L’anno scorso un festival per festeggiare il centenario della nascita. Quest’anno, proprio il 28 giugno, sempre nel borgo siciliano di Trappeto (Pa) che fu il centro della sua opera sociale ed educativa, durante la seconda edizione di “Palpitare di nessi” vedrà la luce un suo piccolo libro che si credeva perduto: L’ascesa della felicità, pubblicato da Nicola Macaione per Spazio Cultura Edizioni di Palermo, grazie a Giorgio Carlo Schultze, Barbara De Luca e Augusto Vetrallini. Danilo Dolci aveva solo 24 anni quando lo scrisse, si pagava gli studi di architettura insegnando alle scuole serali di Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, e cercò di affrontare insieme ai suoi studenti operai – reciprocamente maieutico già allora – la domanda cruciale di tutta la vita:

«Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?».
Il Ghandi di Sicilia
Per rispondere lesse e interrogò decine di pensatori, da Marco Aurelio a Epitteto, da Pietro Verri a Bertrand Russell, da Ramakrishna al Bhagavad Gita e ne scrisse in un libretto uscito nel 1948 e la cui ultima copia fu fortunosamente salvata dall’alluvione di Firenze. Si torna a parlare di Danilo Dolci, per fortuna. Il poeta, educatore e attivista, il “Gandhi di Sicilia” che seminò tra i diseredati del dopoguerra l’educazione alla interculturalità e alla pace, la lotta nonviolenta contro le mafie e la corruzione, la speranza di un cambiamento culturale e politico contro la povertà e l’asservimento.

Ripartire dal Borgo
E di Danilo Dolci si parlerà a lungo perché procede spedito il progetto di riportare in vita quel “Borgo di Dio” che Dolci creò nel 1968 come Centro di Studi internazionale e che la sua morte improvvisa, nel 1997, aveva condannato all’abbandono. Ad orchestrare i lavori, una che di direzione se ne intende: Daniela Dolci, quinta e ultima figlia di Vincenzina Mangano e Danilo Dolci, da quarant’anni di stanza a Basilea come affermata clavicembalista e direttrice dell’orchestra barocca “Musica Fiorita”. Daniela è oggi presidente della società “Borgo Danilo Dolci”, presto affiancata da una Fondazione, che dal 2022 intende riportare a Trappeto, il piccolo centro fra Palermo e Trapani dove Dolci si stabilì negli anni Cinquanta, il suo pensiero e la sua luce.
Accanto a lei, un consiglio direttivo svizzero della società Danilo Dolci – Gesellschaft e membri onorari come Carla Del Ponte, Giancarlo Caselli, don Ciotti, Ueli Mäder, Moni Ovadia e Roberto Saviano.

Daniela Dolci, è una scelta radicale e difficile quella di lasciare la musica per dedicarsi completamente al progetto. Come è successo?
Vivo a Basilea ma sono nata in Sicilia, le mie radici sono lì e le radici sono l’etica della struttura umana. Proprio grazie ai tanti impulsi verso i fenomeni socio-culturali che ho ricevuto dai miei genitori, ho sempre pensato alla musica come ad un linguaggio universale capace di affinare l’ascolto, di mediare tra l’intelletto e il cuore. Sicuramente questa lunga pausa segnerà la fine della mia carriera da solista, ma la musica tornerà.
Il progetto è nato durante il Covid. Mentre le tournée e i concerti erano fermi, ho avuto modo di riflettere sui miei desideri. In Sicilia il Borgo di Dio, che è stato ribattezzato “Borgo Danilo Dolci”, era in condizioni pietose. Una prima ristrutturazione parziale avviata nel 2014 non era andata veramente a buon fine ed erano ripresi la distruzione e gli atti vandalici. Bisognava occuparsene in prima persona. Così ho consultato i fratelli e mio marito e mi sono decisa al grande passo.
Che tempi prevedete? Con quali fondi?
Abbiamo un progetto decennale e in questi primi tre anni mi sono occupata di carte catastali, amministrazione, contatti. Vado a Trappeto una volta, spesso due volte al mese e quando sono a Basilea cerco fondi e pianifico. Finalmente la ristrutturazione è in mano a una cooperativa edile pulita del territorio, che aveva già lavorato per la ricostruzione dei paesi terremotati del Belice negli anni Sessanta. Tutti i materiali sono sostenibili e locali. Abbiamo rimesso in sicurezza il tetto della mensa, la foresteria e alcuni alloggi, la casa di Danilo. La Fondazione ci permetterà di accedere ai bandi europei e di procedere ai lavori per ristrutturare le tre sale delle riunioni, l’auditorium da 300 posti e la casa di Danilo che diventerà archivio e Museo per la Pace.

