Corpi, conflitti, paesaggi stravolti. Il pianeta in crisi nel racconto visivo del World Press Photo 2025

Oltre 59mila scatti di 3.778 fotografi da tutto il mondo, 144 immagini finaliste. Il prestigioso riconoscimento per il fotogiornalismo arriva a Roma con le sue storie sospese fra tragedia e speranza. Un'esperienza visiva da non perdere
6 Maggio, 2025
3 minuti di lettura

Cambiamento climatico, migrazioni, conflitti: sono questi i tre temi intorno ai quali verte la maggior parte degli scatti premiati in occasione della 68esima edizione del World Press Photo. L’organizzazione indipendente senza scopo di lucro, sin dalla sua fondazione, nei Paesi Bassi nel 1955, sostiene il potere del fotogiornalismo e della fotografia documentaria per approfondire la comprensione delle complessità del mondo, promuovere il dialogo e ispirare l’azione.

World Press Photo 2025
Foto: Getty Images

Non una semplice esibizione, dunque, ma una vera e propria mobilitazione per rendere il pianeta un posto migliore di quello che viene mostrato dalle e dai migliori fotografi.

Scatti selezionati

Come avviene ormai da qualche anno, anche per il 2025 a Roma a ospitare l’esposizione delle immagini vincitrici (scelte da una giuria globale indipendente composta dai presidenti delle giurie regionali e dal presidente della giuria globale, Lucy Conticello) è il Palazzo delle Esposizioni, dove – fino all’8 giugno – si potranno vedere i 42 progetti selezionati e le 144 fotografie scelte tra le 59.320 ricevute da 3.778 fotografi provenienti da 141 Paesi.

Il dolore di Gaza nella foto vincitrice

A vincere il World Press Photo of the Year è ancora una volta una foto che testimonia l’orrore che Israele continua a perpetrare a Gaza: se nel 2024 il palestinese Mohammed Salem aveva immortalato una donna col corpo senza vita del nipote stretto al petto (scattata il 17 ottobre 2023 nell’obitorio dell’ospedale Nasser), stavolta Samar Abu Elouf (prima palestinese e sesta donna nella storia a essere premiata) per il New York Times ha ritratto un bambino di 9 anni, Mahmoud Ajjour, che ha perso entrambe le braccia mentre fuggiva durante un assalto israeliano. Un’immagine di grande impatto emotivo per valore estetico e simbolico: l’Agenzia delle Nazioni Unite per le opere e i soccorsi (Unrwa) ha stimato, infatti, che nel dicembre 2024, a Gaza ci fossero più bambini amputati pro capite che in qualsiasi altra parte del mondo.

"Mahmoud Ajjour, nove anni". Mahmoud, ferito durante un attacco israeliano a Gaza City nel marzo 2024, trova rifugio e assistenza medica a Doha, in Qatar. 28 giugno 2024.
“Mahmoud Ajjour, nove anni”. Mahmoud, ferito durante un attacco israeliano a Gaza City nel marzo 2024, trova rifugio e assistenza medica a Doha, in Qatar. 28 giugno 2024. Foto: Samar Abu Elouf, The New York Times

Nel marzo 2025, più di settemila pazienti sono stati evacuati per cure mediche, ma secondo l’Oms almeno altri 11mila sono rimasti nella Striscia, in attesa di evacuazione.

Fra l’Amazzonia e il confine del Messico

Accanto alla foto di Mahmoud Ajjour, le due fotografie finaliste, non meno drammatiche: il messicano Musuk Nolte, in Droughts in the Amazon, documenta gli stravolgimenti dei paesaggi e delle abitudini delle comunità fotografando un ragazzo che porta il cibo alla madre nel villaggio di Manacapuru, raggiungibile oggi solo a piedi, lungo il letto arido di un fiume. In Night Crossing, invece, John Moore, già premiato sia col Pulitzer che col World Press Photo of the Year per i suoi lavori sull’immigrazione, mostra un gruppo di migranti cinesi mentre si scaldano intorno al fuoco dopo aver varcato il confine fra Messico e Stati Uniti.

Viaggio nel mondo che soffre

Attraversare i quattro corridoi del secondo piano del Palazzo delle Esposizioni significa immergersi in quel “dolore degli altri” così ben descritto da Susan Sontag.

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Significa portarsi via la certezza che nel mondo “accadono cose terribili”: corpi femminili che pagano il prezzo più alto delle guerre, tra violenze sessuali, organi espiantati, figli uccisi (potente e degno di nota Women’s Bodies as Battlefields il reportage di Cinzia Canneri, unica italiana premiata quest’anno, tra Etiopia, Eritrea e Tigrè); animali, come gli elefanti in Zambia, i pesci in Congo o i macachi in Thailandia che scontano i risultati delle siccità e delle epidemie; minori feriti, traumatizzati, mutilati, abusati dall’Ucraina, al Medio Oriente fino all’Africa e all’Asia.

Luci di speranza

Eppure, per chiudere la mostra è stata scelta la foto del surfista brasiliano Gabriel Medina durante i giochi olimpici di Parigi, scattata a Teahupo’o, lungo la costa sud-occidentale di Tahiti, nella Polinesia francese, da Jerome Brouillet. Come ha sottolineato Babette Warendorf, Exhibitions and Fundraising Director del World Press Photo, presente alla conferenza stampa romana, «un’immagine che ha fatto il giro del mondo e che è stata realizzata in meno di un secondo: una foto perfetta che dopo le tante storie difficili da vedere vuole dare un po’ di speranza». Una piccola luce, a illuminare la possibilità neanche troppo remota di un rapporto più salubre tra essere umano e pianeta, in cui col solo aiuto della propria potenza fisica si possono cavalcare le onde più maestose.

Senza lasciare dietro di sé morte e distruzione.

Per saperne di più

www.palazzoesposizioniroma.it

 

Mielizia

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Francesca Romana Buffetti
Francesca Romana Buffetti
Antropologa sedotta dal giornalismo, dirige dal 2015 la rivista “Scenografia&Costume”. Giornalista freelance, scrive di cinema, teatro, arte, moda, ambiente. Ha svolto lavoro redazionale in società di comunicazione per diversi anni, occupandosi soprattutto di spettacolo e cultura, dopo aver studiato a lungo, anche recandosi sui set, storia e tecniche del cinema.
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