Il 20% per l’Unione Europea, il 34% per la Cina. Solo il 10% per la Gran Bretagna, insieme ad altri 60 paesi che si distribuiscono percentuali variabili fino al 46% del Vietnam. Tutto ci sta riportando indietro in questi ultimi anni seguiti alla pandemia, con la sua amara lezione sull’imprevedibilità dei processi biologici, che sembrava aver creato le premesse per una nuova consapevolezza globale sulle reali sfide dell’umanità.
Teatralità e campanilismo
Adesso, dopo le guerre che aumentano anziché diminuire (con le atrocità di cui i media ci restituiscono una minima parte) e la mutazione genetica dell’Unione Europea che è passata dal Nobel per la pace al riarmo, arrivano i dazi il cui valore simbolico non pesa meno di quello effettivo. L’amministrazione americana li ha comunicati con una teatralità e in un clima di attesa che acuisce il senso di sconcerto, pienamente distopico, quasi da fiction absurdista, con cui osserviamo tutto questo.
Finestre sul cortile
Ancor più ci sembra patetico e fuori da ogni reale percezione delle grandezze concrete di questa vicenda, che intanto ha sortito l’effetto di far crollare le borse e acuire le tensioni internazionali, lo sguardo sul proprio cortile che emerge delle diverse categorie: il consorzio del Parmigiano Reggiano che punta a tutelare il suo piccolo, i produttori del vino (che la casualità vuole riuniti proprio fra pochi giorni per il Vinitaly, dove c’è da credere che il tema terrà banco) lamentano le perdite cui andranno incontro, il settore delle automobili che fa i conti con il calo delle vendite, come il prosciutto e così via.
Pensare una nuova globalità
Veniamone fuori, quasi per evocare il titolo del libro di Fabio Deotto che recensivamo poche ore fa su questa rivista. Innanzitutto noi, con lo sguardo, con la testa da questa melma della modernità in cui siamo precipitati. Con un salto di scala nello sguardo, che ci permetta di pensare una nuova globalità più umana, visto che quella dei mercati ha mostrato tutta la sua fragilità. Resistiamo a questa sequela di atti e messaggi che puntano a costruire un mondo diviso, anzi suddiviso fra più centri di potere che si sfidano ma allo stesso tempo vanno a braccetto. L’offensiva non è economica e la risposta non sta soltanto nell’economia, bisogna coltivare pensiero, andare oltre la risposta di un corteo e rimettere in campo le idee fondatrici, coraggiosamente ecopacifiste, del tracciato ambientalista.
Se siamo ancora in tempo, perché il dubbio francamente chi scrive ce l’ha, pensando anche alle scadenze del clima che ormai sono finite nel dimenticatoio dell’agenda planetaria. Ma intanto una diversa visione delle cose è nella nostra disponibilità.
E quella va tutelata, come la rotta di una nave in burrasca.

















