È una domanda antica quella che Milo Rau ha portato sul palco delle Teatro alle Tese, uno dei tanti luoghi di Venezia che hanno accolto la 53esima edizione della Biennale Teatro: come si può rappresentare la violenza bellica? E ancora: che valore hanno le immagini e le parole – o l’arte tout court – di fronte alla distruzione portata dai conflitti?

E infine: come è possibile che nel 2025 si facciano ancora delle guerre?
Ritorno alla tragedia
Dopo il debutto al Vienna Festival (Wiener Festwochen), La veggente (The Seer), alla kermesse veneziana guidata per la prima volta da Willem Dafoe, direttore artistico fino al 2026 che ha intitolato questo suo primo capitolo Theatre is Body. Body is Poetry, segna il ritorno del regista svizzero alla tragedia classica: dopo Oreste (protagonista di Orestes in Mosul, messo in scena nella città irachena nel 2019), Antigone (al centro di Antigone in the Amazon del 2023), Medea (rivisitata nello splendido Medea’s Children), stavolta l’ispirazione arriva da Filottete di Sofocle, l’eroe che perde tutto e viene esiliato per una ferita.
Il senso della ferita
«I temi del tradimento, della sofferenza e dell’isolamento sono al centro della tragedia – ha scritto Rau nelle note di regia – La sua sofferenza fisica diventa un simbolo del suo isolamento e disumanizzazione: non è più un guerriero o un compagno, ma ridotto a essere “l’invalido” che è stato sacrificato».
Il suo dramma si mescola ai racconti raccolti in Iraq dallo stesso Rau insieme all’attrice Ursina Lardi, con cui collabora da più di dieci anni, a storie di fotografe e fotografi di guerra e sulle esperienze personali di irachene e iracheni.
Testimonianza vissuta
«The Seer (La veggente, ndr) è un’opera autobiografica nel senso più vero del termine – aggiunge Rau – basata su testimonianze e contaminazioni: non accade nulla che io non abbia vissuto in prima persona, o che non mi abbiano raccontato persone a me vicine. Le foto di cui si parla sono state scattate davvero; le conversazioni e gli incontri, tragici o amichevoli che siano, sono realmente avvenuti».
Schermo parallelo
Sul palco, invaso di sabbia e di relitti trascinati forse dal mare, Lardi (premiata con il Leone d’Argento 2025) interpreta una fotografa di guerra che viaggia in tutto il mondo alla ricerca di storie dell’orrore. Dallo schermo, invece, arrivano immagini di Mosul, dove vive Azad Hassan, un insegnante punito con l’amputazione della mano durante l’occupazione dello Stato Islamico.

Il dolore degli altri
Le loro storie si intersecano in un dialogo che sembra suggerire l’intreccio tra tempo storico e tempo mitico. La fotografa, che all’inizio sembrava invulnerabile, impermeabile a quel “dolore degli altri” così mirabilmente descritto da Susan Sontag in uno dei saggi più celebri dell’intellettuale statunitense (Davanti al dolore degli altri, edito in Italia da Einaudi), una volta subita la violenza, quella sessuale da sempre riservata come punizione femminile, si trasforma in una sorta di Cassandra ostile, il cui unico obiettivo è combattere la cecità dei nostri tempi.
Domande senza risposta
«Broken bottles under children’s feet – Bodies strewn across the dead end street… How long must we sing this song?» (Bottiglie rotte sotto i piedi dei bambini, corpi sparsi lungo strade senza uscita – per quanto tempo dobbiamo cantare ancora questa canzone?), cantava Bono Vox in quella Sunday Bloody Sunday che aveva insanguinato l’Irlanda del Nord del 1972 (la canzone fu eseguita la prima volta nel dicembre 1982 a Belfast).
Milo Rau, che ha una formazione da sociologo e un passato da reporter – e frequenta le zone di guerra da 26 anni – continua a porsi la stessa domanda, aprendo lo spazio teatrale alla rappresentazione della violenza e alla rielaborazione delle mitologie collettive. Come sempre, come fa il migliore teatro, scopo non è trovare una risposta, ma domande sempre più capaci di gettare una luce che sappia leggere al meglio il nostro qui e adesso.

Lo aspettiamo a RomaEuropa Festival, dal 12 al 19 ottobre, con “La Lettre”, in cui esplorerà il trauma da un punto di vista più intimo, come evento capace di cambiare il corso di una vita.



















