Un orso bruno delle Alpi di profilo dietro un tronco
Un orso bruno delle Alpi, Foto: Mauritius images

Convivere con il selvatico. Cosa insegna il dibattito sugli orsi in Trentino

L’evoluzione del quadro giuridico a favore degli abbattimenti, le implicazioni culturali che fanno percepire l'animale come mostro. E una prospettiva etica che guarda verso un nuovo paradigma. Una conversazione con l’avvocato Paolo Emilio Letrari
30 Giugno, 2025
9 minuti di lettura

Il dibattito sulla convivenza con gli orsi in Trentino ha assunto, negli ultimi anni, toni di forte esasperazione, che allontanano da una lettura scientifica del fenomeno e producono effetti negativi sia sulla conservazione della specie, sia sulla prevenzione dei rischi. Lo scorso aprile, inoltre, un richiamo della Commissione Europea rivolto all’Italia e alla Provincia Autonoma di Trento, ha ribadito la necessità di rafforzare gli sforzi per la coesistenza, nel rispetto della Direttiva Habitat.

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Per ripercorrere insieme i nodi fondamentali di questa problematica, che chiama in causa profondi retaggi culturali e racconta molto del nostro rapporto con l’alterità e con la dimensione del selvatico, abbiamo incontrato l’avvocato Paolo Emilio Letrari, Responsabile Grandi Carnivori di Lndc Animal Protection.

Convivere con il selvatico.: Paolo Emilio Letrari
Foto:Paolo Emilio Letrari

Ne è conseguita una conversazione che pubblichiamo in versione integrale nel rispetto della complessità di un argomento che trova di rado il giusto spazio sui media o resta sepolto dalle narrazioni di cronaca.

Avvocato Letrari, sono passati quasi trent’anni dal lancio del progetto Life Ursus, che ha reintrodotto gli orsi in Trentino. Cosa è cambiato, da allora, nell’approccio alle politiche di conservazione?

Life Ursus prendeva vita in una fase di particolare ottimismo: i suoi valori e quelli della Direttiva Habitat, approvata dalla Commissione Europea nel 1992, costituiscono ancora oggi un grande esempio di sensibilità ambientale. Il Trentino divenne capofila nel ripopolamento delle Alpi, importante per l’ecosistema montano e la biodiversità, poiché l’orso è un dispersore di semi e un impollinatore chiave. Oggi assistiamo a una svolta ideologica: l’orso è diventato un nemico.

Come ha influito su questo scenario l’approvazione della legge provinciale numero 9 del 2018, che ha trasferito alla Provincia autonoma di Trento la gestione della fauna selvatica?

Nel 2018, affidando direttamente al Presidente della Provincia Autonoma di Trento la competenza all’adottare le misure in deroga ai vincoli imposti dalla Direttiva Habitat europea, si è modificato l’equilibrio di poteri. Prima di allora, il Presidente poteva procedere con la cattura e l’abbattimento degli orsi solo sfruttando un potere residuale, ovvero affidandosi a ordinanze contingibili e urgenti per la tutela della pubblica incolumità. La competenza a adottare le deroghe spettava in ogni caso al Ministro dell’Ambiente e occorreva passare per il parere dell’Ispra prima di procedere. Per questa ragione i provvedimenti extra ordinem del Presidente della Provincia Autonoma di Trento potevano essere impugnati contestando le motivazioni a supporto e, in particolare, il sussistere di reali motivi di urgenza.

La gestione provinciale si è dimostrata efficace nel supportare gli obiettivi di conservazione e prevenire i rischi?

