Chi era Alexander Langer e perché, a trent’anni dalla sua scomparsa – quel drammatico 3 luglio del 1995 in cui si tolse la vita – sentiamo ancora la mancanza del suo pensiero «più lento, più profondo, più dolce»?
Quanto la sua visione può essere ispiratrice per la generazione Duemila?
Sfida da raccogliere
È stata questa la sfida che abbiamo raccolto con il nostro Corso di giornalismo ambientale e culturale, che si è concluso poche settimane fa con il Campus di Assisi, dedicando all’uomo ecologista, pacifista, costruttore di ponti ed europeista senza confini un incontro online, lo scorso 8 maggio, intenso, partecipato e profondamente commosso. A colui che, prima di ogni altro, aveva previsto che «la conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile».
Eredità viva
Un pomeriggio necessario, che – come potrete vedere e ascoltare nella sua registrazione in fondo a questa pagina – restituisce l’emozione viva di chi lo ha conosciuto o ne ha raccolto l’eredità: Christine Stufferin, presidente della Fondazione Alexander Langer, Gianni Tamino, biologo ed europarlamentare che ne raccolse l’impegno politico dopo il 1995, e Marzio Marzorati, presidente del Parco Nord Milano e voce autorevole dell’ecologismo civile italiano, che lo conobbe a ridosso del disastro ambientale di Seveso.
Attualità di pensiero, dicevamo. E oggi, la generazione Fridays for Future – che non ha avuto modo di conoscerlo – si riconoscerebbe invece profondamente nelle sue parole e nelle sue azioni.
Testimone di pace
Ma Langer fu anche un testimone instancabile nei tempi della guerra. Davanti alla tragedia dei Balcani, non rimase a guardare. Denunciò l’indifferenza europea con parole che restano scolpite nella coscienza civile. Per lui, l’Europa non era solo un’istituzione, ma un progetto di convivenza, di pace, di riconciliazione. Un’Europa che non agiva davanti alle stragi si condannava alla perdita di senso.
Il coraggio della nonviolenza
L’8 maggio ci interrogavamo anche intorno alla campagna “Ultimo giorno di Gaza” e ricordavamo come Alexander Langer, il 25 giugno 1995 da Tuzla, sotto le bombe, nel cuore di quello che fu il primo conflitto europeo dopo la seconda guerra mondiale, scrisse – dopo aver manifestato davanti ai potenti della Terra: «L’Europa muore o rinasce a Sarajevo».
Raccogliere il testimone
Parole che risuonano drammaticamente oggi, stretti come siamo tra il conflitto in Ucraina e il Mediterraneo insanguinato. Ecco perché, mentre la Commissione Europea smantella pezzo per pezzo il Green Deal, agitando lo spettro del ReArm Europe, raccogliere il testimone di Alexander Langer significa non solo interrogarsi sulle radici dei conflitti, sulle derive capitaliste, ma anche agire il coraggio della nonviolenza come pratica politica quotidiana. Significa, anche, non perdere la speranza e restare uniti, non rimanere sopraffatti, come probabilmente è stato per lui.
Insieme, non possiamo che continuare, riprendendo quanto Langer ha chiesto nel suo ultimo messaggio al mondo, in ciò che è giusto.
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