«Dico ad Hamas: vi faremo a pezzi. Rilasciate i nostri ostaggi». È la nuova minaccia che ha lanciato Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, con un video pubblicato su X, per aggiornare la popolazione sulle prossime azioni militari. L’intimidazione arriva a pochi giorni dall’annuncio di un attacco nella Striscia di Gaza, quello che potrebbe mettere definitivamente in ginocchio la popolazione palestinese, ma che per il governo di ultradestra israeliano rappresenta invece la soluzione per mantenere i territori, spostare la popolazione verso sud e attaccare Hamas.
Di fatto si tratta di occupare Gaza e costringere la popolazione a fuggire in altri territori.
Progetto chiaro
Lo aveva già anticipato Bezalel Smotrich, ministro delle finanze isrealiano, subito dopo l’approvazione del piano per ampliare l’offensiva: «Conquisteremo il territorio e ci rimarremo. Finalmente prenderemo il controllo di tutti gli aiuti umanitari, in modo che non riforniscano Hamas. Una volta che la occuperemo e rimarremo nella Striscia di Gaza, potremo iniziare a parlare di sovranità». Un progetto chiaro che è perfettamente in linea con quello voluto da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, iniziato con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e il trasferimento, proprio lì, dell’ambasciata americana.
In quel posto martoriato il presidente americano aveva annunciato di voler realizzare la “Riviera del Medio Oriente” e di trasferire la popolazione palestinese in «un buono, fresco, bellissimo pezzo di terra». Tutto sarebbe dovuto avvenire con il sostegno dei Paesi vicini, e anche con un buon cuore umanitario.

Popolazione allo stremo
Sappiamo però che dietro questo tentativo di deportazione di massa, si nasconde ben altro: un continuo attacco alla popolazione della Striscia. Per Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale di Israele, i palestinesi hanno abbastanza cibo e gli aiuti umanitari non sono una priorità. «Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì», ha dichiarato il ministro. «Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas. Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo; c’è abbastanza cibo». Ma a Gaza la situazione è drammatica.
Militalizzare gli aiuti
Secondo l’Ocha, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, Israele sta cercando in tutti i modi di militarizzare il flusso di aiuti. Mentre cadono le bombe, la popolazione chiede cibo ed acqua. C’è una crisi umanitaria che coinvolge 2,3 milioni di persone.
Le famiglie sono state costrette a rifugiarsi in luoghi sovraffollati, improvvisati, dove nemmeno i servizi sanitari vengono risparmiati dai bombardamenti.
Territori al posto degli ostaggi
Nei prossimi giorni, dal 13 al 15 maggio, il presidente Trump, visiterà l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, e nel frattempo di cercherà di raggiungere un accordo con Hamas, per il cessate il fuoco e gli ostaggi. Continuano intanto le proteste del Forum delle Famiglie degli Ostaggi, che in una nota fa sapere: «La decisione del governo dimostra chiaramente che sta scegliendo i territori al posto degli ostaggi, contrariamente alla volontà della maggioranza del popolo».
Europa indifferente
Il 70% degli israeliani è favorevole a un accordo che prevede la fine del conflitto e il rilascio degli ostaggi. Ma queste voci non vengono ascoltate. E aumenta il numero dei morti. Oltre 52.000 hanno perso la vita nel conflitto, con oltre 2.300 feriti. Sembra sempre più evidente l’indifferenza dell’Europa rispetto al dramma mediorientale, con la difficoltà a riconoscere che stiamo assistendo a un genocidio. Nelle ultime ore Francia, Inghilterra e Cina hanno espresso la loro contrarietà al piano di Israele.

Ma sono soltanto annunci, in uno scenario in cui non trova più posto il diritto internazionale, sostituito dalla forza e dalle armi.



















