi bene, ma che si affida a Dio – e che se un giorno le condizioni lo permetteranno potrà pensare di tornare in Darfur, altrimenti resterà lì, con la comunità che ha trovato. Non c’era rabbia nelle sue parole, né richieste eccessive. Solo i bisogni più essenziali: assistenza medica, cibo, e la possibilità, forse, di ritrovare chi ha perso. È una dignità che disarma, perché arriva da chi ha perso letteralmente tutto tranne la fede e la cura per i figli che le sono rimasti. Se potessi far arrivare una sola cosa agli italiani, sarebbe questa: non l’immagine della fuga, ma quella di una donna che, dopo aver perso marito, fratelli, e la salute mentale di una figlia, riesce ancora a dire “mi affido a Dio” e a guardare avanti – perché non ha altra scelta, e perché i suoi figli hanno bisogno che lei lo faccia. Dietro ogni cifra che doniamo ci sono persone come Hawa.

E meritano che qualcuno, da lontano, scelga di non guardare altrove e magari di fare qualcosa, anche piccolo, perché abbiano l’opportunità di ricostruirsi un domani più sicuro.

Per donare

unhcr.it/campagna/torniamo-a-sentire-2026/

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Francesca Santoro
Francesca Santoro
Giornalista pubblicista. Laurea in comunicazione, specializzazione in marketing e comunicazione nel no profit. Per 15 anni si è occupata di comunicazione e progettazione formativa nell’ambito del consumo critico. Dal 2016 crea contenuti online e interventi formativi per progetti, enti, associazioni.
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