Si annuncia come uno degli eventi espositivi di maggior richiamo della stagione la grande retrospettiva dedicata a Keith Haring che il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita fino all’11 aprile 2027. Oltre 140 opere provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, con la curatela di Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, compongono un caleidoscopio di tecniche e linguaggi pensato per restituire appieno la straordinaria versatilità dell’artista.

Un linguaggio per connettere le persone
«Perché proporre le opere pop, colorate e vivaci di Keith Haring a più di 30 anni dalla sua morte (il pittore è morto per complicazioni dovute all’Aids nel 1990, ndr) all’interno di un palazzo storico come questo? – ha spiegato Kaoru Yanase in conferenza stampa – Negli anni ’80 non c’erano internet, smartphone o pc. Era l’epoca in cui nascevano la cultura hip hop e la street art. In un contesto politico e sociale molto conservatore e caotico, ci si chiedeva come connettere le persone e far passare i messaggi. Ancora oggi affrontiamo sfide simili: guerre, questioni di genere, i diritti Lgbtq+. Haring diceva che l’arte non può salvare il mondo, ma può darci degli spunti per riflettere su chi siamo e dove andiamo».
I simboli come un alfabeto visivo
L’attualità del messaggio di Haring e la sua immediata accessibilità sono tra i motivi che spingono a prevedere un eccezionale afflusso di pubblico nei prossimi mesi. Un aspetto chiarito con precisione dal professor Claudio Zambianchi nel suo intervento: «Il suo è un sistema combinatorio molto astuto che funziona quasi come un alfabeto.
I suoi simboli, dal cane al personaggio alato fino al bambino radiante, creano un linguaggio facile da leggere ma radicato in una cultura complessa. Haring non è un semplice writer di strada: si è formato alla School of Visual Arts di New York con maestri come Joseph Kosuth e frequentando autori come William Burroughs, da cui riprende l’idea del cut-up e del collage di segni».

L’arte accessibile a tutti
Dalla cultura di strada e dalla sua intima inclinazione, Haring aveva mutuato la convinzione che l’arte non dovesse ridursi a mera merce, ma restare fruibile a tutti nelle metropolitane e negli spazi pubblici, come dimostra il celebre murale Tuttomondo, dipinto a Pisa nel 1989 in appena quattro giorni.
«Le sue opere, anche quelle più imponenti – ha aggiunto l’accademico – nascono senza disegni preparatori. Il suo modo di lavorare si sviluppa in modo rapido e fluido, paragonabile a un’improvvisazione jazzistica, dove la musica faceva costantemente da sottofondo al processo creativo».
Dodici capitoli per ripercorrere la carriera
Il percorso espositivo si articola in dodici capitoli tematici introdotti da apparati testuali che accompagnano il visitatore dagli esordi fino al lavoro svolto in Italia nel 1983, concludendosi con la sezione dedicata all’impegno educativo e sociale dell’artista: opere per l’infanzia, murales ospedalieri, commissioni pubbliche e sculture che spaziano da edizioni tascabili a installazioni monumentali.

Apocalypse, un mondo sconvolto dal caos
Di drammatica e stringente attualità appare la serie di ventidue litografie intitolata Apocalypse, realizzata nel 1988 a partire da dieci testi in prosa di William S. Burroughs, figura centrale della Beat Generation. L’opera evoca un mondo sconvolto dal caos e dal collasso della realtà, tra cieli squarciati, folle urlanti ed esplosioni, rielaborando suggestioni provenienti dalla pubblicità, dalla storia dell’arte e dall’immaginario cattolico.
Il legame con Francesca Alinovi
«Sento di essere un prodotto di questo periodo, sono cresciuto guardando quell’uomo sulla luna in televisione, conoscendo l’energia atomica. Così in qualche modo le mie opere devono essere completamente moderne o contemporanee perché sono state fatte da me e io sono solo un ventiquattrenne immerso nella cultura pop americana», dichiarò Haring a Francesca Alinovi, la brillante critica d’arte italiana che per prima ne intuì la portata globale e teorizzò la trasformazione della cultura underground di New York nel fenomeno internazionale dell’Arte di Frontiera.
Dopo il tragico omicidio di Alinovi a Bologna a soli 35 anni, lo stesso Keith Haring le dedicò l’opera Untitled (Painting for Francesca Alinovi) nel 1984, in segno di profondo rispetto.

La collezione nata in Giappone
A raccogliere idealmente quell’eredità fu Kazuo Nakamura, che incontrò l’arte di Haring a New York nel 1987. Colpito dall’energia visiva delle sue linee e dall’urgenza dei messaggi civili, dall’attivismo per la consapevolezza sull’AIDS alla difesa dei diritti umani, Nakamura avviò una collezione monumentale. Oggi il museo di Hokuto, con circa trecento opere e oltre settecento materiali d’archivio, rappresenta la più grande raccolta privata al mondo dedicata al pittore, che grazie alla volontà del suo fondatore e l’impegno di Kaoru Yanase è ora in gran parte a Roma.

È dunque alla sensibilità della studiosa italiana e alla passione del collezionista giapponese che si deve, in ultima analisi, la genesi di questa preziosa esposizione capitolina.


















