“Il teatro dove il teatro non c’è”. E’ il payoff di Ermo Colle, non un festival, ma un vero e proprio Palio teatrale, musicale e poetico che declina l’omaggio alla solitudine leopardiana in una manifestazione che fa della partecipazione popolare e del nomadismo culturale la sua cifra e il suo orgoglio. Ermo Colle è infatti il festival diffuso che anche quest’anno, giunto alla venticinquesima edizione, animerà dal 28 luglio al 13 agosto i tredici comuni del territorio parmense che ospitano gli spettacoli e gli eventi del ricco programma.

Questa rassegna anomala e molto amata trova spazio nei cortili delle case, nelle piazze, nelle pievi, nei boschi, nei castelli, dall’Appennino alle rive del Po.
Il teatro che non c’è e i suoi luoghi
I tredici comuni (Collecchio, Corniglio, Felino, Langhirano, Lesignano De’ Bagni, Montechiarugolo, Neviano degli Arduini, Parma, Sala Baganza, Sorbolo Mezzani, Tizzano Val Parma, Torrile, Traversetolo) diversi per altitudine, estensione o densità, sono tutti di altissimo interesse storico, artistico e naturalistico. Territori spesso fragili dal punto di vista idrogeologico ma «assolutamente ospitali e accoglienti, attraversati da un senso di umanità profondo. Comuni che si prodigano durante tutto l’anno, con il sostegno e l’intervento delle amministrazioni pubbliche, delle Pro Loco, dei circoli, dei privati, perché questa manifestazione possa accadere».
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A raccontare Ermo Colle è Adriano Engelbrecht, direttore artistico del festival da ormai vent’anni, a lungo collaboratore della storica compagnia Lenz Rifrazioni, performer, poeta, musicista: Tristano e altri versi per il teatro il suo libro appena uscito per Bertoni sui testi scritti per la scena; La tramontanza la raccolta di versi pubblicata nel 2023 per Diabasis.
Ermo Colle è arrivato al quarto di secolo. Un traguardo importante che conferma il legame con il territorio e la sua gente. Qual è il segreto di questo successo?
Ermo Colle è nato in montagna, all’interno di un piccolo boschetto a circa 800 metri sull’Appennino dove al tramonto si leggevano delle poesie. Da lì partì l’avventura per costruire qualcosa di più articolato, di più ampio, diventando un’iniziativa che ha riscontrato subito grande apprezzamento. Il segreto è nel nomadismo dell’iniziativa perché ogni sera si cambia paese portando gli spettacoli in luoghi non deputati al teatro, ma appunto chiostri, rive di laghi, case, corti, ville e questo “viandare” di pubblico e artisti riattiva, attraverso il dispositivo artistico del teatro, della poesia, della musica, della danza, un’appartenenza, il senso di comunità partecipata.
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Ambientare gli eventi in territori poco conosciuti o in spazi insoliti permette agli spettacoli di diventare altro, arte che trasfigura. Arte che ci fa ri-pensare l’ambiente: vederlo come non lo abbiamo mai visto, viverlo come non lo si è mai vissuto.
Come festeggiate i vostri primi 25 anni?
Per questo anniversario abbiamo esteso il festival a iniziative che hanno avuto luogo anche durante l’anno, come gli incontri sull’oralità con Ida Travi, le passeggiate poetico-filosofiche con Duccio Demetrio o Colle per la Memoria il 25 aprile, per ricordare i nostri luoghi, soprattutto quelli di montagna, che hanno vissuto una Resistenza – penso per esempio all’eccidio di Bosco di Corniglio – che va assolutamente raccontata. Il 12 giugno abbiamo avuto il concerto inaugurale dei Wunder Tandem e fino a ottobre ospiteremo incontri di vario genere: il 21 agosto la presentazione del libro Operazione Bologna. 1975-1980: l’inarrestabile onda della strategia della tensione di Antonella Beccaria e Cinzia Venturoli, il 4 settembre, lo spettacolo circense 2984, il 17 ottobre un’azione poetica nel parco di Lesignano Terme.

