Mauro Rostagno
Foto: Archivio Mauro Rostagno

Saviano racconta Rostagno, il “gran figo” che voleva cambiare il mondo

Sociologo, militante, attivista e giornalista coraggioso, tanto da pagare con la vita il suo impegno contro Cosa Nostra. Una docu-serie ora permette di scoprire questo protagonista della scena giovanile negli anni '70 e '80. Su Sky e Now dal 26 febbraio
24 Febbraio, 2025
3 minuti di lettura

A Lenzi di Valderice, pochi chilometri da Trapani, c’è una stele funeraria dedicata a Mauro Rostagno, “vittima di mafia”. Le vere vittime, però, «siamo noi a cui è stato tolto, perché Mauro Rostagno era un gran figo che sapeva aprire la testa della gente in un modo che oggi servirebbe».

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Parole di Carlo Degli Esposti, produttore della Palomar a cui si deve Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo: il documentario di e con Roberto Saviano disponibile in due parti (La spada di legno e La mafia non esiste), su Sky e Now da mercoledì 26 febbraio.

Figura carismatica

Ispirata al libro di Maddalena Rostagno e Andrea Gentile (Il suono di una sola mano. Storia di mio padre Mauro Rostagno, edito da Il Saggiatore), la docu-serie è un’occasione per ritrovare quel “gran figo”: per i giovani di conoscere una figura eccezionale e carismatica, che ha solcato questa Terra dal 1942 al 1988, e per i meno giovani di ricordare non solo il personaggio ma anche uno spaccato di storia del Belpaese, dal 1968 fino alla sua morte.

Mauro Rostagno con la figlia Maddalena.
Mauro Rostagno con la figlia Maddalena. Foto: Archivio Mauro Rostagno

Materiali d’archivio

Tra interviste, testimonianze di amici e famigliari (tutte realizzate, ha fatto sapere il regista Giovanni Troilo, in una tv locale del trapanese) e materiali di archivio (come quelli dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, quelli dell’Istituto Luce, della Cineteca di Bologna e delle teche Rai, solo per citare i più famosi), Saviano ci accompagna alla scoperta di Rostagno, sociologo, militante, attivista, giornalista, capace di trasformarsi in tante vite diverse attraversando epoche e forme di lotta differenti senza però smettere di obbedire allo stesso principio guida: il costante desiderio di curare se stesso e il mondo.

Fucina di idee

Rostagno, iscritto a quella fucina di idee e di ideologie che fu l’Università di Trento, attraversa le contestazioni giovanili del 1968, è ai vertici di Lotta Continua, negli anni ’70 fonda “Macondo” (rubando il nome alla città immaginaria di Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez), centro culturale milanese per l’attivismo politico e l’espressione creativa. Quindi l’arresto, per essere subito prosciolto, poi la partenza per Pune, in India, per entrare nell’ashram (nella tradizione indiana è un luogo in cui dedicarsi alla meditazione e alla preghiera, al servizio della comunità che ne fa parte) di Bhagwan Shree Rajneesh, conosciuto dalla fine degli anni ‘80 col nome di Osho.

Il team della docu-serie
Da sinistra: Stefano Piedimonte, Roberto Pisoni, Giovanni Troilo, Maddalena Rostagno, Carlo Degli Esposti, Roberto Saviano e Nicola Serr. Foto: Sky

Il centro Saman

Tornato in Italia, crea un proprio ashram insieme all’editore e giornalista Francesco Cardella, a Lenzi, in Sicilia, che di lì a poco, col dilagare in Italia dell’eroina, trasforma nel centro di riabilitazione per tossicodipendenti, Saman. Approda, infine a Rtc, una piccola televisione locale, dove si reinventa giornalista, denunciando le collusioni tra mafia e politica locale, fino all’uccisione, il 26 settembre 1988.

Mafia e non solo

Il suo omicidio, a oggi, si configura come uno dei casi italiani più eclatanti per incompetenza nelle indagini, per occultamento delle prove e per depistaggi. «Non un delitto di sola mafia», lo definirà anni dopo Antonio Ingroia, che assieme ai colleghi Gaetano Paci e Francesco Del Bene, aveva istruito il processo di primo grado per la sua morte, sottolineando come fosse un pericolo anche per le inchieste che stava svolgendo sul traffico d’armi, lungo una pista che sei anni dopo avrebbe portato alla morte di Ilaria Alpi, a Mogadiscio.

Mauro Rostagno con il megafono durante una manifestazione
Foto: Archivio Mauro Rostagno

Il coraggio di essere felice

«Mentre lavoravamo al documentario – racconta in conferenza stampa Saviano – ho invidiato a Rostagno il coraggio di scegliere la felicità e di amare incondizionatamente, di fregarsene del giudizio altrui, di non dover dimostrare, rimanendo asserragliato dentro la sua posizione, che chi lo aveva assediato avesse torto».

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E non a caso lo scrittore napoletano ricorda uno dei momenti più intensi del documentario, quando la sorella, usando la metafora di una pianta, dice: «Si può decidere di tagliarsi tutti i rami, togliersi tutte le foglie e diventare un alberello tranquillo che non patisce niente e così campare per un bel po’ di tempo. Oppure? Oppure te ne fotti: spalanchi i rami, metti le foglie e sfidi il vento. L’amore per la vita, la lotta contro le ingiustizie, la passione per la vita che fosse bella per lui ma anche per gli altri. Non c’era il coraggio dell’eroe, in lui, ma la voglia di vivere appieno: questo, secondo me, era il suo senso della vita e quello che amavo di lui».

Le donne della sua vita

Per chi lo conosceva già, grazie al documentario di RaiStoria Mauro Rostagno. Il giornalista vestito di bianco realizzato da Antonio Carbone nel 2017, oppure attraverso il libro della figlia o lo splendido Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio Editore) che gli ha dedicato Adriano Sofri (il quale curiosamente non compare nelle due puntate se non citato, in un piccolo spezzone d’epoca dallo stesso Rostagno, così come non viene mai nominato l’altro amico di sempre, Renato Curcio, malgrado la corrispondenza tra i due abbia punteggiato i suoi ultimi anni), le parti più interessanti sono forse proprio quelle in cui a ricordarlo sono la compagna, Chicca Roveri, le figlie Monica e Maddalena, la sorella Carla: le donne della sua vita, dignitose e fiere, che trattenendo le lacrime ne raccontano egocentrismo, ironia e fascino.

Mauro Rostagno
Foto: Archivio Mauro Rostagn

Una fascinazione fatalmente contagiosa verso un uomo che, tutta la vita, ha lavorato “sulla bellezza dell’universo”.

Mielizia

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Francesca Romana Buffetti
Francesca Romana Buffetti
Antropologa sedotta dal giornalismo, dirige dal 2015 la rivista “Scenografia&Costume”. Giornalista freelance, scrive di cinema, teatro, arte, moda, ambiente. Ha svolto lavoro redazionale in società di comunicazione per diversi anni, occupandosi soprattutto di spettacolo e cultura, dopo aver studiato a lungo, anche recandosi sui set, storia e tecniche del cinema.
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