Dalle strade di Minneapolis il bardo più celebre della working class americana, Bruce Springsteen, l’unico “boss” a stelle e strisce che non è mai stato (e non ha mai voluto essere) un “king”, ha fatto risuonare – munito solo di una dodici corde acustica in mano – la voce di otto milioni di persone riunitesi sotto un verso:
We’ll take our stand for this land, ovvero: “Noi prenderemo posizione per questa terra”.
Terra in condivisione
Ed ecco comparire una parola decisiva nella poetica dell’artista, e nella tradizione cantautorale statunitense in generale, “land”, quella “terra” che non si fa patria nel senso nazionalista ed “esclusivo” del termine, ma che rappresenta uno spazio, una soglia, un’utopia divenuta realtà, nella quale si accoglie e si include costruendo fianco a fianco quella che Leopardi nella Ginestra chiamava la “social catena”, una rete di solidarietà e fratellanza.
Natura e coscienza ecologica
Se tuttavia per il genio recanatese il nemico comune da cui difendersi era costituito da una Natura matrigna e distruttrice, per Springsteen e i migliori songwriters nordamericani (da Bob Dylan a Joni Mitchell di cui abbiamo scritto poche settimane fa a Patti Smith, che ha intitolato un suo album-libro proprio Land, nel 2002), grazie all’acquisizione di una consapevole e rinnovata matrice ecologica, la Natura si spande “as nature sweet incense flows through time”, un “dolce incenso che scorre attraverso il tempo”, come il giovanissimo rocker del New Jersey già scriveva in uno dei suoi primi testi in assoluto intitolato Seascape (1969).
I leggendari concerti No Nukes
Esattamente dieci anni dopo, partecipando ai leggendari concerti “No Nukes: The Muse Concerts For a Non-Nuclear Future”, il rocker avrebbe preso per la prima volta pubblicamente parte a un movimento ambientalista, a seguito dell’incidente di Three Mile Island, assieme a musicisti del calibro di Crosby, Stills and Nash, James Taylor, Carly Simon, Chaka Khan, the Doobie Brothers, Scott-Heron e Tom Petty, tra gli altri.
Il paesaggio come personaggio
Ad eccezione di questa significativa esperienza (tramutatasi anche in un bel docufilm del 2021), l’ambientalismo di Springsteen non è mai stato fatto di slogan forti, pronti per l’uso, ma ha piuttosto provato a riflettere sulla connessione viscerale, ineludibile, tra l’uomo e il territorio: da Darkness on the Edge of Town (1978) a The River (1980), da Nebraska (1982) a Balboa Park (1995), il paesaggio è spesso un personaggio sin dal titolo.
Nella tavolozza dei colori del cantautore gli elementi naturali, che di frequente aprono in campo largo i brani per poi lentamente evolvere sul primo piano della storia da raccontare, non servono solo a inquadrare l’ambientazione della vicenda ma sembrano sempre dialogare con i personaggi che popolano il suo immaginario.
Giustizia ambientale e sociale
La cifra ecologista di Springsteen è quindi intima, assai personale, e sembra gridare forte e chiaro che la giustizia ambientale è indissociabile dalla giustizia sociale: una terra avvelenata è, prima di tutto, un tradimento verso chi la abita.
Contro il profitto
In tal senso, in alcuni dei suoi album più recenti alcuni inquietanti scenari post-apocalittici hanno preso corpo e brani di aperta denuncia come My City of Ruins (2002) e soprattutto Death to My Hometown (2012), Springsteen ha attaccato in maniera tanto lirica quanto frontale chi ha distrutto il territorio per profitto, impiegando metafore che evocano una terra saccheggiata e depauperata per profitto. Basti rileggere qualche verso di quest’ultima:
No shells ripped the evening sky, no cities burning down
No armies stormed the shores for which we’d die
No dictators were crowned
I awoke from a quet night, I never heard a sound
Marauders raided in the dark and brought death to my hometown
(Nessuna granata ha squarciato il cielo serale, nessuna città in fiamme
Nessun esercito ha assalito le rive per cui abbiamo dato la vita
Nessun dittatore è stato incoronato
Mi sono svegliato dopo una notte tranquilla, non ho mai udito un suono
Predoni hanno fatto un’incursione nel buio e hanno portato la morte nella mia città natale)
Natura come redenzione
Con Western Stars (2019), dichiarando inoltre di sostenere attivamente organizzazioni come la Monmouth Conservation Foundation impegnata a preservare gli spazi aperti e le fattorie del suo amato New Jersey, il Boss compie un’ulteriore evoluzione e la natura, già densamente metaforizzata, diventa in definitiva un luogo di redenzione spirituale.
Il West e l’ultima frontiera
Gli spazi aperti del West americano, da non intendersi affatto quali “miti dell’età dell’oro” dei cowboys ma a quei moderni avventurieri che sanno ammirare le stelle shining bright again (“risplendere ancora luminose”), rappresentano nel rinnovamento del legame con la natura l’ultima frontiera di purezza contro la frenesia distruttiva del tecnocapitalismo contemporaneo. Qualcosa che a ben guardare non si discosta molto dai versi epocali di una delle sue ballate più emblematiche, The river:
Down to where the fields were green
We’d go down to the river
And into the river we’d dive
(Giù dove i campi erano verdi
Ce ne siamo andati giù al fiume
E nel fiume ci siamo tuffati)
Visto dal fiume
Dalla prospettiva del fiume, immersi nelle sue dolci acque, possiamo ancora ammirare le stelle risplendere: la declinazione privata, profonda, senza manifesti, della coscienza ecologica di una voce che ancora canta i destini generali di un intero paese.


















