Maria Pia Pepe interpreta Nika in "Don't let the sun"
Maria Pia Pepe interpreta Nika in "Don't let the sun". Foto: © CDV Lomotion

“Don’t let the sun”. Un mondo di fragilità e solitudini, acuite dal caldo estremo

L’esordio nel cinema di finzione della regista svizzera Jacqueline Zünd, uscito nelle sale con Trent Film, è una visione provocatoria ma lucida di un futuro segnato dal cambiamento climatico
13/07/2026
3 minuti di lettura

Cosa succederebbe agli esseri umani, alla flora e alla fauna terrestri se il pomeriggio alle 18.55 le temperature arrivassero a 49 gradiJacqueline Zünd, regista svizzera già apprezzata per i suoi documentari, nel suo primo film di finzione, Don’t let the sun, mette in scena un pianeta in cui i cambiamenti climatici hanno costretto l’umanità per sopravvivere alle ondate di calore a spostare la propria esistenza nelle ore notturne:

trasformando radicalmente non solo gli spazi urbani ma anche le relazioni.

Levan Gelbakhian interpreta Jonah in Don’t Let the Sun. Foto © CDV Lomotion

Relazioni su richiesta

In questo nuovo mondo, Jonah (Levan Gelbakhian, attore e ballerino georgiano che per questo ruolo ha vinto il Pardo per la miglior interpretazione nella sezione Cineasti del Presente al Locarno Film Festival 2025) lavora per un’agenzia specializzata nel fornire “relazioni su richiesta”: un servizio che offre sostituti affettivi a pagamento.

[irp posts=”278759″ ]

È una volta fidanzato di una donna sola, poi figlio di un’anziana coppia, unico studente di un solitario professore universitario, fino ad essere assunto da Cleo (Agnese Claisse) per interpretare il padre di Nika (Maria Pia Pepe), una bambina chiusa e diffidente. In questo incontro fragile e imprevedibile, qualcosa si incrina: mentre Nika comincia lentamente ad aprirsi, Jonah si trova costretto a confrontarsi con emozioni reali.

Prospettive distopiche e realtà

Ha spiegato la regista: «Durante le riprese di Almost There (2016) in Giappone, ho scoperto qualcosa che mi è rimasto dentro: un’agenzia in cui puoi assumere attori professionisti per interpretare qualsiasi ruolo nella tua vita. Possono essere il tuo migliore amico, marito, figlia, amante o addirittura i partecipanti a un funerale. Sebbene questo fenomeno sembri appartenere più che altro alla cultura giapponese, l’ho visto come una prospettiva inquietante anche per le nostre società in Europa».

Jacqueline Zünd
Jacqueline Zünd. Foto: David P. Maynard, Wikimedia Commons (dettaglio)

Vicinanza fisica e vicinanza emotiva

La città in cui si svolge la storia è scarsamente popolata; deserta durante le bollenti ore del giorno, a ricordare le strade cittadine durante i mesi del lockdown vissuto a causa del Covid. «Se il calore rende difficile stare bene nella propria pelle, come si può essere vicini a qualcun altro? – si chiede Jacqueline Zünd – La storia apre riflessioni provocatorie sui legami umani: è sbagliato colmare il vuoto dell’intimità con una sua versione “sostitutiva”? Le relazioni a pagamento sono davvero meno autentiche di quelle spontanee? In fondo, ogni rapporto non è uno scambio? Il film non cerca risposte, ma pone domande che toccano il cuore delle nostre fragilità».

Spazi urbani e solitudini

Per rendere credibile questo futuro imminente, Zünd ha affidato alla scenografa Nicole Hoesli il compito di dar vita a un mondo giallo senape, blu petrolio, verde ottanio, rosa malva: tutte nuance desaturate e polverose che sembrano voler intensificare l’atmosfera sospesa che domina tutto il film.

[irp posts=”278030″ ]

Interessante anche la scelta di utilizzare spazi architettonici molto riconoscibili, come il complesso Monte Amiata progettato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi: «Durante una visita al quartiere Gallaratese di Milano – ha detto la regista – sono rimasta colpita da quella architettura: uno spazio che unisce elementi familiari e visioni futuristiche. Le forme essenziali e la materia spoglia di questi edifici riflettono con forza i paesaggi interiori dei personaggi, dando forma visiva alla loro vulnerabilità e solitudine». Una dichiarazione che fa abbastanza riflettere, riferita come è a una costruzione che nelle intenzioni dei suoi progettisti doveva combattere l’alienazione dei suoi abitanti.

Don’t Let the Sun. Foto © CDV Lomotion

Architetture evocative

Si riconoscono poi il Museo di Storia Naturale, ospitato da un palazzo in stile neogotico appositamente edificato tra il 1888 e il 1893, i Giardini di Porta Venezia, il primo parco pubblico della città, e la grande area dismessa dell’ex Macello a Calvairate, una vasta area comunale di circa 15 ettari, composta da immobili abbandonati e in stato di degrado da diverso tempo (che entro il 2030 dovrebbe essere trasformata in un nuovo quartiere che ospiterà lo Ied, appartamenti in housing sociale, verde e un polo per l’infanzia).

[irp posts=”278583″ ]

Alcune scene, invece, sono girate a Genova, nel grande complesso residenziale di edilizia popolare Pegli 3, progettato nei primi anni Ottanta da Aldo Luigi Rizzo, che è stato da subito ribattezzato Le Lavatrici per l’evidente richiamo formale delle bucature delle terrazze agli oblò di questi elettrodomestici. Caratterizzato da forme monolitiche e da grandi spazi labirintici, anche per via di una serie di funzioni pubbliche previste e mai realizzate, rappresenta un limpido esempio di mancato raggiungimento di troppo irreali pretese progettuali e aspirazioni sociali poco calate nella realtà.

Guarda il trailer di Don’t let the sun

Aspirazioni e azioni

Il contrasto, dunque, tra l’originario progetto delle case scelte come location e la storia dei personaggi che le abitano nel film, non fa che acuire il senso di fragilità non solo delle relazioni umane, ma anche della nostra capacità visionaria.

Se non cambiamo rotta, tutto potrebbe andare molto peggio di quanto abbiamo previsto finora.

 

Mielizia
Ginevra Conte
Storia precedente

To my skin, la crisi climatica e ambientale in un “appello” di corpi danzanti e poesia

Furente. Opera di Fabrizio Carbone
Prossima storia

LA POESIA | “Il furibondo calore dell’estate 2026”, versi e colori di Fabrizio Carbone

Leggi anche...