Glasgow, 3 novembre 2021. La polizia blocca la marcia di Extinction Rebellion che si dirigeva nei paraggi della Cop26. Lo striscione gioca sul doppio senso della parola "cop", in inglese poliziotto: quante cop (e quanti "cops") ci vogliono per arrestare il cambiamento climatico?

Cop26. A Glasgow, la parola ai giovani

Cosa pensano gli attivisti di Fridays For Future degli ultimi accordi del G20 e dei lavori in atto alla Conferenza delle Parti di Glasgow? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Mori, ingegnere ambientale ed energetico e portavoce del movimento

9 Novembre, 2021
3 minuti di lettura

Quattrocentoquattordici. È la concentrazione in parti per milione di anidride carbonica in atmosfera: la rapida crescita di questa quantità nel corso di decenni di sviluppo incontrollato è la misura più semplice da comprendere quando si parla di riscaldamento globale.

Quattrocentoquattordici è il fulcro intorno al quale ruota il discorso di Sir David Attenborough, naturalista e divulgatore scientifico, alla Cop26. Il suo è il racconto di un testimone d’eccezione che ha visto il Pianeta cambiare, che ha bene a mente il nostro passato e il presente ma che ancora spera per il futuro.

Quel futuro per cui i giovani stanno manifestando. Come già raccontato, gli attivisti di Fridays For Future sono presenti a Glasgow con scioperi e manifestazioni per spingere i membri della Conferenza delle Parti a prendere decisioni repentine e in qualche modo audaci.

                     

Guarda il video di Sir David Attenborough 

 

In viaggio verso Glasgow

Dopo le attività della PreCop e gli eventi organizzati dal basso, la Cop26 è finalmente iniziata. Qual è l’atmosfera che ora si respira tra gli attivisti? Lo chiediamo a Giovanni Mori, ingegnere ambientale ed energetico e portavoce di Fridays For Future Italia:

«La Cop26 è un momento davvero importante, ma allo stesso tempo sappiamo che non saranno le Cop in sé a risolvere il problema della crisi climatica. Le Cop sono solo degli incontri. Noi l’emergenza la risolveremo quando, a questi incontri, si presenteranno politici che hanno serie intenzioni di risolvere la crisi climatica in maniera urgente, ma non è ancora questo il caso. Ci sono dei passi nella giusta direzione ma il gap da colmare tra le parole e le azioni è purtroppo ancora gigante».

Mori si riferisce probabilmente ai dati e alle informazioni contenute nell’Emissions Gap Report 2021  pubblicato dall’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, che fa il punto su quanto i singoli Paesi stiano facendo per limitare il riscaldamento globale tra 1,5°C e 2°C, come previsto dagli accordi di Parigi del 2015. Secondo il rapporto, i nuovi Ndc (Nationally Determined Contributions, contributi determinati a livello nazionale) combinati agli altri impegni alla mitigazione, porrebbero il Pianeta sulla strada verso un aumento delle temperature globali di 2,7°C entro la fine del secolo, anche se si raggiungessero impegni incondizionati. Un percorso lungo e più che tortuoso.

 

C’è stato un risveglio della politica?

«L’orologio dell’Apocalisse ticchetta sempre più forte e segna un minuto a mezzanotte», afferma Boris Johnson, il primo ministro britannico, aprendo i lavori della Cop26. Un linguaggio molto vicino a quello di Greta Thunberg che potrebbe indicare una svolta, anche se qualcuno sembra aver pensato piuttosto a una strumentalizzazione. Giovanni Mori commenta:

«Sicuramente ci fa molto effetto. Da un lato è una nostra vittoria e significa che chi ci chiamava ‘catastrofisti’ o ‘gretini’ aveva torto, politica compresa. Ma in fondo noi abbiamo sempre e solo riportato le parole della migliore scienza possibile. Quindi è un bene che venga utilizzato un linguaggio di emergenza. Però il ruolo della politica è agire, non protestare. Se non agiscono loro, chi può farlo?».

E di azione se n’è vista ben poca nel G20 di Roma, i cui accordi prevedono una diluizione dell’obiettivo emissioni zero non più entro il 2050 ma intorno alla metà del secolo e la conferma della creazione di un fondo da 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare nella transizione i paesi in via di sviluppo. Inoltre, per ora, durante la conferenza, si è raggiunta un’intesa sulla deforestazione, uno stop previsto per il 2030.

 

Una transizione a più velocità

A rallentare le decisioni sono soprattutto paesi come Cina e India che Unione Europea e Stati Uniti non riescono a coinvolgere nel discorso sul clima. «Il discorso delle responsabilità storiche è cruciale: non si può pretendere azione rapida senza in primis prendersi le proprie responsabilità – afferma il portavoce di Fridays For Future – Se Unione Europea, USA e Canada sommati fanno circa il 60% delle emissioni totali storiche, s’ignora che la maggior parte di colpa derivi da noi, e quindi bisogna favorire il più possibile, anche tramite i 100 miliardi di cui si parla da 10 anni, la transizione dei paesi in via di sviluppo. È ovvio che tutti i debbano fare la loro parte».

 

 

Cosa aspettarsi dalla Cop26

Gli incontri di questa Conferenza delle Parti procedono e gli attivisti sono già per le strade di Glasgow a esercitare pressione sui governanti. Non si respira aria di grandi cambiamenti, ma chiediamo a Giovanni Mori, prima di lasciarlo agli scioperi previsti in queste giornate, quale sarebbe un bel colpo di scena in questa COP26 e quale un finale deludente:

«Purtroppo, o per fortuna, le Cop non sono mai come i film, dove all’ultimo secondo, o la va o la spacca, si salvano tutti i protagonisti o si sconfiggono gli alieni. Sarebbe bello, ma purtroppo la questione durerà mesi e anni, travalicando i tempi della Cop. Data l’attenzione e la pressione su questa di Glasgow, il minimo sindacale dovrebbe essere che tutto il mondo si allinei a un aumento di 1,5 °C come limite e che, finalmente, vengano garantiti i fondi minimi affinché in tutti i Paesi si possa accelerare una giusta transizione». 

                                

                              Guarda il video di Giovanni Mori a TEDxTreviso

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.
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