
L’ultima foresta è la tragica storia di una famiglia di migranti climatici e di un ambiente naturale, mitico, violentato – storie che camminano parallele e nello stesso tempo s’intrecciano, perché le ragioni dell’una sono quelle dell’altra. Arren, la moglie e i tre figli bambini, costretti a lasciare la loro fattoria distrutta da un uragano (conseguenza dei cambiamenti climatici), iniziano il loro “cammino della speranza” (espressione ormai stereotipizzata che andrebbe resa alle sue origini – il film che Germi girò a partire da un romanzo, Cuori negli abissi di Nino Di Maria, che parlava di quando erano i migranti italiani a morire). Una lunga strada verso un futuro che non pretende nulla di più della sopravvivenza, e che attraversa un ambiente che tenta di resistere allo sfruttamento cieco e autodistruttivo nato dall’ottusa hybris di un uomo ormai dissociato degli ecosistemi cui appartiene:
«Il nemico, in verità, aveva pensato Arren, è la nostra arroganza […]. C’entravano tutti. Non era una questione di ceto sociale. […] Dio era nella pioggia, pensava Arren. E nel cielo al mattino. Nel fitto delle foreste dove si rintanavano i pochi animali selvatici rimasti. Lontano dall’uomo che scavava come le talpe. Cieco. Alla ricerca di cosa. In cambio avrebbe ottenuto soltanto silenzio e lava. Radici e insetti. Il dio fauno dei misteri. Fino a che la terra avrebbe tremato».
Dove comincia la distruzione
L’origine della distruzione non è legata a un destino che prescinde l’umano (com’è nella tragedia classica), ma è totalmente interna alla logica dello sfruttamento totale del modello capitalista, che prevede ogni scempio senza ritorno come una necessità ben più definitiva del capriccio di un dio. E Dio assiste alla distruzione del suo mondo come non potesse lui stesso fermarla. Come ai tempi dell’olocausto nazista (non a caso evocato a commento di quello di animali e migranti – la storia si ripete amplificandosi, com’è dei cerchi che fa un sasso nell’acqua). Lo stupro della Natura madre è uguale a quello subito dalle donne migranti. La violenza contro la madre orsa è uguale a quella contro le madri migranti. Una stessa logica perversa considera più importante un documento d’identità di un essere umano, una pelliccia – di un cucciolo. Con una scrittura asciutta e poetica, Garofalo ci immerge nell’angoscia dell’incubo nato da quella logica. Jacek, uno dei bambini della famiglia in fuga, mette in scena quell’incubo nel delirio che precede la morte. In sogno vede guerre e disastri ambientali, e infine incontra l’orsa, simbolo della maternità disconosciuta della Natura.
Il confine tra cura e amore
Un incontro che i suoi fratelli vivranno nella realtà, unici sopravvissuti della loro famiglia, dopo che l’orsa avrà fatto giustizia degli assassini dei propri figli e di Arren e la moglie, e lascerà in vita i cuccioli di uomo, innocenti come i suoi. Esiste in latino una parola di grande bellezza – pietas, nome che indica una divinità quanto la cura per l’altro. In russo ne esiste una altrettanto bella – ljubov’, che indica sia l’amore che la virtù teologale della Carità. L’accostamento tra le due parole non è casuale, perché l’ultima foresta di Mauro Garofalo è un luogo mitico (oltre che reale) che segna il confine tra l’est e l’ovest (come fa il Mediterraneo tra sud e nord).
Un confine lungo il quale pietas e ljubov’ smettono di esistere, resistendo solo nei rapporti più stretti, interni alla famiglia.
E il romanzo di Garofalo lo racconta con una forza che nessun reportage potrebbe avere, per quanto coraggioso. Qui sta lo scarto fondamentale tra il giornalismo e la narrativa. La pietas, la ljubov’, raccontate da un’orsa e una bambina, scavano dentro di noi come nessuna immagine, detta, scritta, fotografata o filmata potrebbe fare.
Guarda il video della presentazione di L’ultima foresta
Letteratura come luogo di coscienza
In questo la letteratura è insostituibile nella costruzione di una coscienza umana, prima ancora che civile (anzi, umana, e dunque civile). Perciò le parole che chiudono L’ultima foresta suonano come una promessa che dobbiamo fare a noi stessi – è adesso, «mentre scrivi pensi rubi ami», che il futuro nasce. E proprio per questo può essere anche diverso. La nostra responsabilità di fronte alla Terra, è anche la nostra speranza:
«Abitiamo tutti un’unica casa. (…) Intorno a noi, ovunque, freme la lingua madre che comprende il mondo, pensa il ragazzino, servono solo parole nuove per raccontarlo. (…) Il futuro si sceglie nel presente, sembrano dire gli occhi di sua sorella, Nuri».















