Migranti africani al confine tra Libia e Tunisia a Ras Ajdir, luglio 2023. Foto: Xinhua/Alamy

La vendita di migranti fra Tunisia e Libia. Gli orrori nel rapporto “State Trafficking”

Detenzioni arbitrarie, schiavitù, violenza di genere. Il documento, realizzato dal gruppo di ricerca internazionale Rrx, rivela un sistema di abusi e violazioni dei diritti umani perpetrato nell'indifferenza dell'Unione Europea
10 Febbraio, 2025
3 minuti di lettura

Si intitola “State Trafficking” il rapporto realizzato dal gruppo di ricerca internazionale Rrx, con il supporto di Asgi, Border Forensic e On Border, al fine di denunciare la violazione dei diritti umani durante le operazioni di espulsione e tratta di migranti dalla Tunisia verso la Libia. All’interno sono 30 le testimonianze raccolte nel documento da giugno 2023 a novembre 2024: persone che si sono rivolte a un social media utilizzato dai migranti in Tunisia; persone ora disperse fra Belgio, Francia, Italia, Camerun, Ghana, Senegal e Libia; persone che sono riuscite ad attraversare il Mediterraneo e sono ora ospiti in centri di accoglienza in Europa.

Crimini sistematici

Dai racconti emerge uno scenario inquietante, fatto di crimini contro l’umanità, detenzioni arbitrarie, discriminazioni razziali, respingimenti collettivi, schiavitù, sparizioni forzate, torture, tratta e violenza di genere. Non c’è alcun “paese sicuro”, a differenza di quanto ha sostenuto per troppo tempo l’Unione Europea. «La Garde Nationale ci ha chiesto di spegnere il motore… Ci hanno detto: se non spegnete il motore vi facciamo le onde e vi rovesciate. Ti ammanettano, ti picchiano e ti fanno sedere. Al porto c’erano più di 70 persone, oltre a noi. Ci hanno torturato così, con botte, senza acqua, senza cibo, nessuna Ong, solo la Garde. Poi sono arrivati i bus, e ci hanno perquisito ad uno a uno, ci hanno messo in file, ti prendono i telefoni, i soldi, ti picchiano, ti torturano e ti mettono nel bus. C’erano delle mamme, dei bimbi, perquisivano anche i bambini, hanno preso tutto quello che avevamo», si legge in un’intervista del rapporto.

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E ancora: «Ci hanno portato al porto di Sfax, dove siamo rimasti circa 2 o 3 ore. Le manette erano molto strette e ci minacciavano con le parole, ci picchiavano, ci davano delle bastonate, i bambini piangevano, non c’erano avvocati, non c’era assistenza, dottori… Le donne erano incinte. Si sono comportati come se non fossimo degli esseri umani».

Ascolta le testimonianze

Complicità europea

Le responsabilità ora cadono sui governi europei, che hanno accettato la svolta autoritaria del presidente tunisino Kais Saied, con le sue politiche di respingimento. L’Unione Europea è sotto accusa, con la sua indifferenza, che ha favorito l’industria della detenzione e del sequestro in Libia. L’Europa è complice degli arresti della Garde Nationale tunisina, libera di agire in mare, sui posti di lavoro, di fronte a banche e a agenzie di trasferimento di denaro, per strada, dentro carceri, negli accampamenti informali a nord di Sfax. La Garde Nationale, si legge nel rapporto, ha come principale bersaglio neri di ogni nazionalità.

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«Ci hanno portato in un campo. Siamo stati 3 giorni. Ero nel terrore, per i miei due figli con me, non li guardavo negli occhi i militari. Non capivo nulla, guardavo i miei figli. Ci hanno tenuto senza darci da mangiare. Solo acqua. Io ero con una donna incinta di 8 mesi. Eravamo separati dagli uomini. (…) nel campo abbiamo trovato una donna morente, poi è morta. Non abbiamo visto cosa hanno fatto di lei».

Sopravvivere all’inferno

La violenza ad opera di personale in uniforme è ovunque: nei luoghi di concentramento delle persone catturate, sui grandi bus. È una violenza fisica (con barre di ferro, bastoni, pistole taser, minacce con cani, proiettili sparati in aria) e morale; si vede negli psicofarmaci mescolati al cibo per indebolire la resistenza fisica di chi prova a ribellarsi, di chi vuole respingere le molestie sessuali. Le persone intervistate ricordano i prigionieri morti per le assenze di cure, corpi trasportati in luoghi sconosciuti dopo essere caricati sui pick-up e altri mezzi militari, la presenza di fosse comuni nei dintorni dei campi.

Tratta di Stato

E poi l’ultima tappa della Tratta di Stato, quella che porta dritto alla gabbia della detenzione in Libia, vicino a un’antenna, a poche centinaia di metri dalla frontiera libica. Qui i prigionieri vengono scambiati con denaro, hashish e carburante. Uomini, donne, bambini, minori, coppie, donne incinte venduti come merce per 40, 100, 300 dinari tunisini a persona, tra i 12 e i 90 euro. Un sistema collaudato, dove l’accordo sul prezzo avviene per telefono o attraverso il personale libico nelle infrastrutture tunisine vicino la frontiera. Il personale in uniforme tunisino consegna pacchi di cartone o sacchi neri di plastica contenenti telefoni, schede e documenti, utili per le fasi dei riscatti nelle prigioni libiche.

Buste o sacchi neri di plastica vengono riempiti poi con droga e denaro.

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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