È andato a No other land il premio Oscar come migliore documentario nella lunga notte che si è da poco conclusa al Dolby Theater, in una Los Angeles ancora scossa dagli incendi di poche settimane fa.
Un riconoscimento che ha portato nella cerimonia condotta da Conan O’Brien, che ha visto trionfare con cinque statuette la commedia Anora di Sean Baker, una questione internazionale di grande peso: quella del dramma palestinese, che Donald Trump vorrebbe risolvere trasformando una terra martoriata dal dolore in un resort.

Messaggio da Hollywood
Il messaggio che è giunto da Hollywood, con il premio al collettivo di giornalisti israeliani e palestinesi che ha realizzato il documentario, è stato di segno diametralmente opposto. Così Basel Adra, uno dei quattro artefici di questo racconto centrato sull’avanzata delle ruspe nei dodici villaggi che compongono la comunità di Masafer Yatta, nella Cisgiordania del sud, ha commentato il premio: «Qualche mese fa sono diventato padre e ho promesso a mia figlia che non avrebbe vissuto la vita che sto vivendo io: demolizione e violenza sotto l’occupazione israeliana. Durissimo mostrare la realtà che stiamo vivendo, chiediamo di fermare la pulizia etnica dei palestinesi». A lui si è aggiunto l’israeliano Yuval Abraham: «Abbiamo fatto un film insieme, palestinesi e israeliani, perché la distruzione di Gaza deve finire e gli ostaggi devono essere rilasciati, la politica estera di questo paese sta bloccando la strada. La mia gente non può essere al sicuro se non lo è anche quella di Basel. Non è troppo tardi».

La nostra recensione
Il documentario è distribuito in Italia da Wanted e per conoscerlo vi riproponiamo la recensione che ha realizzato per noi Francesca Romana Buffetti.



