Come sognate il Borgo Danilo Dolci, con quali iniziative? Quali novità?
L’idea iniziale era così geniale che difficilmente potevamo superarla, si tratta solo di aggiornarla ai nostri tempi. Il Centro Studi nacque già allora come un progetto modernissimo che diede a noi figli di Danilo la possibilità di vivere anni intensi e molto formativi. Siamo cresciuti a contatto con studiosi di architettura e territorio, filosofia e sociologia, educazione alla pace e alla nonviolenza e artisti internazionali di altissimo livello. Riporteremo in vita il dialogo tra le discipline che mio padre ha sempre sostenuto. Abbiamo parlato con tantissimi docenti e preso contatti con RuniPace, la rete delle università italiane per la pace per costruire progetti concreti: convegni di dottorandi, master in educazione alla pace, occasioni di dialogo e di confronto. Porteremo artigianato, arte, architettura, integrazione del territorio… Intanto è partita l’Università popolare, con trenta adulti che frequentano i corsi settimanali.

Il Borgo voleva essere sin dalla fondazione un luogo di incontro internazionale, ma anche una risorsa per gli abitanti di Trappeto e del territorio. E’ ancora così?
Più che mai. E nel segno educativo di Danilo, soprattutto rispetto ai giovani. Nel maggio 2023, mia sorella Libera mi disse che erano tornati i vandali: avevano distrutto tutte le porte, rubato mobilia, un disastro. In paese sapevano chi era stato, due bande di ragazzini rivali che si aizzavano a vicenda e dimostravano la loro forza con atti di distruzione. Noi organizzammo un primo incontro, sottolineando che non volevamo punirli o denunciarli, ma sapere perché fossero così così violenti. Inizialmente vennero in tre, avevano fra i 13 e i 16 anni e parlammo loro del Borgo, di quanto stessimo facendo perché diventasse anche la casa dei loro progetti, nella libertà di ciascuno e nel rispetto reciproco. Continuammo a tenere aperto il dialogo e pian piano arrivarono venti ragazzi. Oggi sono sessanta, tra bambini e adolescenti, e collaborano con i volontari ai programmi ludico-ricreativi.
Mentre il mondo si riarma, la filosofia e l’attivismo di pace di Danilo Dolci sembrano fari nella tempesta. Quali tra i suoi molti messaggi senti particolarmente attuale?
La partecipazione dal basso è il fondamento di ogni democrazia. Il coinvolgimento attivo, puntando proprio sui ragazzi che sono i primi a dare il meglio quando si sentono presi sul serio. Dobbiamo dar loro voglia e fiducia di poter e voler cambiare qualcosa, di non bruciare la propria vita e la Terra che è la nostra casa. Esperienze belle come il Borgo possono rivitalizzare il loro entusiasmo.
Certamente, oggi che il mondo va nella direzione che vediamo, il pensiero di Danilo Dolci è quanto mai attuale, non passa giorno che non legga articoli su di lui, con scuole e iniziative legate al suo nome.
Se a noi Dolci ha lasciato libri, scioperi al contrario, marce e digiuni, per te e per i tuoi fratelli che padre è stato Danilo?
Mia madre era siciliana, la nonna paterna slovena e la bisnonna tedesca. La nostra educazione è stata lo specchio di queste correnti. Dovevamo sempre dare il meglio di noi, impegnarci al massimo, studiare tantissimo, anche da molto piccoli, ma poi c’era anche spazio per lo svago, il mare, il gioco, tanti momenti di vita primordiale e bellissima. Sono stata per venti anni la presidente del comitato svizzero “Förderung des Werkes von Danilo Dolci” che per 50 anni aveva sostenuto il lavoro del Centro Studi e Iniziative. Ho collaborato e lavorato con mio padre a lungo e ho vissuto tante situazioni indimenticabili. Ma voglio qui sottolineare che entrambi i miei genitori sono stati eccezionali. Vincenzina è stata il pilastro di tutto il lavoro di Danilo.

Vincenzina è stata una grande educatrice e il pilastro di tutto il suo lavoro. Sono felice che l’anno prossimo mia sorella Libera pubblicherà un libro finalmente dedicato a lei.


















