Global warming, climate change, climate crisis. Le parole con cui abbiamo descritto il cambiamento del clima sono mutate nel tempo. E non si tratta semplicemente di sostituire un termine con un altro: ogni parola costruisce una diversa rappresentazione del problema e contribuisce a determinare il modo in cui lo percepiamo.
Parole che orientano
Le parole, infatti, non sono mai completamente neutre. Non si limitano a descrivere la realtà: la organizzano, la interpretano e, almeno in parte, contribuiscono a costruire il modo in cui la comprendiamo. Da molti anni mi occupo di linguaggio e ambiente, e i miei interessi per la linguistica e, in particolare, per l’ecolinguistica e l’analisi del discorso mi hanno portato spesso a interrogarmi sulle parole che utilizziamo per raccontare la crisi ambientale.
Una domanda apparentemente semplice è diventata per me molto interessante: come abbiamo chiamato, nel corso degli ultimi decenni, quello che sta accadendo al clima?
All’inizio era global warming
Per molto tempo l’espressione più diffusa è stata global warming (già dagli anni ‘50 del Novecento), riscaldamento globale. Il termine pone l’accento su un fenomeno preciso: l’aumento della temperatura media del pianeta, determinato soprattutto dall’accumulo nell’atmosfera di gas serra prodotti dalle attività umane. È un’espressione molto efficace perché contiene un’immagine immediatamente comprensibile. Il pianeta si sta scaldando.
Ma proprio questa immediatezza può diventare anche un limite. Il global warming, infatti, non significa semplicemente che “fa più caldo”. L’aumento della temperatura media globale modifica sistemi complessi: influenza le precipitazioni, intensifica alcuni eventi meteorologici estremi, contribuisce alla fusione dei ghiacci e all’innalzamento del livello dei mari, altera ecosistemi e cicli biologici.
Dal riscaldamento al cambiamento
In altre parole, il global warming produce climate change. Ed è anche per questo che, progressivamente, l’espressione cambiamento climatico (che inizia ad essere utilizzata alla fine del anni ’80 del Novecento), è diventata sempre più centrale nel discorso scientifico, politico e mediatico. Climate change permette di rappresentare meglio la complessità del fenomeno. Non indica soltanto l’aumento delle temperature, ma l’insieme delle trasformazioni del sistema climatico. Dal punto di vista linguistico, però, accade qualcosa di interessante.
L’ambiguità del change
La parola warming, “riscaldamento”, possiede una forte concretezza semantica. Suggerisce una direzione precisa: qualcosa si sta scaldando. Change, invece, è una parola molto più ampia e, soprattutto, più neutra. Il cambiamento non è necessariamente negativo. Anzi, nella nostra lingua e cultura è spesso associato a qualcosa di auspicabile. Parliamo positivamente di cambiamento politico, cambiamento sociale, cambiamento culturale, cambiamento di mentalità. “È necessario un cambiamento” è una frase che può esprimere speranza, rinnovamento, progresso.
Dire climate change, quindi, è scientificamente corretto, ma sul piano comunicativo può attenuare la percezione della gravità del fenomeno. Un “cambiamento” può sembrare qualcosa di graduale, naturale e persino inevitabile: qualcosa a cui, semplicemente, ci si adatta. Eppure ciò che stiamo osservando non è un cambiamento qualsiasi.
Quando il cambiamento diventa crisi
Negli ultimi anni si è così diffusa, soprattutto nei media, nel dibattito pubblico e in una parte crescente della comunicazione scientifica e ambientale, un’altra espressione: climate crisis, crisi climatica. La differenza può sembrare minima. In realtà, dal punto di vista linguistico è enorme. Una crisi non è solo un cambiamento. È una situazione di difficoltà e instabilità che richiede una risposta. In modo implicito, introduce anche una dimensione temporale: una crisi non può essere osservata indefinitamente dall’esterno. Necessita di decisioni.
Una crisi esige risposte
La parola crisis modifica quindi quello che in linguistica potremmo chiamare il framing, la cornice attraverso cui interpretiamo il fenomeno. Se parliamo di climate change, possiamo immaginare un processo. Se parliamo di climate crisis, rappresentiamo una condizione che richiede un intervento. Non è un caso che alcuni media internazionali abbiano a poco a poco modificato il proprio lessico climatico, scegliendo espressioni come climate crisis o climate emergency quando il contesto lo richiede. La scelta nasce dalla consapevolezza che il linguaggio utilizzato per descrivere il problema contribuisce anche a determinarne la percezione sociale.