La sentenza del Consiglio di Stato numero 9132/2024 relativa al caso dell’orsa F36, uccisa dai bracconieri ma oggetto di un precedente decreto di abbattimento del presidente della Provincia, ha ribadito come nelle sue scelte l’amministrazione non debba farsi condizionare dallo stato di accettazione sociale dell’animale – cosa che, purtroppo, abbiamo visto accadere. Lo stato di accettazione sociale è spesso influenzato da una gestione inefficace e, se il problema si aggrava, i cittadini chiedono soluzioni rapide. In queste condizioni, è facile che il discorso conservazionista passi in secondo piano e che anche la prevenzione ne risenta. Prendiamo, ad esempio, un dato frequentemente riportato nel Rapporto Grandi Carnivori dal 2017, ovvero la presenza di un elevato numero di femmine riproduttive o con cuccioli in un’area specifica, particolarmente antropizzata. Ricollocare alcune orse rappresenterebbe la soluzione migliore per ridurre il rischio di incidenti.

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Ma aver creato un clima di terrore ha azzerato la disponibilità di altre aree ad accogliere questi esemplari. Nel 2018 il governo aveva impugnato l’articolo 1 della Legge provinciale numero 9, sollevando proprio questo tema: come si può prevedere che la gestione di un bene che ha valore addirittura sovranazionale, in quanto regolato da una norma comunitaria, venga spostata nell’ambito di un potere locale, che, anche per la prossimità degli interessi coinvolti, potrebbe deviare dall’interesse collettivo? La Corte costituzionale nel 2019 ha ritenuto lecita la gestione provinciale, ma ha ribadito che essa deve agire nel rispetto dei limiti imposti dalle leggi comunitarie e nazionali.

Questo principio è stato rispettato?

La Legge provinciale numero 9 è stata più volte rimaneggiata per indebolire aspetti come la necessità del parere preventivo dell’Ispra per procedere a cattura e abbattimenti, l’analisi dei comportamenti per la valutazione dei rischi e la graduazione delle misure adottabili. Da ultimo, la valutazione incidentale dell’incidenza delle singole rimozioni sullo stato di conservazione della specie nel suo habitat naturale. Tutti elementi di tutela previsti nella Direttiva Habitat. Alcuni tentativi si sono svolti in contraddizione sia con il principio europeo di proporzionalità, sia con la nostra Costituzione, che dal 2022 riconosce nei suoi principi fondamentali anche la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli animali.

Puoi farci qualche esempio?

Una prima riforma del 2023 stabiliva che l’amministrazione potesse procedere con l’abbattimento di un esemplare al verificarsi di qualsiasi condizioni elencata nel “Pacobace” (Piano d’Azione Interregionale per la Conservazione dell’Orso Bruno sulle Alpi Centro-orientali, ndr), che è divenuto così una sorta di “Codice penale” dell’orso. Così configurata, la riforma violava il principio di proporzionalità, come ribadito anche dalla sentenza del Consiglio di Stato: bastava che l’orso “facesse l’orso”, perché si procedesse a eliminarlo. Alla provincia è stato dunque richiesto di dimostrare la non applicabilità di misure alternative all’abbattimento prima di optare per una misura così grave.

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Questo è il motivo per cui l’orsa JJ4 è stata catturata ma non abbattuta, ed è ancora rinchiusa a Casteller, dove però le condizioni ottimali per il benessere dell’animale non sono garantite (la questione è oggi alla Corte di Giustizia Europea). La legge numero 9 è stata comunque ulteriormente modificata nel 2024, prevedendo che, per assicurare l’incolumità pubblica, si possa procedere con gli abbattimenti anche in assenza di attacco con contatto fisico. Anche dei semplici avvistamenti potrebbero dunque portare all’uccisione dell’orso. È evidente che l’intento non sia di gestire o prevenire, bensì di ridurre il numero di esemplari.

Che cosa prevede il disegno di legge Failoni, entrato in vigore quest’anno?

