Cosa succederebbe agli esseri umani, alla flora e alla fauna terrestri se il pomeriggio alle 18.55 le temperature arrivassero a 49 gradi? Jacqueline Zünd, regista svizzera già apprezzata per i suoi documentari, nel suo primo film di finzione, Don’t let the sun, mette in scena un pianeta in cui i cambiamenti climatici hanno costretto l’umanità per sopravvivere alle ondate di calore a spostare la propria esistenza nelle ore notturne:
trasformando radicalmente non solo gli spazi urbani ma anche le relazioni.

Relazioni su richiesta
In questo nuovo mondo, Jonah (Levan Gelbakhian, attore e ballerino georgiano che per questo ruolo ha vinto il Pardo per la miglior interpretazione nella sezione Cineasti del Presente al Locarno Film Festival 2025) lavora per un’agenzia specializzata nel fornire “relazioni su richiesta”: un servizio che offre sostituti affettivi a pagamento.
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È una volta fidanzato di una donna sola, poi figlio di un’anziana coppia, unico studente di un solitario professore universitario, fino ad essere assunto da Cleo (Agnese Claisse) per interpretare il padre di Nika (Maria Pia Pepe), una bambina chiusa e diffidente. In questo incontro fragile e imprevedibile, qualcosa si incrina: mentre Nika comincia lentamente ad aprirsi, Jonah si trova costretto a confrontarsi con emozioni reali.
Prospettive distopiche e realtà
Ha spiegato la regista: «Durante le riprese di Almost There (2016) in Giappone, ho scoperto qualcosa che mi è rimasto dentro: un’agenzia in cui puoi assumere attori professionisti per interpretare qualsiasi ruolo nella tua vita. Possono essere il tuo migliore amico, marito, figlia, amante o addirittura i partecipanti a un funerale. Sebbene questo fenomeno sembri appartenere più che altro alla cultura giapponese, l’ho visto come una prospettiva inquietante anche per le nostre società in Europa».

Vicinanza fisica e vicinanza emotiva
La città in cui si svolge la storia è scarsamente popolata; deserta durante le bollenti ore del giorno, a ricordare le strade cittadine durante i mesi del lockdown vissuto a causa del Covid. «Se il calore rende difficile stare bene nella propria pelle, come si può essere vicini a qualcun altro? – si chiede Jacqueline Zünd – La storia apre riflessioni provocatorie sui legami umani: è sbagliato colmare il vuoto dell’intimità con una sua versione “sostitutiva”? Le relazioni a pagamento sono davvero meno autentiche di quelle spontanee? In fondo, ogni rapporto non è uno scambio? Il film non cerca risposte, ma pone domande che toccano il cuore delle nostre fragilità».
Spazi urbani e solitudini
Per rendere credibile questo futuro imminente, Zünd ha affidato alla scenografa Nicole Hoesli il compito di dar vita a un mondo giallo senape, blu petrolio, verde ottanio, rosa malva: tutte nuance desaturate e polverose che sembrano voler intensificare l’atmosfera sospesa che domina tutto il film.
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Interessante anche la scelta di utilizzare spazi architettonici molto riconoscibili, come il complesso Monte Amiata progettato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi: «Durante una visita al quartiere Gallaratese di Milano – ha detto la regista – sono rimasta colpita da quella architettura: uno spazio che unisce elementi familiari e visioni futuristiche. Le forme essenziali e la materia spoglia di questi edifici riflettono con forza i paesaggi interiori dei personaggi, dando forma visiva alla loro vulnerabilità e solitudine». Una dichiarazione che fa abbastanza riflettere, riferita come è a una costruzione che nelle intenzioni dei suoi progettisti doveva combattere l’alienazione dei suoi abitanti.

Architetture evocative
Si riconoscono poi il Museo di Storia Naturale, ospitato da un palazzo in stile neogotico appositamente edificato tra il 1888 e il 1893, i Giardini di Porta Venezia, il primo parco pubblico della città, e la grande area dismessa dell’ex Macello a Calvairate, una vasta area comunale di circa 15 ettari, composta da immobili abbandonati e in stato di degrado da diverso tempo (che entro il 2030 dovrebbe essere trasformata in un nuovo quartiere che ospiterà lo Ied, appartamenti in housing sociale, verde e un polo per l’infanzia).
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Alcune scene, invece, sono girate a Genova, nel grande complesso residenziale di edilizia popolare Pegli 3, progettato nei primi anni Ottanta da Aldo Luigi Rizzo, che è stato da subito ribattezzato Le Lavatrici per l’evidente richiamo formale delle bucature delle terrazze agli oblò di questi elettrodomestici.
Guarda il trailer di Don’t let the sun
Aspirazioni e azioni
Il contrasto, dunque, tra l’originario progetto delle case scelte come location e la storia dei personaggi che le abitano nel film, non fa che acuire il senso di fragilità non solo delle relazioni umane, ma anche della nostra capacità visionaria.
Se non cambiamo rotta, tutto potrebbe andare molto peggio di quanto abbiamo previsto finora.











