Quando la lingua è ponte, focolare, capacità di dipanare il mondo? E quando invece muro invalicabile, nemico da combattere ogni giorno per la propria sopravvivenza? Scriveva Elias Canetti, in un saggio su Kraus ne La coscienza delle parole: «Compresi che gli uomini si parlano, sì, l’un l’altro, però non si capiscono; che le loro parole sono colpi che rimbalzano sulle parole altrui; che non vi è illusione più grande della convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione fra gli uomini».
Le sfide della comprensione
In un intenso fine settimana teatrale, le sfide della lingua e della comprensione reciproca, il limite sottile fra verità e menzogna, il disagio lacerante di coloro che, strappati alla propria terra, sono costretti a misurarsi in primo luogo con la lingua “altra”, estranea ed estraniante del paese che li ospita (e non sempre li accoglie) sono stati i grandi temi di due grandissimi spettacoli, entrambi nel cartellone di Roma Europa Festival 2025, in collaborazione con il Teatro di Roma e il Piccolo Teatro di Milano.
1. CAROLINE GUIELA NGUYEN E LA FIABA DI VALENTINA
Al Teatro Argentina è approdato Valentina, il nuovo, prezioso lavoro dell’acclamata regista Caroline Guiela Nguyen, autrice multietnica (è figlia di madre vietnamita-indiana e di un padre “pied noir” sefardita) e direttrice del Teatro di Strasburgo, che porta in teatro tematiche legate alla memoria e all’identità che sempre includono, nel racconto collettivo, le voci di chi voce non ha, dai detenuti ai migranti, per confermare il luogo-teatro come spazio di ospitalità, riflessione e scambio culturale.

Il dolore e la lingua “altra”
In un vasto lavoro con l’associazione Migration Santé Alsace e in particolare con i molti interpreti che le hanno raccontato lo strazio di recapitare “brutte notizie” (un obbligo di rimpatrio, una malattia, la morte di un parente lontano…), Guiela Nguyen si è concentrata sulla comunità rumena per imbastire una fiaba, la storia di un miracolo che parla di cuore, di cura, di verità e di bugie, dell’amore sconsiderato dei bambini.
Uno spettacolo essenziale rispetto ai grandi lavori corali come Saigon e Fraternité, giocato sul doppio registro della recitazione spontanea delle tre giovanissime interpreti che si alternano durante le repliche, come peraltro le attrici non professioniste che danno corpo alla Mamma, mediate dallo sguardo di una telecamera che riprende e proietta su uno schermo primi piani e dettagli.
Favola amara ai margini di Bucarest
E comincia proprio con “C’era una volta, ai margini di un bosco fuori Bucarest” questa favola amara dedicata alla piccola Valentina, figlia di nove anni di una donna gravemente malata di cuore che per curarsi si trasferisce in Francia, lasciando a casa il papà violinista e tutto quello che era noto. Ma mentre Valentina a scuola impara rapidamente la nuova lingua, la mamma combatte la guerra ingiusta di chi deve affrontare medici frettolosi e l’assenza di qualcuno che l’aiuti a decifrare, con le parole nuove, la condanna di un cuore sempre più danneggiato. È costretta a chiedere proprio a Valentina di farle da interprete: «Traduci le parole, ma non immaginarle mai», si raccomanda, cercando di proteggerla.

Ma le parole trasformano l’infanzia della bambina in un fardello, in una montagna di vetro di non-verità insensate, in un gesto di responsabilità estrema che solo il lieto fine delle fiabe può rovesciare di segno.
2. AGOTA KRISTOF, L’ESILIO E LA LINGUA PERDUTA
Peraltro “analfabeta” si descrive Agota Kristòf nel racconto autobiografico (edito in Italia da Casagrande) che la vede arrivare a Neuchâtel, in Svizzera, dopo la fuga dall’Ungheria con il marito e la figlia neonata in seguito all’invasione dell’Armata Rossa. A Kristof tornano con L’analfabeta Chiara Lagani (dramaturg) e Luigi Noah De Angelis (regia, scene e video) di Fanny e Alexander che con Federica Fracassi ci consegnano un ulteriore capitolo dell’intenso omaggio alla scrittrice ungherese dopo la premiatissima Trilogia della città di K.

La fabbrica dell’anima
Fracassi è sola in scena, dietro un velatino che è ombra, squarci, schermo, in un continuo apparire di ricordi, personaggi, alter ego e voci, in una prova d’attrice che giustamente Laura Palmieri ha definito “negromantica”. Fracassi “è” Agota Kristòf nella voce, negli accenti, nella postura, nella fisionomia. La incarna dal vivo dietro il tulle, seduta ad assemblare gli orologi della fabbrica che le dà lavoro, con un monocolo-telecamera che ne proietta sullo schermo i gesti maniacali e millimetrici; ma anche la moltiplica nei volti dei suoi fantasmi e nelle immagini della vita, passata ed interiore, in un raddoppio che stratifica i piani, le emozioni, il tempo, i silenzi e trasforma la scenografia in una fabbrica dell’anima, scandita dal ticchettio onnipresente e quasi cardiaco degli orologi.
Il silenzio di chi non comprende
L’infanzia felice nel villaggio, figlia del maestro del paese, la povertà del dopoguerra, la solitudine del collegio e infine la vita in esilio dove Agota è immersa nel silenzio di chi non comprende, nell’angoscia di chi vive l’isolamento linguistico, culturale, sociale, affettivo. Perché da bambina precoce che imparò a leggere a soli quattro anni, Kristòf è adesso senza parole. Scrive: «In principio era la lingua. E la lingua era una sola. Oggetti, cose, sentimenti, colori, sogni, lettere, libri, giornali, erano la lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire. Perché mai avrebbe dovuto farlo? Per quale motivo?».

La sfida della poesia
Eppure, proprio la fabbrica, scopre, è il posto migliore per scrivere poesie perché “le macchine hanno ritmo come le parole”. Le annota su un foglio, mentre si affacciano alla mente nelle lunghe ore da operaia, nella sfida portata avanti per tutta la vita, quella di chi non è madrelingua ma prova, attraverso la lingua che il caso le ha imposto, a non affondare, a testimoniare.
Le parole come resistenza
L’analfabeta, che abbiamo visto in prima assoluta al Teatro Vascello di Roma, è uno spettacolo compiuto, teso e impeccabile che offre un’ennesima possibilità di riflettere, attraverso la vita e le opere di Kristof, sui conflitti atroci di questo presente, sugli abbandoni forzati della propria terra e lo sradicamento di chi deve uccidere, insieme al proprio passato, anche le parole e la lingua.

Sarà a Milano (da stasera al 2 novembre) e poi a Genova, Trento e Bologna, tra le molte città della tournée: non ve lo fate sfuggire.


















