In occasione della terza edizione di Overground, festival diffuso e sostenibile di arti performative che unisce teatro, ricerca e impegno civile, promosso dalla Fondazione Roma Tre Teatro, Andrea Cosentino ha riportato in scena, venerdì 16 maggio al capitolino Teatro Palladium, il suo L’asino albino.
Epoche a confronto
Riflessione sul tempo che passa, lo spettacolo era nato nel 2003 all’interno del Rialto Sant’Ambrogio, uno dei centri culturali indipendenti più attivi degli anni Zero (nato negli spazi dello stabile dell’ex cinema Rialto, al Quirinale, poi trasferito negli spazi del complesso del Sant’Ambrogio, dietro il Portico D’Ottavia, è stato guidato dal 2004 fino alla chiusura da Graziano Graziani). Cosentino, tra gli ospiti del Festival, l’ha ripreso dopo 20 anni senza attualizzarlo, per misurare le distanze e le contiguità tra l’Italia berlusconiana e quella di oggi, occupata come è allora come adesso ad affrontare il collasso sociale e climatico.

Narrazione senza personaggio
La pièce ha segnato l’inizio dell’affermazione nella scena contemporanea per l’autore-attore (Premio Abu nel 2018), tra i protagonisti del teatro di narrazione, quella modalità teatrale ispirata alle grandi esperienze del monologo (a cominciare dal Mistero buffo di Dario Fo) e alle innovazioni provenienti da autori come Peter Brook e Thierry Salmon: in tanti iniziano a presentarsi sulla scena senza lo schermo del personaggio, ma anzi con la propria identità, per raccontare storie senza rappresentarle.
Viaggio all’Asinara
E un racconto – sospeso tra la comicità dei personaggi e i toni drammatici di rievocazione della vita nel penitenziario dell’Asinara, uno degli istituti di detenzione più controversi della storia italiana – è anche L’asino albino: Cosentino, utilizzando una serie di oggetti sparsi per la scena, entra ed esce dai vari turisti nell’isola sarda, dal romano in crisi d’astinenza perché non può fumare ai coniugi anglosassoni preoccupati dalle ustioni del sole.
Attraverso il potere immaginifico delle parole, la propria voce e i gesti, l’attore porta così il pubblico in quel piccolo lembo di terra nel Mediterraneo, che prima di supercarcere per brigatisti (dismesso nel 1998) è stata campo di concentramento e stazione per la quarantena, fino a diventare, nel 2002 parco nazionale, di cui simbolo resta il piccolo – e fragile – equino dal manto bianco.

Luoghi di controcultura
Durante la giornata di studi organizzata presso la facoltà del Dams di Roma Tre, il Rialto Sant’Ambrogio è stato solo uno dei tanti spazi, in diversi modi occupati, autogestiti, abitati da artisti, teatranti e performer vari: sotto la dicitura di Teatro negli spazi della controcultura (1989-2020) si sono alternati interventi critici di studiose e studiosi su temi legati al teatro nato nei luoghi di resistenza culturale in Italia e in Europa a momenti di dialogo tra protagonisti della scena e studenti.
Memorie di spazi attivi
Gli interventi hanno rappresentato l’opportunità per ripercorrere esperienze artistiche concluse come la Kunsthaus Tacheles, celeberrimo centro sociale e di controcultura di Berlino occupato nel 1990 e sgombrato definitivamente nel 2012, o le Fucine Meridionali nate in un capannone industriale nelle vicinanze del Policlinico di Bari nel 1994.
E ancora per ricordare le attività del centro sociale Strike fino alla gestione del Teatro Furio Camillo (attraverso i racconti di Bartolini/Baronio, formazione artistica romana nata nel 2009 dal sodalizio artistico tra Tamara Bartolini e Michele Baronio che hanno condiviso dieci anni di lavoro all’interno della compagnia Triangolo Scaleno Teatro, diretta da Roberta Nicolai), ma anche spazi ancora in piena attività come il romano Spin Time, un palazzo ex sede Inpdap di 10 piani e 20mila metri quadrati in via Santa Croce in Gerusalemme occupato nell’ottobre del 2013 da parte del movimento per il diritto all’abitare Action, in cui oggi vivono circa 450 persone di 24 diverse etnie e nel cui Auditorium è ospitata una vera e propria stagione teatrale.

Il senso del teatro
Fra i contributi, non si possono non menzionare quelli del critico Goffredo Fofi, che dopo una veloce carrellata di quello che è avvenuto nel panorama culturale italiano dal dopoguerra agli anni Duemila, ha sottolineato come «l’utopia altro non sia se non un mondo dove cantiamo e balliamo dalla mattina alla sera»; e dello storico del teatro Raimondo Guarino che nel suo discorso sulla rilevanza politica dell’atto performativo ha concluso citando Fabrizio Cruciani: «Il senso del teatro è la manipolazione dell’ambiente».
Protocollo sostenibile
Overground, che si è svolto dal 16 al 18 maggio, si è posto anche quest’anno l’obiettivo di un basso impatto ambientale, realizzato in maniera ecosostenibile, rispettando il protocollo sulla sostenibilità degli eventi stilato nell’ambito dei progetti Metamorfosi e R.e.t.e – Riuso, Ecologia, Tecnologia, Empowerment nella gestione sostenibile degli eventi di spettacolo.



