Il via libera agli abbattimenti, in un numero massimo fissato annualmente sulla base di valutazioni tecnico scientifiche. Nel 2025 si potrà procedere con l’uccisione di otto esemplari, di cui fino a quattro “subadulti”, ovvero cuccioli o cuccioloni. Purtroppo, le valutazioni sullo stato di salute delle popolazioni di orsi attingono a dati di tre anni fa, come evidenziato all’interno dell’ultimo Rapporto Grandi Carnivori. La Direttiva Habitat stabilisce con chiarezza come provvedimenti simili possano essere attuati solo a patto di non incidere sullo stato di conservazione, ma come si può esserne certi utilizzando dati non aggiornati? Una sentenza della Corte di Giustizia Europea, inoltre, ha ribadito come la rimozione di un individuo di una specie protetta debba essere valutata caso per caso. Infine, si apre ulteriormente al fenomeno, sempre più diffuso, degli abbattimenti disposti ed eseguiti nel giro di poche ore, che rendono difficile se non impossibile opporsi. Il ricorso che stiamo portando avanti per il caso dell’orsa KJ1, vittima proprio di un provvedimento lampo, dovrebbe chiarire questi aspetti.

In appoggio alla nuova legge, si sente dire spesso che la popolazione degli orsi in Trentino è fuori controllo…

Il Rapporto Grandi Carnivori mostra un problema di ridotta variabilità genetica che rende gli individui della colonia fragili e meno riproduttivi e potrebbe portare a un rapido declino in pochi anni, salvo procedere con dei rinsanguamenti e dunque un ulteriore ripopolamento con nuovi esemplari. Il dato scientifico, dunque, evidenzia un rischio rilevante di estinzione.

Parliamo degli attacchi. Qual è l’approccio nel valutare le dinamiche degli incidenti?

Una sentenza storica del Consiglio di Stato, quella sull’orsa F36, ha riconosciuto che possono esistere delle cause concorrenti in caso di attacco, da ricercare anche nell’indagine sul comportamento umano: l’animale, sorpreso mentre dormiva, ha probabilmente reagito a quella che ha immaginato essere un’aggressione, per proteggere il cucciolo. Purtroppo, un’analisi dei fatti così accurata è quasi sempre trascurata, persino nei casi più drammatici.

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La causa intentata dalla famiglia di Andrea Papi, vittima dell’attacco dell’orsa JJ4 nell’Aprile del 2023, contro le amministrazioni locali, perché venissero valutate eventuali responsabilità penalmente rilevanti in termini di mancata prevenzione, conclusa lo scorso febbraio con un’archiviazione, contiene nella sentenza un’indicazione cruciale: a seguito della richiesta delle difese degli imputati – vale a dire il presidente della Pat e il sindaco di Caldes – di valutare le circostanze dell’incidente e le eventuali concause riferibili al comportamento della vittima, il giudice ha affermato che la ricostruzione di quanto avvenuto è insufficiente a stabilire l’effettiva dinamica del fatto. Ci si chiede, allora: perché fu ritenuta sufficiente, invece, per condannare JJ4? E se ci poniamo questo quesito per il caso più grave mai registrato, cosa si può dire dei casi più lievi? Trattiamo gli orsi come faremmo con dei criminali, eppure non riconosciamo loro il diritto a un’istruttoria di qualità.

Che ruolo hanno, in questa vicenda, visioni diverse sulla relazione essere umano-natura?

Accettare l’animale, innanzitutto, vuol dire accettare la nostra fragilità, riconoscere di non essere il centro dell’universo bensì un soggetto in relazione con esso. Dall’altra parte, c’è una retorica che promuove un modello da cartolina, che considera il bosco come l’estensione del giardino di casa. È l’immagine della montagna fortemente antropizzata: pascoli e piste da sci. Talmente radicata che gli episodi di bracconaggio in Trentino fanno sempre meno scalpore.

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Persino il Tar, esprimendosi sul caso dell’orso M90, ha affermato che l’articolo 9 della Costituzione non ha scalfito il principio antropocentrico e non deve indurre perciò a interpretare le norme in un senso che rispetti la vita animale, salvo successivi sviluppi giuridici. E questo nonostante la nostra Costituzione tratti separatamente il rispetto dell’ambiente dal rispetto degli animali, riconoscendo dunque a questi ultimi una loro dignità.

Il riconoscimento della dignità della vita animale è un argomento che trova spazio in tribunale?