Il festival diffuso presuppone un rapporto fiduciario, consolidato e stretto con le realtà locali e le amministrazioni che nel tempo avranno anche cambiato di segno politico. Difficoltà?
Abbiamo visto cambiare tante bandiere, tante situazioni politiche differenti, però questo momento artistico un po’ speciale, che si presenta nel mese in cui si abbonda di sagre gastronomiche, è rimasto un baluardo culturale a cui tutti partecipano con convinzione. Le amministrazioni si prodigano ogni anno per valorizzare un aspetto del proprio territorio che ritengono essere poco conosciuto. Le dodici compagnie di ogni edizione sono selezionate tra le circa cento proposte che partecipano ogni anno ad un bando nazionale e parte delle difficoltà, oltre a quelle legate alle crisi di crescita e di confronto, di risposta ai bisogni o alle domande che nel tempo si presentano, viene magari dai bandi sempre più complessi, dall’interazione oggi inevitabile con l’IA.
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E’ stato un percorso tenacemente costruito. Anche perché non siamo un teatro stabile, ma una forza che si aggrega attorno ad un progetto che si rinnova ogni anno con un pubblico sempre più numeroso che si è oggettivamente talmente affezionato da farsi il tour di tutti i dodici paesi, dall’alta montagna di Tizzano e Corniglio all’acquario della biosfera di Sorbolo Mezzani.
Un pubblico itinerante e attivo, che riscopre i luoghi del suo territorio grazie alle arti. Non siete solo un festival, ma un Palio, con tanto di premi.
Il coinvolgimento degli spettatori avviene anche attraverso il voto che esprime la compagnia vincitrice del Premio del pubblico. Poi ci sono il premio della critica, assegnato da una giuria ogni anno diversa, e il premio Ermo Colle. Sempre più spettatori ci chiedono la scheda di voto e si accendono l’entusiasmo e le discussioni. Quassù, invece che di calcio, ci si anima per uno spettacolo, per una poesia. Il Palio è proprio una gara poetica, musicale, che richiama le sacre competizioni greche come le Pitiche che eleggevano ogni quattro anni il miglior aedo. A grande richiesta del pubblico, abbiamo reintrodotto lo spazio dedicato a fine spettacolo ad un dialogo con gli spettatori, “A tu per tu”, uno scambio breve, immediato e molto sentito con i registi e gli attori.

Guardando i titoli della rassegna, si rintracciano fili rossi interessanti: narrazioni dedicate a tante donne meravigliose, storie di marginalità, di follia, di guerra e prigionia. Temi vibranti e drammatici raccontati anche con leggerezza calviniana.
L’immigrazione, la marginalità, la legalità sono temi che, soprattutto attraverso il potentissimo filtro del femminile, devono prendersi uno spazio, soprattutto in un periodo come questo, dove assistiamo a un regresso politico della parola. Perché se cominciamo a riportare in vita termini che non sentivamo dal ‘38, se parliamo di deportazione di immigrati, c’è qualcosa di pericolosissimo su cui non possiamo sorvolare. Allora il teatro ridiventa fortemente politico, rivendica una voce che ha uno statuto primario, oserei dire quasi costituzionale. Rimette dei paletti fondamentali. Ci ricorda che abbiamo già attraversato tutto questo, che ci sono state delle lotte e delle conquiste a cui molte persone hanno offerto la propria vita.
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Il dovere del teatro è anche quello di un impegno morale, etico, da cui non si può prescindere. Si accompagna al miracolo che avviene tutte le sere, alle opportunità di epifania di qualche cosa di meraviglioso che si consuma proprio in quel momento lì, in quell’attimo. Poi scompare, ma anche rimane in tutti coloro che erano presenti.
Dal vostro osservatorio, la scena teatrale vi pare vitale? E attenta anche a questo aspetto etico e politico?
La grande quantità di lavori artistici che abbiamo esaminato ci dice che il teatro, anche al di fuori dei circuiti ufficiali, è ricchissimo, è una sorgente vivissima, una scaturigine, di qualcosa di profondamente urgente e necessario. Ermo Colle è un’opportunità di dare voce a questa ricchezza anche attraverso il gemellaggio con il Resistenza Teatro Festival di Casa Cervi e il festival Voci dell’anima di Rimini. Non una vetrina, ma una rete, uno spazio più progettuale e lungimirante che testimonia anche la volontà degli artisti di non farci dimenticare da dove arriviamo e di rileggere il nostro tempo attraverso ciò che è già stato. Non uno sguardo nostalgico, ma un momento di riflessione comunitaria, un voler essere ancorati alla storia per dire che quello che sta accadendo adesso è molto cattivo, crudele. Il teatro ci riporta alla misura umana, all’essere dell’umano. E ci fa stare al passo, che significa mettersi in cammino per continuare a guardarsi attorno, per non smettere di farsi domande.
Negli anni avete illuminato questi luoghi di magia, di visionarietà, di bellezza. Quanto conta la poesia, il tuo essere (anche) poeta nella progettazione di Ermo Colle?
Ci sono momenti magici in cui tutti gli elementi – parola, musica, ambiente – si fondono alla perfezione. Quel che cerco sempre, ancora prima del teatro, è il momento misterioso in cui la parola, anche eventualmente non comprensibile, scintilla, scaturisce e permette di accedere anche allo spettacolo. Per poesia non intendo semplicemente il testo poetico, perché è poetico un corpo, un pensiero che si presenta sotto forma di realizzazione performativa o di azione scenica. C’’è un legame importante tra verso poetico e scena teatrale e l’origine del tragico, della rappresentazione, sta lì, in quello scarto. Per me, quindi, è fondamentale la condivisione poetica.
In un momento pubblico di lettura collettiva, di partecipazione, di comunità partecipata, in ascolto, come dice Mariangela Gualtieri, di un rito sonoro che ci riguarda tutti.
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