E poi arriva l’emergency
Un ulteriore passaggio è rappresentato dall’espressione climate emergency, emergenza climatica. Qui l’intensificazione semantica è ancora maggiore. Change descrive una trasformazione. Crisis segnala una situazione grave. Emergency introduce esplicitamente l’urgenza. Tre parole raccontano così lo stesso fenomeno attraverso tre prospettive differenti.
“Cambiamento climatico” può suggerire: qualcosa sta cambiando. “Crisi climatica”: ci troviamo di fronte a una situazione grave. “Emergenza climatica”: dobbiamo intervenire e dobbiamo farlo rapidamente. Questo non significa che dovremmo scegliere la parola più drammatica per parlare di clima. Una comunicazione ambientale efficace non può basarsi sull’allarmismo, così come non può basarsi sulla minimizzazione. Il problema è trovare parole scientificamente corrette e, allo stesso tempo, capaci di rappresentare in maniera adeguata la realtà.
Allarmismo e senso di impotenza
Esiste infatti anche un limite opposto. Se climate change rischia di attenuare troppo la percezione del problema, espressioni come climate catastrophe, catastrofe climatica, possono produrre un effetto altrettanto problematico. La parola catastrophe non comunica soltanto gravità. Evoca un evento devastante, un punto di non ritorno, qualcosa che è già accaduto o che appare ormai inevitabile. Ed è proprio qui che una scelta linguistica può diventare controproducente.
Se diciamo alle persone che ci troviamo di fronte a una catastrofe, quale spazio rimane per l’azione? Il rischio è quello di produrre non maggiore consapevolezza, ma impotenza. Se la catastrofe è già qui, se tutto è perduto, se non esiste più alcuna possibilità di modificare il corso degli eventi, allora può insinuarsi un pensiero pericoloso: non c’è più niente da fare. Tanto vale, allora, continuare a vivere, produrre e consumare esattamente come prima.
Una crisi che non è un destino già scritto
È il paradosso di una comunicazione che, nel tentativo di sottolineare la gravità della situazione, rischia di scoraggiare proprio quelle azioni che vorrebbe promuovere. Per questo credo sia importante evitare tanto il linguaggio rassicurante quanto quello fatalistico. La crisi climatica è grave e urgente, ma non è un destino già scritto. E sarebbe auspicabile non dover arrivare mai a descriverla davvero come una climate catastrophe. La differenza dipenderà in larga misura dalle decisioni e dalle azioni che verranno intraprese nel breve e brevissimo periodo. È proprio questa possibilità di incidere sul futuro che la comunicazione climatica dovrebbe riuscire a mantenere aperta: trasmettere l’urgenza senza cancellare la possibilità dell’azione.
La responsabilità delle parole
L’ecolinguistica ci insegna proprio questo: osservare le parole significa osservare anche le idee, i valori e le visioni del mondo che esse veicolano. Possiamo allora domandarci che cosa accada quando una trasformazione planetaria, prodotta in larga misura dalle attività umane e capace di modificare ecosistemi e società, viene raccontata semplicemente attraverso la parola cambiamento. Ma possiamo anche porci la domanda opposta: cosa accade quando la raccontiamo come una catastrofe ormai inevitabile? Tra minimizzazione e catastrofismo esiste uno spazio linguistico fondamentale: quello dell’urgenza e della possibilità di agire.
Significati impliciti che disegnano visioni
La questione non riguarda soltanto il clima. Pensiamo a espressioni come “risorse naturali”, che rappresentano implicitamente la natura attraverso ciò che può essere utilizzato dagli esseri umani, oppure a termini apparentemente tecnici come “sviluppo”, “crescita” e “progresso”. Anche queste parole contengono una storia e una determinata visione del rapporto tra società umane e mondo naturale. Per questo dare un nome alle cose è già un modo di interpretarle.
Il passaggio da global warming a climate change, e poi a climate crisis e climate emergency, racconta qualcosa che va oltre l’evoluzione del vocabolario ambientale. Racconta la nostra crescente consapevolezza della portata di ciò che sta accadendo.
Dall’interpretazione all’azione
Come studiosa del linguaggio, trovo significativo che una delle grandi questioni del nostro tempo possa essere osservata anche attraverso una storia delle parole scelte per raccontarla. Perché le parole non cambiano il clima. Ma possono cambiare il modo in cui lo vediamo. E il modo in cui vediamo un problema contribuisce a determinare ciò che siamo disposti a fare per affrontarlo.Forse è proprio questo il difficile equilibrio che oggi dovrebbe cercare la comunicazione climatica: non minimizzare, non rassegnarsi, non dichiarare la catastrofe prima che sia inevitabile.
Chiamare la crisi con il suo nome, ricordando che il futuro dipende anche da ciò che scegliamo di fare adesso.



















