La fumata bianca è arrivata alle 18.08 di ieri, dopo il quarto scrutinio. E l’annuncio, da parte del protodiacono Dominique Mamberti, circa un’ora dopo: Robert Francis Prevost, nato a Chicago 69 anni fa, agostiniano, è il 267esimo papa della Chiesa cattolica. Per sé ha scelto il nome di Leone XIV e sono già in molti a chiedersi come si porrà al cospetto delle grandi problematiche che stiamo attraversando, dalle guerre che non accennano a fermarsi alla crisi ambientale ormai relegata in fondo all’agenda internazionale, dalle disuguaglianze sempre più marcate alle migrazioni forzate.
Un ponte fra i continenti
Vedremo. Certo è che un Papa può molto, anche se non tutto, perché l’idea di un mondo più giusto resti nell’ordine delle cose possibili, in un’epoca segnata dal bullismo al potere e dall’utilitarismo in ogni relazione, che sia interpersonale o fra i popoli. Di lui sappiamo che ha operato a lungo al di fuori del suo paese, gli Stati Uniti, già da quando era trentenne (nel 1985) nella parte più negletta del continente americano, quella di lingua latina e in particolare in Perù: non a caso nel suo primo discorso ha inserito un saluto in spagnolo per la diocesi di Chiclayo, alla quale resta evidentemente legato più che al suo Illinois.
Parole di pace
Con il volto visibilmente emozionato e forse anche con gli occhi lucidi, come rivelavano le telecamere, Leone XIV ha parlato della necessità di proseguire proprio sulla strada di una Chiesa missionaria, capace di costruire ponti e dialogo, «aperta a ricevere – ha detto – tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità». E ancora più volte, già dalla prima frase, ha parlato di pace, una «pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».
Il richiamo alla giustizia sociale
Il nome che ha scelto poi chiama in causa, come molti hanno sottolineato, la figura di Leone XIII: il papa che passò alla storia, nell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento, per aver scritto la prima enciclica socio-politica della Chiesa, la Rerum novarum, che poneva il problema dei diritti dei lavoratori in un’epoca segnata dalle prime lotte operaie. È presto per dirlo, ma chissà che dopo la centralità dell’ambiente, che ha caratterizzato l’apostolato di papa Francesco, quello di Leone XIV non possa diventare un papato attento alle tematiche della giustizia sociale, di cui c’è altrettanto bisogno.
L’eredità ecologista di Francesco
È stato proprio Bergoglio, del resto, a crearlo cardinale nel 2023 e ad affidargli l’importane guida del Dicastero per i vescovi. Nel novembre scorso durante il seminario Affrontare i problemi della crisi ambientale alla luce della Laudato si’ e della Laudate Deum, esperienze in America Latina, a Roma, si era espresso con chiarezza anche sul rapporto con l’ambiente: «La nostra missione è quella di trattarlo come fa il suo Creatore» erano state le sue parole, prima di evidenziare la necessità di un impegno concreto della Santa Sede per la sostenibilità.
Il rimprovero alla Casa Bianca
E nella sua storia recente ci sono le prese di posizione sia contro le espulsioni dei migranti praticate dall’amministrazione Trump, sia in risposta ad alcune dichiarazioni ultraconservatrici del vice-presidente Vance che pretendevano di porre gli affetti verso la famiglia prima di quelli verso il resto del mondo: «JD Vance sbaglia: Gesù non ci chiede di fare una classifica del nostro amore per gli altri» l’aveva bacchettato Prevost via X. D’oltreoceano nel frattempo sono arrivate le felicitazioni per la sua ascesa al soglio papale. Ma forse è un’altra America quella che si è affacciata dal balcone di San Pietro.
E c’è da credere che per la Casa Bianca quella con Leone XIV sarà un’interlocuzione tutt’altro che facile.

















