Un’ora prima della scorsa mezzanotte è iniziata l’invasione di Gaza City da parte dell’esercito israeliano. Aerei, elicotteri, droni, missili, tank stanno contribuendo alla distruzione totale della capitale della Striscia. I media locali hanno segnalato 37 attacchi in 20 minuti, con almeno 38 morti nei raid notturni e 350.000 palestinesi in fuga. Si tratta di massicci bombardamenti su Sheikh Radwan, Al-Karama e Tel Al-Hawa.
E dai social media arrivano le prime testimonianze dei rumori di forti esplosioni fino al centro di Israele.
L’annientamento e il genocidio
È in concorso un «annientamento e un genocidio», ha scritto su X l’analista politico israeliano Ori Goldberg. «Gaza sta bruciando, e non ci fermeremo finché Hamas non sarà sconfitta», ha dichiarato Israel Katz, ministro della difesa israeliano. Un messaggio di guerra che arriva con l’avallo degli Stati Uniti, e in particolare con le parole di Marco Rubio, segretario di Stato, che da Gerusalemme ha ribadito il sostegno incrollabile degli Usa a Israele: «Il popolo di Gaza merita un futuro migliore, ma quel futuro migliore non può iniziare finché Hamas non sarà eliminato. La barbarie di Hamas è senza precedenti». E lo stesso Rubio ha sollecitato il Qatar a mediare, come se l’attacco del 9 settembre non avesse destabilizzato ulteriormente il Medio Oriente.
La condanna dei paesi arabo-islamici
Di fatto, le 50 delegazioni dei paesi arabo-islamici giunti a Doha il 15 settembre hanno condannato l’azione di Israele ed ora sono a rischio gli Accordi di Abramo, quindi la pace regionale. E intanto cresce la preoccupazione tra le famiglie degli ostaggi israeliani, che hanno lanciato appelli disperati per proteggere i propri cari. Il j’accuse è rivolto al primo ministro Benjamin Netanyahu, che sta sacrificando persone innocenti in nome di un piano politico personale.
«La 710° notte a Gaza – ha dichiarato l’Hostages Families Forum di Israele – potrebbe essere l’ultima notte nella vita degli ostaggi che sopravvivono a malapena, e l’ultima notte in cui sarà possibile localizzare e restituire gli ostaggi uccisi per una degna sepoltura. Il primo ministro sta consapevolmente scegliendo di sacrificarli sull’altare di considerazioni politiche».
Civili e prigionieri a rischio
Sale la paura anche tra i civili israeliani, perché la guerra ora potrebbe travolgere tutta la popolazione. «Il destino dei prigionieri dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza è determinato dal governo terrorista di Netanyahu – ha ammonito Hamas – La distruzione sistematica e la campagna fascista di annientamento che Gaza sta subendo minacciano anche la vita dei soldati israeliani catturati». E in questo scenario infernale pesano ancora di più le parole di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, pronunciate nelle scorse ore nella sede dell’Onu a Ginevra: «710, questo è il numero di giorni di assoluto orrore che la popolazione di Gaza ha dovuto sopportare, 60.000 è il numero di palestinesi uccisi accertati, di cui oltre il 75% sono bambini e donne».
Numeri che fanno tremare
In realtà, prosegue la giurista, dovremmo cominciare a considerare il numero di 680.000, perché quello che studiosi e scienziati riferiscono essere il vero bilancio delle vittime a Gaza. «E sarebbe difficile confermare o smentire questa cifra. Soprattutto se investigatori o altri non potranno continuare a entrare nel territorio palestinese occupato, in particolare nella Striscia di Gaza. Se questo numero fosse confermato, allora 380.000 di queste vittime sarebbero neonati o bambini sotto i cinque anni. 1581, questo è il numero di operatori sanitari uccisi a Gaza, 252 il numero di giornalisti e 346 il numero di dipendenti dello staff delle Nazioni Unite uccisi».
L’Europa grande assente
L’Europa, che non vuole riconoscere il genocidio in corso a Gaza, è la grande assente in questo scenario. Nel testo “Gaza al limite: l’azione dell’Ue per combattere la carestia, l’urgente necessità di liberare gli ostaggi e procedere verso una soluzione a due stati”, approvato lo scorso 11 settembre dal parlamento dell’Unione europea, la parola «genocidio» non viene mai menzionata. E le misure contro Israele sono state soltanto annunciate. Un forte segnale politico arriva però dalla Spagna, che ha approvato un pacchetto di sanzioni contro Tel Aviv.

Tra i provvedimenti c’è lo stop alla compravendita di armi con Israele.



















