Dopo la decisione presa dal Gabinetto di Sicurezza lo scorso 5 maggio, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il 16 ha avviato l’operazione “Carri di Gedeone”. A seguito del viaggio di Donald Trump in Medio Oriente, è iniziata un’imponente operazione militare mirata a smantellare Hamas, spostare la popolazione verso sud e liberare gli ostaggi. Almeno, questa è la motivazione ufficiale delle Forze di difesa israeliane.

Di fatto si tratta di un’occupazione militare che si unisce ai bombardamenti incessanti, alla volontà di prendere il controllo dell’intera Striscia di Gaza e deportare 2,1 milioni di persone.
Striscia sotto assedio
A Gaza la popolazione è sotto assedio. Secondo Oxfam oltre 1 milione di persone è costretta a vivere in condizioni disumane, a bere acqua sporca e contaminata. La situazione sanitaria è al collasso. I bambini vivono con la costante pura di morire. Oltre il 70% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie sono state distrutte o danneggiate a causa dei bombardamenti israeliani. Dal 2 marzo sono stati bloccati gli aiuti umanitari.
Aiuti bloccati
E nonostante l’accordo dello scorso lunedì fra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in seguito alla forte pressione internazionale, sull’ingresso di 93 camion carichi di cibo e medicine, secondo le Nazioni Unite ci sono stati rallentamenti e blocchi.
Le stesse Nazioni Unite hanno dichiarato che «più di 28.000 donne e ragazze sono state uccise a Gaza dall’inizio della guerra, nell’ottobre del 2023 – vale a dire una donna e una ragazza in media uccise ogni ora negli attacchi delle forze israeliane».
Le denunce delle Ong
Per Pascale Coissard, coordinatrice di Medici Senza Frontiere (MSF) a Khan Younis, la quantità di aiuti è insufficiente: «Una cortina fumogena per fingere che l’assedio sia finito. La decisione delle autorità israeliane di consentire l’ingresso di aiuti in quantità ridicolmente inadeguate a Gaza dopo mesi di assedio ermeticamente sanzionato segnala la loro intenzione di evitare l’accusa di affamare la popolazione di Gaza, mentre di fatto la mantengono a malapena in vita».

Rottura diplomatica
Israele non si ferma nemmeno dinanzi alla dura condanna di Francia, Canada e Regno Unito, che considerano la guerra a Gaza del tutto sproporzionata. «Abbiamo sospeso i negoziati con il governo israeliano su un nuovo accordo di libero scambio. Rivedremo la cooperazione con loro nell’ambito della roadmap bilaterale per il 2030. Le azioni del governo Netanyahu hanno reso tutto questo necessario», ha dichiarato il ministro degli Esteri del Regno Unito, David Lammy, intervenendo alla Camera dei Comuni.
La risposta del governo israeliano è stata rapida: «Londra è mossa da un’ossessione antisraeliana e da calcoli politici interni. Se il governo britannico è disposto a danneggiare la propria economia, è una sua decisione. Il mandato britannico sul protettorato d’Israele è terminato esattamente 77 anni fa e le pressioni esterne non devieranno lo Stato ebraico dalla sua strada».
Europa divisa
Sui social, nel frattempo, si diffondono i video di bambini affamati e le dichiarazioni di giornalisti che negano il genocidio. Un importante segnale è arrivato però dall’Europa: aumentano le condanne alle scelte del governo di ultradestra israeliano. Dopo la Spagna e l’Irlanda, i Paesi Bassi, storico partner di Israele, hanno sollecitato gli altri governi e l’esecutivo Ue perché valuti l’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo di associazione – che vincola i rapporti bilaterali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici – in reazione al blocco degli aiuti a Gaza.
Alleanza da rivedere
Una proposta sposata nel complesso da 17 Paesi. «È chiaro dalla discussione tenuta oggi che c’è una forte maggioranza a favore della revisione dell’articolo 2 del nostro accordo di associazione con Israele. Quindi avvieremo questo lavoro», ha detto il capo della diplomazia Ue, Kaja Kallas, nella conferenza stampa tenuta al termine del Consiglio Affari esteri il 20 maggio.
La posizione dell’Italia
Ma l’Europa non è unita. Prendono le distanze, infatti, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, e anche la Germania e l’Italia. Già Viktor Orban, primo ministro dell’Ungheria, si era opposto nei giorni scorsi alle sanzioni nei confronti dei coloni violenti. E mentre Donald Trump sembra essere pronto per un accordo con Teheran sul nucleare, arrivano dall’intelligence degli Usa le notizie di un possibile attacco da parte di Israele alle centrali nucleari iraniane.
Fa discutere intanto anche il provvedimento del governo italiano che autorizza l’acquisto di tecnologie militari da Israele.



















