La natura fa teatro. A tu per tu con Michele Losi del “Giardino delle Esperidi”

Al via il 27 giugno il festival brianzolo di arti performative in natura e nel paesaggio. Il direttore artistico ci porta al cuore del lavoro di ricerca e della proposta al pubblico: "La questione poetica e politica del dover risuonare con gli altri viventi"
22 Giugno, 2026
5 minuti di lettura

Un antico borgo nel cuore della Brianza, un monte sacro che sembra un Buddha dormiente, acque curative, boschi e cappelle votive che da secoli testimoniano la pregnanza di un paesaggio colmo di spiritualità. Si svolge qui, tra i comuni lecchesi di Colle Brianza e Olginate, il Parco del Monte Barro e la valle del Curone, “Il Giardino delle Esperidi”.

Da ventidue anni, un festival che proprio del contesto paesaggistico e del rapporto con la natura ha fatto la sua cifra stilistica e tematica.

Natura che (tras)forma arte

Lo organizza Campsirago Residenza, centro di ricerca e di produzione delle arti performative nel paesaggio che, partendo dal teatro, ha ampliato la relazione tra artista, spettatore e paesaggio anche ai linguaggi del contemporaneo. La casa di Campsirago Residenza è un palazzo del XV secolo, in collina, tra boschi di castagni e robinie, dove durante l’anno si tengono diverse residenze artistiche e che d’estate diventa il punto di partenza di spettacoli diffusi, itineranti, sovversivi del tempo e dello spazio della fruizione e dei ruoli classici dell’esperienza teatrale. Il pubblico è invitato ad “attraversare” i luoghi, a restare e a condividere, alla ricerca di un rapporto nuovo con il tempo, il silenzio, il corpo.

Sperimentazioni su tanti linguaggi

Anche quest’anno, dal 27 giugno al 5 luglio “Il Giardino delle Esperidi Festival” ospiterà performance, concerti e spettacoli che porteranno nel piccolo borgo centinaia di visitatori e decine di compagnie e artisti giovani e molto talentuosi, da Sergio Beercock a Sanpapié, da ArtGarage a Margine Operativo, Stefano Cuzzocrea, CollettivO CineticO, per citarne solo alcuni. Il festival ce lo racconta Michele Losi, direttore artistico, in questi giorni impegnato a Lamezia Terme con Tip Teatro in un corso di Alta formazione per artisti calabresi dedicato alla natura e al teatro immersivo.

Quarantottore a Campsirago, Giardino delle Esperidi: Michele Losi con il pubblico del festival
Michele Losi con il pubblico del festival Foto: Alvise Crovato

Michele Losi, il vostro festival nasce proprio all’insegna dei luoghi che vi ospitano. Come è cambiato negli anni il rapporto con il territorio? Come ha influito l’ambiente sul vostro modo di fare teatro e fare festival?

Il nostro festival è nato nel 2005 a partire da luoghi semi abbandonati, uniti da antichi sentieri, dove portavamo spettacoli di teatro, danza e musica che fossero un’esperienza interessante per il pubblico. Ma in ventidue anni abbiamo cominciato ad abitare questi luoghi: quel paesaggio, quello stare in natura ci ha trasformati e siamo diventati un centro di produzione che si occupa di arti performative in natura e nel paesaggio. Il festival, dunque, nel tempo ha preso sempre più una connotazione legata alla produzione site specific, con opere pensate per spazi all’aperto non convenzionali, offerte ad un pubblico itinerante, costretto a rallentare i ritmi, ad entrare in una certa ritualità.

Il luogo, l’ecos, diventa quindi co- protagonista. Nelle note di accompagnamento a questa edizione leggo che volete “tenere lontano il fragore delle guerre globali”. La natura come fuga dalla realtà o teatro di un gesto artistico che è anche politico?

Attraversare luoghi e spazi ha a che fare in modo radicale con una dimensione politica. Camminare è una delle azioni più potenti dell’uomo, è il ritmo volontario più vicino a tutti i ritmi involontari del corpo (il respiro, il battito del cuore): è qualcosa che produce un equilibrio trasformativo nell’andare incontro alle forme del mondo, non necessariamente bucoliche, belle e meravigliose. E un gesto molto potente che il pubblico percepisce immediatamente.

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Da anni portiamo in giro un lavoro che si chiama Just Walking, in cui è evidente come l’attraversamento degli spazi pubblici sia una forma di autodeterminazione, un’azione della propria presenza come corpo sociale e democratico all’interno degli spazi pubblici che si attraversano. Il lavoro di riconnessione con la natura ci mette di fronte all’essere soggetti esterni rispetto a un oggetto, mentre siamo in tutti i sensi soggetto comune ed è questo il mio punto di partenza, fortemente politico, mentre stiamo uscendo da un antropocentrismo ormai obsoleto.

Quanto ha influito il lavoro sul, nel, con, il territorio nella vostra poetica?

È il luogo che ha trasformato noi, non siamo noi che abbiamo trasformato il luogo. Aver abitato per vent’anni uno spazio immerso nella natura e in cui all’inizio non avevamo neanche una sala prove, per cui dovevamo provare in mezzo al bosco o lungo un torrente, di fatto ci ha trasformati. Oggi nella nostra pratica, che ha come punto di riferimento anche il transfemminismo e il concetto di trans corpo, emerge sicuramente anche la questione poetica e politica del dover risuonare con gli altri viventi. Non siamo dèi. Questo è il cardine della nostra ricerca e gli esiti performativi dei lavori che proponiamo, sia le nostre produzioni che quelle ospiti, hanno a che fare con questo.

