Un giovane esemplare di falco cuculo
Foto: Andrea Mazza, archivio Lipu

Pulcini di falco cuculo, record di nascite nella pianura parmense

La popolazione nidificante di questa specie, identificata come Vulnerabile nella Lista rossa italiana e mondiale, è in aumento nella zona, grazie a progetti pluriennali della Lipu
16 Luglio, 2025
2 minuti di lettura

Pesati, misurati e dotati di anello Ispra di riconoscimento. Sono 150 giovani rapaci nati quest’anno nella popolazione di falco cuculo del parmense. Una popolazione nidificante costituita da 140-150 coppie, un dato record da quando il falco cuculo ha iniziato a insediarsi in modo più consistente nella pianura ove era presente fin dal 1995.

staff Lipu, volontari e universitari che si sono occupati di inanellare i pulcini di falco cuculo
Foto: Andrea Mazza, archivio Lipu

Le operazioni sono state gestite dallo staff Lipu del settore Conservazione, da volontari della Lipu Parma e da studenti dell’Università di Modena e Reggio Emilia guidati dal docente Dino Scaravelli

Un’area di interesse

La bassa parmense offre abbondanti prati stabili e medicai, tipici nelle zone di produzione del Parmigiano-reggiano e ricche di prede come insetti e piccoli mammiferi. Sono presenti inoltre delle cassette nido artificiali collocate sugli alberi dalla Lipu nell’ambito, inizialmente, di un progetto Life partito nel 2009 e conclusosi nel 2012.

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Dalle 60 cassette nido iniziali, il numero è arrivato alle 200 attuali, di cui 109 sono state occupate dai falchi cuculo, che hanno utilizzato anche 32 nidi naturali di corvidi. A distanza di anni le cassette nido sono stati determinanti per l’aumento del numero di coppie nidificanti e il conseguente successo riproduttivo, e hanno portato a una più estesa colonizzazione anche in altre zone come mantovano, modenese, ferrarese e Polesine, fino alla provincia di Treviso.

L’habitat ideale

Il falco cuculo trova il suo habitat ideale nelle aree ad agricoltura estensiva, con abbondanza di prati stabili, medicai alternati a rari alberi. Soffre per l’abbattimento degli alberi che ospitano nidi di Corvidi (non si costruisce quasi mai il nido da solo ma occupa quello lasciato libero da corvi o similari) e per la riduzione della disponibilità di insetti, alimento principale. dovuto all’uso massiccio di pesticidi.

pulcini di falco cuculo
Foto: Andrea Mazza, archivio Lipi

Assistenza tutto l’anno

«In inverno ripariamo le cassette danneggiate e prepariamo il fondo con la ghiaia» spiega Michele Mendi, delegato della Lipu di Parma e Consigliere nazionale: mentre in estate «verifichiamo il successo riproduttivo delle singole coppie nidificanti e inanelliamo i pulcini che hanno raggiunto l’età idonea, cui, dopo averli pesati e misurati, applichiamo anelli metallici forniti dall’Ispra e anelli colorati con sigle alfanumeriche per la lettura a distanza, utile per determinare gli spostamenti e le rotte migratorie».

Il falco cuculo adulto. Foto: Michele Mendi, archivio Lipu
Il falco cuculo adulto. Foto: Michele Mendi, archivio Lipu

Dormitori in oriente

Grazie agli anelli colorati, ad esempio, sappiamo che i giovani che si involano in agosto si recano dapprima nell’Europa centro-orientale e poi in Sudafrica e in Botswana,  forse indotti dalla ricerca di maggiore disponibilità di cibo oppure per raggiungere le cospicue popolazioni orientali e formare con loro grandi dormitori, partendo dopo per l’Africa.

Specie globalmente minacciata

«La popolazione di questa specie nel parmense è in aumento» spiega Marco Gustin, responsabile Specie e ricerca della Lipu. «Oggi è pari a circa l’1% di quella europea. Ma non possiamo dimenticare il fortissimo declino subito dal falco cuculo in altre parti del continente, soprattutto nelle sue roccaforti dell’Est.

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«Inoltre, è da sottolineare la sua classificazione come “Vulnerabile” nella Lista rossa italiana e mondiale e come ‘Spec 1’ da BirdLife International, ossia specie globalmente minacciata.Oggi per preservarne la presenza occorrono progetti pluriennali come quello del parmense ma anche difendere i siti riproduttivi dall’intensificazione agricola, evitare l’utilizzo intensivo di pesticidi e continuare studi a lungo termine sulla biologia riproduttiva, senza tralasciare il monitoraggio della migrazione e delle condizioni di svernamento in Africa».

 

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