Un Allocco di Lapponia
Un Allocco di Lapponia (Foto: Markus Varesvuo)

Gli Allocchi di Lapponia, magici cacciatori delle nevi

Sacri nelle nazioni nordamericane e ai Sami del nostro Nord Europa, i grandi gufi grigi sono troppo spesso prede fotografiche per birdwatchers o per chi cerca approvazione sui social. E invece questi splendidi animali andrebbero osservati con rispetto e meraviglia
17 Maggio, 2024
2 minuti di lettura

Sono sacri ai nativi di tutto il Paleoartico settentrionale: sacri alle nazioni nordamericane, ai Sami del nostro Nord Europa. Sono i Grandi Grigi, i Great Grey Owl, GGO nell’acronimo dei birdwatchers di tutto il mondo. In Finlandia si chiamano Lapinpöllõ dove il finale pöllö sta per gufo. In italiano lo chiamiamo con il nome scientifico di allocco di Lapponia. Diciamo che è una connotazione nominale che non rende onore al grande strigiforme. Allocco nel comune sentire non va bene, sa di svanito, poco sveglio, abulico per non dire peggio.

Un udito formidabile

E invece no questo Grande Grigio (pensate che gl indiani americani lo ritenevano il messaggero del loro dio Manitu) è un fenomenale cacciatore di arvicole delle nevi, piccoli e simpatici roditori, e dei lemming. Perché? Ha un apparato auricolare, nascosto da una concentrazione irripetibile di piume compatte a raggiera, che gli permette di sentire e localizzare il topino che si muove sotto la neve per sopravvivere rosicchiando l’erba seccata dal gelo. L’allocco di Lapponia allora dall’alto di un grande albero dove è posato parte in volo assolutamente silenzioso e precipita nella neve anche alta afferrando la preda e portandosela via o per portarla al coniuge o per mangiarsela in pace.

 

Un allocco di Lapponia in volo
Un “Lapinpöllõ” in volo nei cieli finlandesi (Foto: Maurizio Azzolini)

Prede fotografiche

La visione del Ggo posato sul ramo di una betulla o di un pino silvestre è fenomenale per chi ama questi animali: l’allocco è diventato una “preda” ambitissima per quel mondo sempre più ampio di chi si dedica alla fotografia naturalistica. E qui mi piacerebbe che si aprisse un dibattito su cosa voglia dire oggi questo vero e proprio sport che per certi versi somiglia, con tutte le debite proporzioni, alla caccia. Il desiderio di fotografare la preda, la specie magari non è così conosciuta o studiata, vale la pena perché è rara e produce applausi, like, cuori, e via dicendo su tutte le piattaforme social esistenti. È un cult, uno dei big five del fotonaturalismo da arrivare all’eccesso, allo sfruttamento della vita naturale di tante specie animali.

Migliaia di scatti addosso

Pensate: ci sono guide specializzate che si fanno ben pagare per portare appassionati da tutto il mondo davanti alla betulla o l’abete dove l’allocco di Lapponia è posato e a riposto. Succede allora che quando tutti i fotografi sono appostati sulla distesa aperta e innevata ai bordi della foresta e sono pronti con ogni tipo di teleobiettivo, di cavalletto e di macchina fotografica, la guida lancia un topino morto sotto l’albero dove è posato il gufo.

Parte la raffica di migliaia scatti quando il Ggo si lancia nel vuoto per prendere la preda aprendo le ali e finendo a terra tra sbuffi di neve candida magari contro sole.

Se capita poi viene organizzata una seconda volta e se l’allocco di Lapponia è stanco o ha già mangiato a sufficienza, viene sollecitato facendo scorrere un ennesimo topolino legandolo a un filo di nylon e tirandolo con il mulinello di una canna da pesca.

 

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I grandi gufi grigi, guardiani della natura incontaminata

Non male per chi si dice amante della natura incontaminata e della bellezza del Grande Nord! Personalmente in quasi 40 anni di viaggi anche lunghi a sud e a nord del circolo polare artico non ho mai voluto partecipare a questa “fiera”. Con moglie e amici abbiamo girato foreste e radure per cercare di vedere i grandi gufi grigi.Più volte li abbiamo visti e abbiamo avuto il privilegio io di disegnarli e mia moglie di fotografarli. Lo scorso marzo ne abbiamo seguito uno aspettando che cacciasse da solo, sperando di vederlo volare abbastanza vicino. Così è stato e tanto ci ha emozionato.

 

Mielizia

Saperenetwork è...

Fabrizio Carbone
Fabrizio Carbone
Giornalista professionista dal 1970, Fabrizio Carbone ha lavorato alla redazione romana de “Il Resto del Carlino” (nel 1972 da New York), de “La Stampa” e di “Panorama”. A partire dalla metà degli anni ottanta ha prodotto e diretto, insieme a Riccardo Truffarelli (gruppo 6 aprile, Perugia) numerosi documentari in Amazzonia, Costa Rica, Norvegia, Finlandia, Inghilterra, Italia per i programmi culturali della Rai3, tra cui Geo, Geo&Geo, il Viaggiatore. Ha diretto 6 speciali, tra il 2004 e il 2007, per la trasmissione Stella del Sud (Rai 1) in Etiopia, Tanzania, Amazzonia, Groenlandia, Norvegia, Mauritania. Coinvolto da sempre nella protezione e nella conservazione della natura è stato tra i soci fondatori del Wwf Italia, consigliere nazionale della stessa associazione, nel 2002, ma anche, nei primi anni ottanta, di Legambiente e Lipu. È direttore responsabile di Greenpeace News.
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