Immagine del, Muro di Berlino nella East Side Gallery Graffiti
Questa parte del Muro di Berlino si trova nella East Side Gallery Graffiti

Il coronavirus fra sicurezza e autoritarismo. La tesi di Kuisz e Wigura sul Guardian

Durante l'emergenza Covid-19 in Europa sono tornate le frontiere. E Schengen rischia di non essere più il simbolo della libertà e della stabilità democratica dell'Unione europea
7 Aprile, 2020
2 minuti di lettura

La chiusure dei confini nazionali potrebbe essere stata una risposta razionale da parte dei governi europei per difendere la salute dei cittadini. Ma potrebbero esserci delle conseguenze per le democrazie europee? A questa domanda hanno provato a rispondere Jarosław Kuisz  e Karolina Wigura, con un intervento su The Guardian. Secondo i due storici dell’Institute for Advanced Study di Berlino e giornalisti di Kultura Liberalna, la chiusura delle frontiere nell’Europa centrale e orientale ha un significato politico che va oltre la semplice emergenza sanitaria.

 

Hanno scritto infatti i due giornalisti sul giornale britannico:

«Per decenni, i paesi post-comunisti hanno cercato di sfuggire all’influenza sovietica per “tornare in Europa”. Le ragioni erano solo in parte economiche. In tutte quelle immagini memorabili della caduta del Muro di Berlino nel 1989, si possono vedere folle di tedeschi dell’est che credevano di sfuggire letteralmente alla trappola della storia. Polacchi, ungheresi, cechi e molte altre nazioni hanno provato la stessa cosa.  Nel ventesimo secolo, la loro esperienza centrale fu quella del collasso dei loro stati, della caduta della sovranità e della minaccia esistenziale proveniente da due sistemi totalitari».

 

Guarda il video sulla caduta del Muro di Berlino

 

 

Pertanto unirsi alla Nato o all’Ue, dopo il crollo del comunismo, significava avere un garante della stabilità istituzionale e della sicurezza personale. E proprio la zona Schengen era vista come un nuovo spazio politico libero, lontano dal pericolo delle influenze geopolitiche. Ma in questi giorni ci siamo accorti di un cambiamento. Dopo la decisione dell’Italia di adottare misure di restrizione della libertà di circolazione, nei successivi cinque giorni, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria hanno chiuso i confini, anche se il numero di casi da Covid-19 era relativamente basso. E allora perché sono stati i primi a decidere di chiudere le frontiere, nonostante in passato si era diffuso il desiderio di entrare in Europa e nonostante la triste esperienza dei totalitarismi?

«Uno dei motivi è che il “ritorno in Europa” ha portato da un lato la modernizzazione e la prosperità, ma dall’altro il costo è stato alto. Un risultato di Schengen è stata l’emigrazione di massa di lavoratori istruiti. La fuga dei cervelli ha contribuito alla drammatica situazione in cui si trovano molti sistemi sanitari», hanno spiegato i due storici.

I giovani medici dell’Est, infatti, negli scorsi anni hanno preferito trasferirsi nel Regno unito dove c’è stata una grande richiesta di lavoro nella sanità nazionale.Un colpo forte per  il Gruppo di Visegrad, considerato in Europa ancora debole nonostante le trasformazioni dal 1989. E anche i cittadini si reputano deboli, in più temono di nuovo il crollo dello stato. Per questo rispetto a una Europa indifesa che cerca di seguire politiche liberali, preferiscono lo stato-nazione illiberale forte, rinunciando anche alla partecipazione. Allora paradossalmente le politiche illiberali vengono accolte come le uniche soluzioni valide contro le ansie e le paure diffuse. E proprio in questo scenario c’è chi ha apportato cambiamenti irreversibili al sistema politico. In Ungheria, Viktor Orbán è stato autorizzato a proclamare lo stato di emergenza senza alcun limite di tempo. In Polonia, il governo ha cambiato la legge elettorale in una notte. E in Slovacchia le misure speciali introdotte dal governo rischiano di mettere in pericolo le informazioni personali.

 

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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