due persone cavalcano due muli lungo una strada di campagna
Da aprile a novembre, a piedi, a passo di mulo - a volte con l’aiuto di un furgone – attraverso un’Italia quasi nascosta - foto di Maria Lo Meo

Percorrendo l’Italia a passo di mulo

"Woodvivors - A passo di mulo" è il viaggio di due mule, un’asina e dieci ragazzi nell’Italia rurale, lungo i Sentieri CAI, alla ricerca dell’anima contadina del nostro Paese. Ce lo raccontano i protagonisti di questo progetto  
9 Dicembre, 2021
4 minuti di lettura

Due mule, un’asina e dieci ragazzi. Questa è la “strana banda” di Woodvivors-A passo di mulo, un viaggio di 2500 chilometri nell’Italia rurale lungo i Sentieri CAI, iniziato il 15 aprile 2021 dall’isola di Pantelleria, in Sicilia, e concluso il 14 novembre 2021 a Torino, in Piemonte.

Chi sono i Woodvivors? Come è stato attraversare gli Appennini seguendo il ritmo degli animali ed essere testimoni dell’anima contadina del nostro Paese, tra braccianti e vecchi artigiani, tra antichi mestieri, tradizioni e superstizioni?

Woodvivors, custodi di antiche tradizioni

Francesco Lanzino, giovane regista, pastore, mulattiere, a capo di questa avventura, ha spiegato che effettivamente i Woodvivors non sono lui e i compagni che hanno affrontato 8 mesi di viaggio in autosufficienza, ma tutte le persone che invece hanno incontrato lungo il cammino.

«A me piace tradurre woodvivors con il termine ‘macchiaioli’, ‘gente che si è data alla macchia’, tutte quelle persone che spesso hanno portato avanti tradizioni e mestieri ormai quasi scomparsi, considerati magari di un’altra epoca oppure appartenenti a un mondo che per la società ‘civile’ non va più bene».

 

L’idea di Woodvivors – che poi diventerà anche un documentario – è nata dall’esperienza di Lanzino: già dedito alle escursioni, ha da sempre amato ascoltare i racconti dei più anziani. Nel 2017 ha avuto la fortuna di viaggiare con un mulo e lì è scattata la scintilla: nonostante stesse attraversando luoghi che conosceva bene, si rese conto che c’era qualcosa di diverso.

Il mulo era un passepartout per entrare in un mondo passato. Lo racconta anche Emanuela Foti, social media manager e segretaria di produzione: «Il mulo è il ponte che ci ha consentito di connetterci con la realtà rurale».

«I primi tempi, durante le escursioni, tentavamo di parlare con le persone che incontravamo, ma erano sempre un po’ resistenti, restie nel darci informazioni – continua Foti. Invece la presenza del mulo fa nascere una sorta di fiducia nei nostri confronti». Un antico compagno che sprigiona ricordi dal passato e agevola la loro condivisione.

Un facilitatore dello spirito di comunità

Gina, Agnese e Iris sono le due mule e l’asina, capaci di sciogliere il silenzio delle genti e di rallentare quel ritmo forsennato a cui la società ci ha abituati, per aprirci gli occhi sulla natura e i suoi tempi.

«Viviamo di ego, viviamo di viaggi fatti per scattare selfie. – sottolinea Lanzino – Viaggiare con il mulo ci riporta a uno stato di comunità, a un mondo fatto di comunità, di scene con tavolate di persone che magari non si parlavano da vent’anni e che, se non passavamo noi con le mule, avrebbero continuato a non parlarsi. È bastata la presenza di un animale per cambiare le relazioni. E questo fa veramente riflettere».

 

mule e asine della spedizione, tappa nel Parco Nazionale del Gran Sasso
Una tappa nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga – foto di Maria Lo Meo

 

Gli animali hanno anche dettato le tempistiche del cammino, come racconta Emanuela Foti: «Non potevamo portarle in posti estremamente arroccati, non potevamo percorrere tappe estremamente pericolose perché in certi punti le mule si bloccavano». Fermarsi a metà tappa se si incontra una fontana o un bel luogo dove dormire per soddisfare le necessità degli animali, fare posto alla bellezza dei paesaggi e alla lentezza piuttosto che correre dietro all’obiettivo prefissato.

