Un bambino davanti un'auto distrutta a Gaza
L'area danneggiata da un attacco aereo israeliano sulle tende che ospitano palestinesi sfollati. a Gaza City, 28 giugno 2025. Foto: Imago / Omar Ashtawy

Guerra e profitti. L’Onu denuncia il sistema alla base del genocidio a Gaza

Il dossier delle Nazioni Unite, a cura della relatrice Francesca Albanese, documenta come l'economia israeliana prosperi sulla distruzione dei territori e dei civili. Insieme a molte aziende dei paesi occidentali, Italia compresa
4 Luglio, 2025
3 minuti di lettura

«Mentre i leader politici e i governi si sottraggono ai loro obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana fondata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, oggi, sul genocidio». A rivelarlo è il rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, presentato da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, in occasione della 59ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu.

Capitalismo sotto accusa

Secondo il rapporto, la responsabilità non ricade soltanto sul governo di Benjamin Netanyahu: anche il settore privato – in particolare a partire dal 1967 – ha alimentato quello che viene definito «capitalismo coloniale razziale», contribuendo allo sterminio del popolo palestinese e alla sistematica violazione dei diritti umani. Complici del genocidio, secondo l’analisi, sono in particolare i produttori di armi, le aziende tecnologiche, le imprese edili e di costruzione, le industrie estrattive e dei servizi, le banche, i fondi pensione, le assicurazioni, le università e le associazioni di beneficenza.

Chi supporta le violazioni

Si tratta, in molti casi, di multinazionali con legami oscuri alle proprie filiali, che hanno favorito la violazione del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, l’annessione del territorio palestinese e l’occupazione illegale, incentivando la militarizzazione e creando così le condizioni per la pulizia etnica. Anche le università, centri di crescita non solo intellettuale ma anche di potere, hanno sostenuto l’ideologia politica alla base della colonizzazione e, sotto la maschera della presunta neutralità accademica, hanno coperto la cancellazione del popolo palestinese. Numerosi partner internazionali, inoltre, forniscono armi e supporto tecnico.

Anche l’F-35 fra le dotazioni

Israele beneficia attualmente del più grande programma di approvvigionamento di armi mai realizzato: «Il caccia F-35, guidato dalla statunitense Lockheed Martin, insieme ad almeno altre 1.650 aziende, tra cui l’italiana Leonardo spa e otto Stati. Componenti e parti costruite a livello globale contribuiscono alla flotta israeliana di F-35, che Israele personalizza e mantiene in collaborazione con Lockheed Martin e aziende nazionali».

Attivi miliardari

Nel rapporto si legge: «Dopo l’ottobre 2023, gli F-35 e gli F-16 sono stati parte integrante dell’equipaggiamento di Israele, dotato di una potenza aerea senza precedenti, che ha sganciato, secondo le stime, 85.000 tonnellate di bombe, in gran parte non guidate, causando la morte e il ferimento di oltre 179.411 palestinesi e la cancellazione di Gaza». Le aziende israeliane, come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries, hanno realizzato un profitto di 46 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2024, tra i più alti pro capite al mondo.

Sorveglianza e spionaggio

Il piano di occupazione israeliano si avvale anche di tecnologie e sistemi di sorveglianza di massa e spionaggio — come lo spyware Pegasus — che hanno permesso il controllo di giornalisti, attivisti palestinesi e difensori dei diritti umani, anche europei. Nso Group, IBM e Microsoft hanno supportato il controllo carcerario e le forze di polizia. Con l’aumento vertiginoso dei dati da gestire nel cloud, «nel 2021 Israele ha assegnato ad Alphabet Inc. (Google) e Amazon.com Inc. un contratto da 1,2 miliardi di dollari — il Progetto Nimbus — finanziato in gran parte dal Ministero della Difesa».

Tecnologie civili in campo

Al servizio dell’occupazione militare e a sostegno dello sradicamento dei palestinesi dalle loro terre vi sono anche tecnologie civili: da anni aziende come Caterpillar, HD Hyundai, Doosan e Volvo forniscono a Israele macchinari pesanti utilizzati per distruggere tutte le infrastrutture essenziali alla vita e alla convivenza delle popolazioni. «Dall’ottobre 2023, è stato documentato che le attrezzature Caterpillar sono state impiegate per demolizioni di massa — tra cui case, moschee e infrastrutture vitali — e per saccheggiare ospedali e seppellire vivi i feriti palestinesi. Nel 2025, Caterpillar ha siglato un altro contratto multimilionario con Israele».

Commercio mascherato

Se da una parte l’industria delle armi continua ad alimentare i flussi di capitali, dall’altra ai palestinesi è stato sottratto tutto, attraverso un piano strategico che si perpetua dal 1967. Dal 9 ottobre 2023, a Gaza mancano acqua, cibo, elettricità e carburante. Mekorot, monopolio israeliano, fornisce acqua a prezzi elevati e con frequenti interruzioni: il 97% dell’acqua di Gaza non è potabile.

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La distribuzione dei prodotti alimentari è nelle mani delle aziende Tnuva e Netafim, che hanno sfruttato le terre palestinesi. «Prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso grandi distributori, spesso senza alcun controllo. Per evitare crescenti critiche, le aziende mascherano l’origine con etichette fuorvianti».

Colonie d’oro

Giganti della logistica globale come A.P. Moller – Maersk A/S sono parte integrante di questo sistema. Le colonie sono anche fonte di ricchezza per il turismo promosso da Booking.com e Airbnb. Banche (BNP Paribas, Barclays), compagnie assicurative (Allianz e Axa) e società di investimento (BlackRock e Vanguard) convogliano miliardi di dollari in titoli di Stato e in società direttamente coinvolte nell’occupazione israeliana e nel genocidio.

La richiesta dell’Onu

La relatrice speciale Francesca Albanese chiede agli Stati membri di imporre un embargo totale sulle armi israeliane, di sospendere tutti gli accordi commerciali e le relazioni di investimento e di adottare sanzioni. Le Nazioni Unite sono chiamate a rispettare la Corte Internazionale di Giustizia. La Corte Penale Internazionale e le magistrature nazionali devono indagare e perseguire dirigenti aziendali per il loro crimini internazionali e nel riciclaggio dei proventi derivanti da tali crimini. Conclude così Albanese:

«Le atrocità osservate richiedono urgente responsabilità e giustizia, che esigono azioni diplomatiche, economiche e legali contro chi ha tratto profitto da un’economia di occupazione divenuta genocida. Ciò che accadrà dipende da tutti».

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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