iran protesta
Le proteste per la morte di Mahsa Amini. La 22enne era stata arrestata e torturata dalla polizia morale iraniana con l'accusa di non aver rispettato le norme del Paese in materia di hijab (Foto/twitter)

Le proteste in Iran e la nuova sorveglianza del regime

Mentre si registrano nuovi morti per mano delle Guardia rivoluzionaria, la rete informatica globale si presenta come lo strumento per salvare le donne iraniane. Ma le strategie di controllo di Teheran sono sempre più sofisticate
3 Ottobre, 2022
2 minuti di lettura

Continuano le proteste pacifiche in Iran per la morte di Mahsa Amini. E aumenta la repressione delle forze di sicurezza iraniane. Secondo Amnesty International, alla data del 22 settembre le vittime erano oltre 30 tra cui quattro minorenni. Ora il numero è arrivato a 57. La Guardia rivoluzionaria, le forze militari basij e agenti in borghese non esitano ad utilizzare proiettili veri.  Si registrano morti nelle province di Alborz, Esfahan, Ilam, Kohgilouyeh e Bouyer Ahmad, Kermanshah, Kurdistan Manzandan, Semnan, Teheran e Azerbaigian occidentale.

Il regime iraniano sorveglia e punisce. Teme il movimento delle donne che dal 1979 prova a ribellarsi alle leggi ingiuste. Donne che rivendicano la libertà di scegliere e di essere padrone del proprio corpo e della propria sessualità. Capaci di organizzarsi e denunciare le violenze.

Per queste ragioni, come ha spiegato su The Guardian Azadeh Akbari, professoressa di pubblica amministrazione e trasformazione digitale presso l’Università di Twente nei Paesi Bassi, il governo di Seyyed Ebrahim Raisi ha chiuso l’accesso a Internet, bloccando le piattaforme di social media come Instagram e WhatsApp. Dopo la rivolta del 2019, il regime iraniano ha perfezionato il suo sistema di sorveglianza dividendo il cyberspazio in due universi paralleli: una rete nazionale controllata e una globale, che per l’utente medio sembrano sorprendentemente simili.

 

 

«I poteri di sorveglianza informatica potrebbero ora essere combinati con le carte d’identità digitali recentemente attivate, che permetteranno al regime di identificare i manifestanti in pochi secondi attraverso le telecamere a circuito chiuso installate in tutto il Paese – spiega Azadeh Akbari – Queste carte d’identità digitali sono ormai indispensabili per accedere ai servizi sanitari o per prenotare biglietti ferroviari e aerei nazionali. E le banche dati biometriche del sistema possono essere facilmente utilizzate per individuare i “facinorosi”, come probabilmente hanno fatto per identificare una donna che protestava contro l’obbligo dell’hijab su un autobus affollato e che è stata arrestata».

Ma oscurare internet significa anche impedire alle donne di trovare uno spazio per sfogarsi, dove mostrare la rabbia per i trattamenti umilianti.

«Dalla ratifica della nuova legge punitiva islamica nel 1993, le forze di polizia sono legalmente obbligate a far indossare l’hijab. Le pattuglie della polizia morale, entrate in vigore nel 2005, hanno annullato i diritti delle donne negli spazi pubblici e possono portare all’arresto di chiunque non sia ritenuto vestito in modo appropriato», prosegue la professoressa dell’Università di Twente.

 

Trasferite negli uffici contro la corruzione sociale, le donne iraniane vengono schedate. Anche il loro benessere psicologico diventa oggetto del regime iraniano. Procedure che durano ore e che si concludono con il taglio dei vestiti “difettosi”. Così, riuscire a far circolare le immagini di violenze, abusi e maltrattamenti in rete è senza dubbio la modalità più efficace per favorire le rivolte interne contro la repressione e la dittatura, e allo stesso tempo è la via più rapida per risvegliare le coscienze dell’opinione pubblica mondiale.

Ma seguendo le riflessioni di Azadeh Akbari, una informazione libera può circolare soltanto tramite una rete globale in cui la privacy e i dati personali non sono in pericolo. Perché non bastano le «gesta eroiche» delle aziende tecnologiche orientate al profitto per liberare i popoli dall’oppressione.

 

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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