“Sono figlia di partigiani. Ho allenato il mio corpo”, scrive Marina Abramović nel suo memoir uscito nel 2016 (edito in Italia da Bompiani). Nata nel 1946 da genitori comunisti sotto il regime di Tito nella Jugoslavia postbellica, l’artista, considerata da tempo la madre della performance art, è stata educata secondo una ferrea etica del lavoro, che le ha permesso di mettere alla prova i limiti fisici – del dolore, dello sfinimento e del pericolo – e ha dilatato per sempre i confini di ciò che definiamo arte.

Tra arte contemporanea e tradizione veneziana
Nel 2026, per il suo 80esimo compleanno, le Gallerie dell’Accademia di Venezia la onorano – prima donna della storia – di una grande mostra, presentata nell’ambito della 61esima Biennale di Venezia e organizzata in collaborazione con il Marina Abramović Institute e il Modern Art Museum Shanghai. L’esposizione, curata da Shai Baitel, direttore artistico del MAM di Shanghai, in stretta collaborazione con l’artista, si sviluppa sia nelle gallerie della collezione permanente del museo che negli spazi per le esposizioni – anche questa una prima nella storia dell’istituzione – inserendo la pratica di Abramović nel cuore del patrimonio veneziano e stabilendo un dialogo profondo tra la sua pionieristica arte performativa e i capolavori del Rinascimento che hanno plasmato l’identità culturale della Serenissima.
Oggetti che invitano alla relazione
Lei assente, ma presente tramite un avatar sviluppato da Taex, invita attraverso una serie di indicazioni più o meno comprensibili a sperimentare una serie di Transitory Objects interattivi, come letti di pietra o piramidi di cristalli, sdraiandosi, sedendosi o stando in piedi sopra di essi, attivando quella che chiama “trasmissione di energia”. Una trasmissione che, come spiega Baitel, non appartiene solo ai materiali né solo allo spettatore, ma nasce dalla relazione fra i due. L’opera, insomma, è ciò che accade tra corpo, materia e durata.

Il pubblico parte attiva della performance
In Laguna, nella città che per secoli è stata crocevia di cultura, commercio e circolazione di materiali rari, l’uso di quarzo, ametista e altri elementi naturali da parte dell’artista risuona con la storia del mosaico veneziano e con la ricerca rinascimentale della trasformazione materiale e metafisica. D’altro canto, ponendo il corpo del visitatore al centro dell’opera, la curatela spinge verso una forma di presenza, partecipazione e possibilità di cambiamento interiore, a scapito della mera osservazione passiva. Difficile, avendo avuto la fortuna nel 2025 di vedere lo splendido allestimento curato da Giulio Manieri Elia, Guido Beltramini e Francesca Borgo per Corpi moderni. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione, non rimandare la mente a quel racconto del corpo, come costruzione culturale ed elemento plasmato dalla scienza, dall’arte e dalle convenzioni sociali.

Costruire esperienza nel regno della bellezza
Eppure dalle parti di Abramović, sempre più feticcio malgrado una scritta sulle pareti avverta che “L’artista non deve essere un’icona”, siamo in tutt’altro sentire con il suo tentativo di continuare a costruire esperienza in un’epoca che non fa che consumare immagini. Venezia, con la sua bellezza quasi irreale e la sua storia stratificata, è forse l’unico luogo dove questo tentativo può ancora avere senso.
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Marina Abramović ha dichiarato: «Avevo 14 anni quando mia madre mi portò per la prima volta alla Biennale di Venezia. Viaggiammo in treno da Belgrado e quando uscii dalla stazione e vidi Venezia per la prima volta, cominciai a piangere. Era così incredibilmente bella, come mai avevo visto prima. Da allora, tornare a Venezia è diventata una tradizione e, dopo aver ricevuto il Leone d’oro nel 1997, la città ha sempre occupato un posto speciale nella mia vita».
Dolore e trascendenza
Culmine della mostra è la presentazione di Pietà (con Ulay) del 1983, posta in dialogo diretto con la Pietà di Tiziano (1575-76 circa), il suo ultimo capolavoro incompiuto completato da Palma Giovane. Questo storico abbinamento, in occasione del 450esimo anniversario del dipinto, riformula le tipologie rinascimentali di dolore, trascendenza e redenzione attraverso una lente contemporanea e sottolinea il ruolo duraturo del corpo umano come luogo di sofferenza e di elevazione spirituale.
Un invito alla concentrazione
Il consiglio? Prendersi del tempo e fare proprio, almeno un po’, il metodo Abramović, quell’insieme di pratiche fisiche e mentali che l’artista serba ha messo a punto per allenare concentrazione, resistenza e consapevolezza, nel silenzio e nella lentezza.
Per saperne di più
Marina Abramović: Transforming Energy
Gallerie dell’Accademia
Campo della Carità, Dorsoduro 1050, Venezia
Fino al 19 ottobre 2026
Aperto da martedì a domenica, ore 9.00 – 19.00 (la vendita dei biglietti termina alle ore 18.00)
gallerieaccademia.it











