È Anne Carson il premio Nobel per la Letteratura 2026, «per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea». Classe 1950, poetessa e saggista canadese tra le voci più intense e acclamate del panorama anglofono contemporaneo, Carson ha ricevuto la notizia mentre si trovava in Islanda “ad ascoltare il vento”.
E già in questa immagine è racchiuso un piccolo miracolo, il senso di una scrittura che sfiora l’invisibile e lambisce territori infiniti.
In dialogo con il mondo greco
Nota per la capacità di dar vita a opere anfibie, difficilmente incasellabili nelle gabbie di genere, l’autrice si è distinta nel tempo anche per le raffinate traduzioni dal greco, con uno sguardo capace di appuntarsi sulla complessità delle tragedie di Euripide, Eschilo e Sofocle, passando per la bellezza dei versi di Saffo, in un dialogo costante con ciò che non smette di raccontare e parlarci.
Fuori da perimetri e caselle di genere
Non è un caso che le sue opere fondino con armonia estratti di prosa, poesia, dialoghi teatrali, ispirazioni e traduzioni di classici, quasi a mostrare come la grande letteratura – ancora una volta – si trovi in territori di confine, là dove è impossibile tracciare perimetri perché presente e passato convivono, si specchiano, per ricordare al mondo quanto sia necessario coltivare la memoria, e un senso vivo di infinito.
È una scrittura interrogante quella di Anne Carson, che porta il lettore – come lei stessa ama dire – sul «margine dell’acqua», dove la lingua si scioglie e la forma si sfrangia, fluttua, al pari degli elementi naturali che tornano nella sua vita e nelle metafore del comporre, quasi a racchiudere l’impossibilità di circoscrivere ciò che la anima, che sia l’ispirazione o la lingua, il contenuto o lo stile.
Lingua liquida e trasformativa
Apparsa in Italia per la prima volta nel 2000 con Autobiografia del Rosso (riedito vent’anni dopo per La Nave di Teseo con traduzione di Sergio Claudio Perroni), l’autrice ha dato alle stampe per Donzelli, nel 2010, un libro significativamente intitolato Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, in cui pagine di diario convivono con appunti di viaggio, saggi e racconti, per riflettere sulla capacità trasformativa del linguaggio, vero fil rouge di un’opera potenzialmente interminabile perché in continua ri-declinazione.
Un lavoro sul pensiero e sul linguaggio
Lo mostra bene La Norma sbagliata, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Utopia, che nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli ha contribuito in maniera significativa a diffondere l’opera di Carson attraverso opere quali Economia dell’imperduto (2020, con uno scritto di Antonella Anedda), Eros il dolceamaro (2021, con uno scritto di Emmanuela Tandello) e Decreazione (2023). Ebbene, La Norma sbagliata parte ancora una volta dal principio dalla frammentazione per generare un flusso, un lungo lavoro sul pensiero e sul linguaggio in cui laghi, acqua, notti, soglie divengono metafore dell’immaginazione, di una scrittura ora nitida ora gelida, capace di sconfinare nell’assurdo, di passare di genere in genere per destabilizzare la norma e mai la lettura, raccogliendo i migliori tratti di uno spirito “libero”, di quella che Harold Bloom ha definito con finezza «una scrittrice sapiente».
Attraverso il mito la comprensione del contemporanea
Nei lavori per Crocetti, tradotti ancora una volta da Ceccagnoli (Era una nuvola, 2021; Vetro Ironia e Dio, 2023; Come l’acqua, 2025), Anne Carson ripensa poi le figure e le storie del passato in un trattamento dei miti che supera la semplice rilettura e diviene dispositivo di comprensione del presente, categoria per riflettere sulle relazioni contemporanee, sulle increspature del quotidiano, là dove Marilyn Monroe incontra Elena di Troia e le incongruenze di un rapporto sentimentale appaiono più chiare mediante il cortocircuito con Cime Tempestose di Emily Brönte.
Indagando l’umano, dal classico al pop
Non solo presente e passato, ma alto e basso convivono nella scrittura di questa autrice il cui ultimo intervento pubblico è un articolo sul concerto-evento della cantante spagnola Rosalía a Chicago, apparso sulla “London Review of Books”. Per Carson non esistono infatti territori preclusi o gerarchie culturali: una tragedia di Euripide e un’esibizione pop abitano il medesimo spazio d’indagine, uniti dalla stessa tensione verso ciò che è umano, viscerale e inafferrabile. È proprio in questo sconfinamento continuo – tra la misura del frammento classico e l’impatto della cultura contemporanea – che la sua voce trova la propria inconfondibile misura.
Leggere Anne Carson significa accettare di muoversi su un terreno instabile, dove il rigore filologico si trasforma in poesia e la fragilità diventa uno strumento di pura conoscenza.


















