
«Tutto cominciò su due piedi». Si annuncia così, con un tono tra l’epico e lo spiccio, il Neanderthal che compare in sogno al paleoantropologo Giorgio Manzi e lo accompagna in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio fatto su due piedi e a mano libera. Sì, perché è grazie alla postura bipede che i primati antenati dei Neanderthal (e nostri) hanno acquisito una straordinaria innovazione strutturale: le mani sollevate dall’incombenza della locomozione e pronte per essere utilizzate per una miriade di scopi diversi. Da qui alla comparsa dei primi Homo il passo è – si fa per dire – breve.
Un tuffo nell’età della pietra antica
Nel giro di un paio di milioni di anni, le mani dei nostri tris-tris-trisavoli (nonché tris-tris-trisavoli dei Neanderthal) sono diventate sempre più abili a lavorare la pietra per costruire utensili, mentre il cervello per un motivo o per l’altro si è espanso (gli studiosi ancora non concordano sul perché). Tutto il resto è storia, anzi preistoria. Noi Homo sapiens abbiamo preso forma circa 200.000 anni fa e abbiamo trascorso più o meno il 95% della nostra esistenza nel Paleolitico, il tempo più antico della preistoria. La nostra “specie sorella” Homo neanderthalensis, invece, è stata paleolitica al 100%: nell’età della pietra antica si è originata e si è estinta. Ma in realtà, i Neanderthal non si sono mai estinti del tutto: si affacciano ancora, con tracce ben riconoscibili, all’interno del nostro DNA. Ed è questo che rende la loro storia ancora più intrigante.

I molti rami del cammino evolutivo umano
La nostra specie non discende dai Neanderthal, ma con i Neanderthal è convissuta per un certo periodo di tempo. Che cosa sia successo in quel lasso di tempo e per quale motivo una specie sia sopravvissuta all’altra, però, non è chiaro. L’autore affronta questa e molte altre questioni della nostra storia evolutiva con puntiglioso rigore scientifico, passando dalla biologia evolutiva alla paleoecologia, dalla genetica alla biologia molecolare. A cui si intercalano i lirici, accorati racconti dell’ultimo Neanderthal, vissuto circa 40.000 anni fa.
Il quadro che ne emerge è ben lontano dal classico “cammino evolutivo lineare” a cui siamo abituati a pensare.
Cammino riprodotto, in soldoni, dall’arcinoto disegno della scimmia che nel giro di cinque o sei passaggi si trasforma nell’uomo in giacca e cravatta. L’evoluzione umana è piuttosto un albero dalle molte e complesse ramificazioni, dove specie diverse si sono avvicendate nel tempo, hanno condiviso parte del percorso evolutivo, si sono in alcuni casi ibridate.

Ricordare il Paleolitico per affrontare l’Antropocene
Un’avventura avvincente, quella che ci racconta Manzi, che è anche uno strumento di consapevolezza in più sulle potenzialità, le prospettive e le criticità della nostra specie. «Sin dall’inizio l’impronta umana sul pianeta è stata notevole, addirittura impressionante; a tal punto che, oggi, è divenuta una grande preoccupazione». Ecco allora che conoscere la storia e le vicissitudini di Homo sapiens e delle nostre specie sorelle ci può dare un maggiore senso di responsabilità di fronte alle sfide, forse non tutte così nuove, che ci ritroviamo ad affrontare oggi, nell’Antropocene.
















