
C’è, in Padre terra di Barbara Buoso (Fernandel, 2024), un sentimento ancestrale di appartenenza, un’antica e indicibile urgenza di ri-appropriazione che si affaccia in un tempo dominato dall’afasia, dal distacco apatico dal mondo. Sorprende – eppure sarebbe così “normale”, se non avessimo perso il senso della terra – imbattersi in un racconto in cui forma e senso rispondono a un concetto di armonia che si fonda sul contatto con la natura.
Quasi un’immersione che sa di tempi andati – altri, ma non alternativi – e di perdute pratiche di relazione.
Legame originario
Quella di Primo e di suo figlio Giovanni, nato dall’intervento di una guaritrice, è infatti una storia di purezza e disinganno, un viaggio al cuore del Polesine che trasuda fatica, sofferenza, dove la vita scorre al ritmo delle stagioni e dei pregiudizi della comunità. Il racconto tattile dei luoghi, la prosa insieme numerosa e sapiente, capace di pescare dal serbatoio del linguaggio agricolo, contadino, restituiscono il senso di un luogo in cui memoria e radici si fondono lasciando tracce nel fruscio degli alberi, nell’odore della pioggia, nel verso degli uccelli.
Due correnti opposte
Due venti sembrano spirare tra le pagine di questo romanzo che è insieme racconto di formazione, affresco familiare, riflessione sulla vita e sulla Storia: da un lato quello benevolo, puro, di un rapporto padre-figlio ispirato al genio della natura e ai suoi modi gentili; dall’altro quello superstizioso, malevolo, di un paese che condanna chi è diverso a un destino di esclusione.
Nascita e stigma
Giovanni è nato grazie agli intrugli della Botanica, donna che la comunità apparenta a una strega, al termine di un lungo travaglio che costa la vita alla madre. Il solo atto di venire al mondo in tale maniera “disgraziata” inchioda il bambino a un avvenire di scherno, mentre in parallelo corre l’amore di suo padre, guida tenera, paziente, in grado di mostrargli la bellezza del creato, le piccole gioie dell’essere su questa terra.
Un’altra idea di crescita
Ed è proprio terra la parola che più riecheggia nel romanzo, a cominciare dal titolo che racchiude in sé i fuochi di un’opera in cui paternità e natura viaggiano sui binari dell’apprendistato alla vita, in un’esistenza che scardina le convenzioni per proporre una nuova idea di crescita, la possibilità di essere uomo senza dover scannare il maiale, senza rispondere alla sopraffazione.
Giovanni non uccide l’animale mandando così all’aria la possibilità di essere accolto dalla comunità. Non picchia né denuncia i compagni di scuola che lo deridono, che lo spogliano, perché in fondo è un essere speciale, diverso, capace di percepire «il ronzio sofferente delle vespe», «la supplica del geranio che sta per essere reciso».
Veneto sospeso
«Il territorio. Nessuno che parla più di terra» afferma il conte, personaggio secondario ma indimenticabile del road-movie veneto di Francesco Sossai Le città di pianura (2025). E in questa foga demolitrice, in cui tutto ha il sapore di un limbo, di un tempo sgarbato e indeciso, Barbara Buoso racconta il Veneto rurale, la sua anima ora angusta ora lucente, sorprendendo il lettore con una scrittura che racchiude in sé molte lezioni, dal realismo magico alla Bontempelli allo sguardo sconfinato di Anna Maria Ortese.
Un’etica della cura
Non c’è reale perdita per chi, come Giovanni, saggia lo scarto tra il linguaggio degli uomini – fatto di convenzioni e inganni – e quello della natura mediante cui scopre la madre e il suo spirito, comunica con gli animali e con la vita. Ed è in questa comunione ancestrale, fuori norma e dunque unica, che il romanzo svela tutta la sua forza: quella di un altro modello di vita, di un’etica diversa fondata sulla cura e sul supporto.
«Il tempo è arrivato, l’aria è tersa, possiamo alzarci in volo. Possiamo finalmente librarci nei cieli!»


