Just Walking (Performance del 2025 a Olgiate Molgora). Foto Alvise Crovato

Alle Esperidi vive appunto l’idea di un teatro essenziale, sorgivo, originario. Un teatro dove il pubblico non assiste ad uno spettacolo ma “attraversa” degli eventi. E forse esce a sua volta trasformato. Ci puoi fare qualche esempio?

Ogni opera è scelta con grande cura, nell’ottica di cui dicevamo. Posso citare Elisa Sbaragli con Falena, una coreografia in mezzo al bosco che parla di una metamorfosi, il lavoro di Erica Meucci sul Serpente lungo il Sentiero delle acque, oppure L’angelo di Alessandria Cristiani che torna con questa performance site specific in cui si tenta un’esperienza percettiva nell’usufruire come luogo performativo la natura nell’accezione di profonda dimora che possa accogliere, generare, indagare la dimensione del corpo e del silenzio in una sensibilità che si riversa all’unisono verso sé stessi e verso l’altro.

Proprio L’angelo fa parte di uno dei due appuntamenti firmati da te: La notte di Ecate e Errando per le antiche vie, Cap. 2. Il Buddha silente del Monte di Brianza, due esperienze polari e completamente immersive: la prima dal tramonto all’alba, dedicata alla dea dei crocicchi, delle domande; la seconda dall’alba alla notte, lungo sette tappe incentrate sui chakra. Sono proposte impegnative, ma forse anche necessarie.

Cerchiamo di costruire dei rituali laici che sono in realtà anche molto spirituali. Il monte che abitiamo è un monte sacro da 3200 anni e in cui ci sono tantissimi altari votivi dell’età del ferro che poi sono diventati luoghi sacri per i celti e poi per i romani che lo avevano dedicato a Giano Bifronte, dio legato ai crocevia, alle soglie, ai cambiamenti; luoghi dove da tempo immemore avvengono culti delle acque curative. Attualmente ci sono delle chiese cluniacensi e una chiesa dove sono avvenute diverse apparizioni mariane. Dunque, addentrandoci in questo luogo sempre più consapevolmente, ci siamo resi conto che sceglievamo sempre sei o sette posti per fare spettacoli e quando abbiamo cominciato a ragionare sulla geografia di questo monte ci è apparso un Buddha dormiente. Effettivamente, quei punti corrispondevano ai sette chakra e quindi abbiamo deciso di non accontentarci di presentare gli spettacoli nei vari luoghi ma di proporre un attraversamento di tutto lo spazio, con un’azione sincronica che partirà all’alba, attraverserà la giornata e arriverà alla notte con pratiche di cammino meditativo guidate da me e dal monaco Seigaku dello Zen Shugendo, con sette momenti performativi in corrispondenza dei chakra. Saranno 18 ore lungo 26 chilometri e già l’anno scorso le 120 persone che hanno partecipato sono arrivate alla fine del percorso effettivamente trasfigurate.

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Il 30 giugno, invece, sarà notte di luna piena e, dopo la cena, il pubblico sarà condotto a rotazione verso tre momenti performativi, tra cui una nostra piccola follia: una sauna. Anzi, l’anno prossimo, partendo dalle tradizioni dei teatri del Nord Europa, avvieremo una produzione che si chiamerà In sauna e proporrà un lavoro approfondito sui corpi e quindi anche sul corpo nudo, non inteso come corpo erotico, ma come corpo sociale. Intanto abbiamo costruito una sauna per il pubblico, per gli attori, per chi vuole approfittare di questo luogo rituale molto potente.

Un’ultima domanda. La Brianza non è solo Esperidi e sacralità, ma anche industrializzazione intensiva e il triste primo posto come provincia più cementificata d’Italia, con oltre il 40% del territorio impermeabilizzato. Come interagisce il vostro lavoro con questa parte del territorio?

Appena più a sud di Campsirago, c’è in effetti il mondo super industrializzato della Brianza dove sono andati a lavorare i tanti contadini dei villaggi montani abbandonati. C’è un’alterità, indubbiamente, ma anche un riconoscimento perché parte del nostro pubblico, che viene da tutta Italia, è anche iperlocale. Qualcosa dunque è passato.

Dal sacro al profano. E ritorno. Alla ricerca dei Pomi d’oro.

Per saperne di più

ilgiardinodelleesperidifestival.it/il-festival/

Mielizia

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Stefania Chinzari
Stefania Chinzari è pedagogista clinica a indirizzo antroposofico. Si occupa di pedagogia dal 2000, dopo che la nascita dei suoi due figli ha messo in crisi molte certezze professionali e educative. Lavora a Roma con l’associazione Semi di Futuro per creare luoghi in cui ogni individuo, bambino, adolescente o adulto, possa trovare l’ambiente adatto a far “fiorire” i propri talenti. Svolge attività di formazione sui temi delle difficoltà evolutive e di apprendimento, della genitorialità consapevole, dell’eco-pedagogia e dell’autoeducazione.
Giornalista professionista e scrittrice dal 1992, il suo ultimo libro è "Le mani in movimento" (2019) sulla necessità di risvegliarci alle nostre mani, elemento cardine della nostra evoluzione e strumento educativo incredibilmente efficace.
E’ vice-presidente di Direttamente ets che sostiene la scuola Hands of Love di Kariobangi a Nairobi per bambini provenienti da gravi situazioni di disagio sociale ed economico.
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