Se l’accordo firmato il 13 ottobre a Sharm el-Sheikh dal presidente statunitense Donald Trump, dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dal primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, i Paesi mediatori dell’intesa, basterà a garantire la pace a Gaza, lo scopriremo soltanto quando tutti i punti saranno effettivamente rispettati.
Pace “dopo tremila anni”
Sappiamo però che, dopo il rilascio dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi e la liberazione di 1.968 detenuti palestinesi, il presidente degli Stati Uniti, intervenendo alla Knesset, il parlamento israeliano, ha dichiarato: «Un’alba storica per un nuovo Medio Oriente». Ammettendo di aver contribuito con la forza al raggiungimento della tregua: «Bibi mi chiamava così tante volte: puoi procurarmi quest’arma, quell’arma, e altre di cui non avevo mai sentito parlare. Israele sapeva come usarle bene».
Successivamente, in Egitto, il tycoon ha affermato nel suo discorso – pronunciato su un palco con la grande scritta “Peace 2025” – che «ci sono voluti tremila anni per arrivare fin qui: ora, pace durevole».
Contenere le violenze nella Striscia
Rispetto al piano iniziale, davanti a circa trenta leader mondiali, tra cui la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, il presidente Usa ha voluto precisare che mantenere la sicurezza nella Striscia resta una sfida complessa e, per questo, non si esclude la possibilità di affidare temporaneamente tale funzione ad Hamas. «Vogliono porre fine ai problemi e lo hanno detto apertamente» ha dichiarato, «e abbiamo dato loro l’approvazione per un periodo di tempo». Nella Striscia, infatti, persistono scontri interni tra clan rivali, fattore non trascurabile che coinvolge anche l’Egitto nella gestione della sicurezza dei confini e nel tentativo di evitare nuove violenze quotidiane. Proprio il presidente egiziano al-Sisi ha annunciato una conferenza per la ricostruzione di Gaza, prevista per novembre in Egitto.
Corpi sotto le macerie
Costruire la pace rimane tuttavia un processo lento e difficile. Dopo il rilascio dei prigionieri, si cercano ancora i corpi dei detenuti deceduti: un’operazione complessa, data la situazione sul terreno. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), oltre l’80% degli edifici della Striscia è stato distrutto o gravemente danneggiato dalla guerra. Nella sola Gaza City la percentuale sale al 92%. L’Undp descrive la distruzione come “devastante”, con almeno 55 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere prima di poter avviare la ricostruzione.
Le autorità locali affrontano le stesse difficoltà nel recupero dei corpi dei palestinesi uccisi durante il conflitto. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le squadre di soccorso hanno recuperato più di 250 corpi (alcuni ritrovati per strada) secondo quanto riporta l’agenzia palestinese Wafa. Si stima però che oltre 10.000 persone siano ancora sepolte sotto le macerie.
Rafah ancora chiusa agli aiuti
Mentre si discute della riapertura del valico di Rafah, essenziale per il passaggio degli aiuti umanitari, nelle scorse ore è arrivata la dichiarazione di Benjamin Netanyahu: «Se Hamas non si disarma, si scatenerà l’inferno». Hamas, nei giorni precedenti, aveva già respinto l’ipotesi di un disarmo totale senza il ritiro dell’Idf, accusando Israele di aver aperto il fuoco contro civili palestinesi e di aver ucciso 44 persone nelle ultime 24 ore, in violazione del cessate il fuoco. A sostegno delle parole di Netanyahu sono arrivate anche le dichiarazioni del ministro delle Finanze israeliano, l’esponente dell’estrema destra Bezalel Smotrich, pronunciate durante un evento celebrativo della festa ebraica di Simchat Torah a Sderot, nel sud di Israele, vicino al confine con la Striscia.
La fede di Smotrich
«Non ci sarà Hamas a Gaza, nessuna minaccia per i civili israeliani da parte di Gaza per decenni. Ci saranno insediamenti ebraici a Gaza, perché senza insediamenti a lungo termine non c’è sicurezza» ha detto Smotrich, e poi ha aggiunto: «Abbiamo pazienza, determinazione e fede e, con l’aiuto di Dio, continueremo la serie di vittorie e miracoli che Egli ha compiuto con noi, ottenendo una vittoria completa anche qui… un inverno vittorioso di insediamento e sicurezza per Sderot».
Le violenze crescenti dei coloni
Ma possiamo parlare di pace duratura soltanto con la fine dei conflitti interni e delle occupazioni. Se si guarda alle azioni dei coloni israeliani, infatti, la violenza nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, il 7 ottobre 2023. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), i coloni hanno attaccato i palestinesi quasi 3.000 volte in Cisgiordania dall’inizio del conflitto. Il numero di attacchi è cresciuto negli ultimi anni: 852 nel 2022, 1.291 nel 2023 e 1.449 nel 2024. Con oltre 1.000 attacchi registrati nei primi otto mesi del 2025, quest’anno è destinato a diventare il più violento di sempre.
Pace possibile con le occupazioni?
Attualmente tra 600.000 e 750.000 coloni vivono in più di 250 insediamenti e avamposti nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est. Molti di questi si trovano nei pressi di città e villaggi palestinesi, generando un aumento delle tensioni e severe restrizioni alla libertà di movimento per i gazawi. I coloni, spesso armati e accompagnati o protetti da soldati israeliani, hanno distrutto edifici, compiuto attacchi incendiari e ucciso residenti.
L’attenzione della società civile
Nel frattempo continuano a morire i palestinesi che cercano di tornare nelle loro case a Gaza City e a Khan Yunis, uccisi dall’Idf. E in questa fase non possiamo abbassare la guardia su ciò che accade a Gaza, non dobbiamo dimenticare il genocidio né occultare i crimini di guerra e le amnistie. Occorre inoltre ricordare il ruolo cruciale della società civile, capace di smuovere le coscienze e di spingere i governi a decisioni risolutive:
come il riconoscimento dello Stato di Palestina e la restituzione della voce al popolo palestinese.



