Antichi saperi e ritorni al futuro

Nel trailer del documentario, realizzato da Crooner Films insieme a tutto il gruppo che ha partecipato al progetto, ci si chiede cosa sia rimasto del mondo contadino. E come sopravvivranno le tradizioni in questo nostro mondo moderno…

 

Persona a dorso di mulo in abiti antichi
Il mulo, per i Woodvivors, è un passepartout per entrare in un mondo passato – foto di Maria Lo Meo

 

«C’è tanta gente che ancora si occupa degli antichi mestieri – conferma Lanzino – in certe zone d’Italia più che in altre, perché magari sono anche più valorizzati. Ci sono anche tanti giovani che hanno questa voglia di tornare alle radici, un ritorno al futuro insomma. Alcuni lo fanno perché sono nati e cresciuti in quella borgata, hanno sempre e solo svolto quel mestiere, altri lo fanno da giovani che si approcciano adesso a quel lavoro, per la prima volta, senza una storia familiare alle spalle di vita in campagna, e quindi anche con metodi più moderni o comunque che non sono quelli strettamente tradizionali».

Spesso sono i vincoli e la burocrazia a ostacolare la conservazione delle antiche tradizioni contadine che, invece, potrebbero continuare a essere non solo patrimonio culturale e sociale ma anche economico, grazie a prodotti di qualità. Il regista conclude: «Io penso che non sia ancora un mondo del tutto morto».

Scoperte, esperienze ed emozioni

Da aprile a novembre, a piedi, a passo di mulo – a volte con l’aiuto di un furgone – attraverso un’Italia quasi nascosta. Ci sono stati momenti difficili, ma anche nuovi e importanti insegnamenti. È stato complesso gestire più persone, con diversi bagagli culturali sulle spalle, senza contare il periodo di pandemia, tra false partenze e ritardi. Ma il bilancio è sicuramente positivo per i protagonisti di questa avventura.

 

sosta panoramica con le mule
Sosta panoramica – foto di Maria Lo Meo

 

«Le esperienze emozionanti lungo il viaggio sono così tante che fatico a sceglierne una. Uno dei mestieri che mi ha più affascinato è stata l’arte dei mastri carbonai, in Calabria, ancora legata alle pratiche per trasformare la legna in carbone usate dai fenici», racconta Lanzino. Anche le superstizioni hanno in qualche modo “stregato” il gruppo, ma non come immaginate: tra le viaggiatrici c’era anche un’antropologa, Ellev Derks – co-regista del documentario – grazie alla quale le tradizioni contadine sono state osservate con uno sguardo scientifico.

L’entusiasmo di aver ideato e partecipato a questo progetto emerge prepotentemente dalla voce di Francesco Lanzino. É il momento di domandargli cosa porterà a casa di questo lungo percorso.

Appartenere alla Terra

«Solitamente si arriva nei luoghi con un aereo o qualsiasi altro mezzo: per esempio, io ero già stato a Torino ma, arrivandoci con l’aereo, mi ero sempre sentito un ospite. Giungendo a piedi, a Torino così come in ogni altra tappa del viaggio, uno si sente come quasi ci fosse nato, nel senso che te la sei conquistata, ci sei arrivato tu, con le tue forze. La cosa più bella è proprio questa: il sentirsi appartenenti alla terra in questo modo. Magari prima dicevo di essere palermitano, poi siciliano, ora dico che sono italiano…

ma in realtà sono sicuro che se viaggiassi allo stesso modo in Francia, in Spagna, in Austria e in qualsiasi altro posto, mi sentirei abitante del mondo, quasi senza nazioni, senza confini. È questo che vorrei conservare e portarmi dietro: questo senso di appartenenza non a una società che corre, che deve produrre, ma proprio alle radici, alla natura, far parte di qualcosa di più grande anche dell’uomo».

Mielizia

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.
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