Milo Rau ci ha abituato negli anni a spettacoli devastanti, a esplorazioni senza filtri dell’animo umano e delle ripercussioni nella società del sentimento comune, messinscena che pretendono un coinvolgimento del pubblico etico prima ancora che emotivo.
Con La Lettre, presentato al Festival d’Avignon 2025 e passato in prima nazionale al Vascello di Roma pochi giorni fa, in occasione della 40esima edizione del Romaeuropa Festival, Rau cambia registro, spiazzando una volta di più pur rimanendo fedele a molte delle dieci regole del manifesto che ha stilato nel 2018, quando era direttore del NTGent, il teatro cittadino di Gent (oggi è invece alla guida del Wiener Festwochen): divieto di adattamento letterale dei classici, almeno due attori non professionisti coinvolti, almeno due lingue parlate, scenografia trasportabile in un piccolo furgone. Una regola su tutte, che ad oggi non ci pare Rau abbia mai sconfessato:

“Non si tratta più soltanto di ritrarre il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa”.
Riflessione condivisa
A tutta prima, questa “pièce commune” può sembrare una sorta di divertissement: leggera e piena di umorismo, La Lettre si configura però come l’ennesima ricerca di Rau su ciò che può essere oggi il teatro popolare. Dalla storia di Giovanna d’Arco a Il gabbiano di Čechov, lo spettacolo si svolge su più livelli, attingendo alle storie familiari di due giovani artisti (i bravissimi Arne De Tremerie e Olga Mouak), nel perenne alternarsi tra arte e vita, in uno spazio, quello del palcoscenico, in cui anche i morti possono tornare (e in cui par evidente il richiamo alle potenzialità e ai pericoli dell’Intelligenza artificiale) e dove gli spettatori non sono più semplici osservatori, ma partecipano attivamente a una riflessione condivisa sul senso e sulla funzione dell’arte scenica nel presente.
Il bisogno di bellezza o la sua menzogna
Queste le parole che Milo Rau ha consegnato ai social, in una lettera al teatro italiano a qualche giorno dalla prima nazionale e subito dopo le manifestazioni per Gaza che si sono susseguite nel nostro paese: «La Lettre parla dei rapporti tra i figli e i loro genitori, tra gli attori e il loro pubblico. Parla di Čechov, di Giovanna d’Arco e di alcune altre icone europee. Parla di amore e di dolore. E soprattutto parla del nostro bisogno di bellezza e d’essere comunità. Ma sapete una cosa? Oggi e qui, questo pezzo sembra stranamente fuori luogo. In questo momento, mentre ogni giorno cadono bombe su Gaza e la flotta che era in viaggio per fermare il genocidio è stata fermata a sua volta, la bellezza, il dolore, l’umorismo della mia lettera mi sembrano un grande silenzio, anzi una menzogna».
E certo non bastavano a stracciare il silenzio le tre bandiere, rossa, bianca e verde, lasciate a sventolare sul fondo nero del boccascena per ricordare la Palestina; suggerivano però la solidarietà spontanea che si è andata creando tra il popolo italiano e quello palestinese (“No”, si dovrà allora rispondere forte al personaggio in scena che si chiede e chiede provocatoriamente al pubblico se da queste parti non siamo tutti fascisti).
La solidarietà dell’autore
Solidarietà, d’altronde, è pratica – prima ancora che sentimento – che percorre tutti gli spettacoli firmati da Milo Rau visti fin qua (almeno dalla sottoscritta): verso la vittima della furia omofoba e xenofoba, ne La Reprise (alla Biennale Teatro di Venezia nel 2022), verso l’anziana che sceglie l’eutanasia, in Grief&Beauty (al Romaeuropa Festival nel 2022), verso la madre che massacra i suoi figli, nello strepitoso e indimenticabile Medea’s Children, alla Biennale di Venezia nel 2024, verso le vittime della violenza in tempo di guerra (La veggente, alla Biennale di Venezia nel 2025).
Solitudine e impegno civile
In tutti, il male da combattere, ogni volta è la solitudine: povere anime lasciate sole nel mondo. Proprio come lo sono, di nuovo, a loro modo, i due giovani protagonisti deLa lettre e – prima di loro – la nonna e la bisnonna dalla cui lettera ha inizio tutto lo spettacolo. Ad ascoltare bene Rau, d’altronde, l’appello alla necessità di cambiare il mondo attorno e dopo l’azione scenica è sempre vivo. Di nuovo le sue parole: «Smettiamo di tacere. Prendiamo una posizione chiara. Solo così potremo salvare la nostra arte, il teatro: questo luogo vulnerabile e riflessivo in cui cerchiamo insieme la bellezza e la comunità».
Ancora una volta, insomma, niente e nessuno si potrà salvare da solo.



















