Un inno alla meravigliosa complessità della Terra, un grido alla catastrofica situazione climatica, un gesto di denuncia politico e poetico, tanto essenziale nella forma quanto potente nel messaggio.
E’ possibile parlare dei cambiamenti climatici attraverso uno spettacolo di danza?
Due coreografie e una poesia
E’ la sfida senz’altro vinta di To my skin il dittico che la partenopea Cornelia Dance Company ha portato a Roma, al Teatro India, per presentare anche al pubblico della capitale le due coreografie Before/After di Mauro de Candia (nominato “Coreografo dell’anno” dalla rivista tedesca Tanznetz) e Ardor di Antonio Ruz (coreografo e ballerino spagnolo di fama internazionale), coronate, in chiusura di performance, dalla struggente supplica della poetessa statunitense Andrea Gibson, scomparsa proprio un anno fa dopo una lunga malattia, Homesick: A Plea for Our Planet recitata da Simona De Leo. La scrisse una decina di anni fa, durante un’estate torrida in Colorado, illuminando questa preghiera-appello alla responsabilità e alla gratitudine di straordinarie immagini di bellezza, dalle api che a volte si addormentano nei fiori, ai fiocchi di neve che quando cadono nell’acqua suonano per i pesci come fuochi d’artificio, alle lontre che si danno la mano nel sonno per non perdersi.
Guarda il video di Homesick: A Plea for Our Planet
Before/After – l’ultimo grido del pianeta in Antropocene
Nella scena buia e vuota, solo luci ora taglienti o radenti, ora soffuse, pende dall’alto un grande globo. Nel primo movimento dello spettacolo è bianco, lattescente come l’indifferente luna di Leopardi, circondata di nebbie che il biancore della scena rende immediatamente glaciali. I due danzatori Ginevra Conte e Leopoldo Guadagno che il costumista Francesco Massaro ha rivestito di aderenti “mute” cerulee, quasi metereologiche, si cercano e si perdono nello spazio. Sono esseri umani dallo sguardo inespressivo e distante o è la Terra stessa che nella purezza adamantina del gesto, delle contratture, degli spasmi, piange il suo ultimo grido? Si muovono con rotazioni angolose, vortici spezzati e meccanici, tentativi di incontro destinati inevitabilmente a soccombere sotto una coltre di gelo.
C’è un senso di apocalittico sconforto, della tragica ineluttabilità di chi, come il Titanic che affonda, sta andando incontro al suo destino con incoscienza. A ricordarci dell’iceberg alla deriva è il crescendo di archi quasi percussivi della partitura sonora di Julia Wolfe, un tappeto di enorme intensità fisica che porta performer e pubblico ad una convergenza energetica che sfiora il malessere. Perché c’è malessere in questo antropocene che fino alla nostra pelle porta un “prima” e un “dopo”. E in questo dopo, ricorda Gibson, abbiamo affidato “il nostro futuro proprio nelle mani di coloro che tra il cuore e la testa devono percorrere la strada più lunga, la cui avidità è il fumo che ci impedisce di vedere la nostra vera natura”.

Ardor – fra gli spasmi degli eventi estremi
Diventa rosso fuoco, il globo sospeso, nel secondo atto, agito da cinque danzatori (Manuela Facelgi, Nicolas Grimaldi Capitello, Marta Ledeman, Francesco Russo, Antonio Tello) ora vestiti di bende, fasce e brandelli nei toni della terra e della sabbia. “A dieci anni, nel 1987” ci ricorda la poesia di Gibson “vinsi in quinta elementare il premio della scienza. Avevo creato un progetto di cartapesta con un enorme buco al centro da cui un sole di cartapesta bruciava la pelle di una Barbie in costume sdraiata sul prato”. I ghiacciai già si scioglievano come cubetti di ghiaccio nella limonata, ma nessuno aveva ancora Tweet che avrebbe affamato il mondo dei fatti e la bambina non sapeva che quella ricerca era un atto politico. Quarant’anni dopo, eccoci a sopravvivere tra un “evento estremo” e l’altro, delusi dalla cupidigia dei potenti e dalla pavidità dei summit.
In Ardor i cinque danzatori, trasportati dal ritmo incalzante e asfissiante costruito da Aire, si cercano, si fondono, si amalgamano come magma, oppure si torcono e sussultano come fiamme in uno spazio fumoso che manca ora di aria, fertilità e respiro. La coreografia di Ruz porta incandescenza, movimenti plastici che fluiscono e si ridefiniscono continuamente, spingendo la tensione creativa propria del calore verso il fuoco di un ardore che distrugge, dissecca e genera ribollire di forme viscerali eppure prive di vita.
Nei versi di Gibson, ricordare di essere natura
E’ l’atto finale, tanto asciutto quanto catastrofico, a rivelarci plasticamente e inequivocabilmente la fine che ci aspetta, se… Se non impariamo a “modellare i nostri cuori su quello del primo abete rosso che ha alzato la mano e ha implorato di essere tagliato in tasti di pianoforte, così che gli elefanti potessero conservare le loro zanne”.
O a innamorarci dei rovi dei lamponi, i veri eroi, “perché nella vita non hanno altro compito che difendere ciò che è dolce”.


