È il fulcro di tutta la vicenda giuridica. Il riconoscimento dei diritti dell’orso discende dal riconoscimento di una sua soggettività. Se l’animale è concepito come una mera res, una cosa, come è stato definito nel Codice civile, allora non vale più di un oggetto inanimato. A partire dagli anni ’70, con lo sviluppo degli studi etologici, il nostro sentire collettivo sembrava essersi orientato verso la comprensione della vita animale nelle sue molte dimensioni. Oggi però la questione è stata banalizzata. Nessuno sta affermando che un orso con un profilo di pericolosità debba essere lasciato in natura o che debba essere sempre l’essere umano a farsi da parte. Occorre, però, riconoscere l’importanza di questi soggetti e i loro diritti, adoperandosi per prevenire e ridurre sia i rischi che le perdite. Questo era ampiamente previsto nelle prime misure a corollario del progetto Life Ursus. Misure che sono poi sparite con la revisione del “Pacobace” nel 2015 e le evoluzioni normative di cui abbiamo parlato.

Riconoscere l’orso come individuo significa umanizzarlo?

L’orso è parte della cultura europea ed è stato spesso assimilato alla figura umana. È un animale con una vita individuale ben marcata, incarna uno spirito di indipendenza, forza e furbizia spesso ammirato o temuto. Ogni orso attenzionato negli ultimi anni è diventato un caso – pensiamo a Papillon, simbolo di libertà – e il dibattito si è sempre svolto tra chi nutriva un sentimento di identificazione e chi di terrore.

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L’orso è stato umanizzato, tuttavia, anche definendolo un soggetto “cattivo”, piuttosto che semplicemente nocivo. La sua condotta viene giudicata attraverso criteri che non tengono conto del suo profilo etologico, come se il comportamento da condannare fosse frutto di una devianza sociale. L’animale diventa l’altro, il diverso, il mostro che si nasconde nell’ombra e va scovato e ucciso.

Questo ci dice qualcosa, più in generale, del nostro rapporto con la diversità?

Oggi è facile osservare una difficoltà diffusa nel compiere uno sforzo empatico. Il desiderio di abbracciare la complessità è diminuito a favore dell’intolleranza. Il Trentino è un banco di prova: siamo passati dal consenso generale a favore degli orsi, a una narrazione che li dipinge come causa di tutti i mali. Si tratta, purtroppo, di una rivoluzione culturale interrotta sul più bello: la riforma della Costituzione, in armonia con l’Articolo 13 del Trattato dell’Unione, mirava al riconoscimento degli animali come esseri senzienti.

Come vede il futuro e perché è importante continuare a mobilitarsi per la tutela degli orsi?

Nell’enciclica Laudato si’… papa Francesco invitava a farsi custodi del Creato, rigettando la tradizione che ci vorrebbe “signori”. Qui l’etica civile e quella laica possono convergere per costruire un mondo basato su valori migliorativi. Nel 1857, negli Stati Uniti, ancora si dibatteva sulla possibilità per uno schiavo liberato di essere considerato un cittadino anche in quegli stati dove la schiavitù non era ancora stata abolita. Una sentenza decretò che la costituzione era stata disegnata per i diritti dei bianchi e non di altri soggetti, considerati inferiori. Di lì a tre anni, la legge sarebbe stata modificata per garantire diritti universali. Per me, è un caso significativo.

Prima o poi i nodi vengono al pettine. E io credo che l’estensione dei diritti non sia mai un errore: sono i privilegi a impoverire la collettività.

Mielizia

Saperenetwork è...

Anna Stella Dolcetti Menenti Savelli
Anna Stella Dolcetti Menenti Savelli
Laureata in Lingue e Culture Orientali presso La Sapienza di Roma e specializzatasi in Management Internazionale alla Luiss, si è formata nelle materie dello sviluppo sostenibile, della finanza verde e della gestione delle risorse naturali presso l’Imperial College di Londra, lo Jrc della Commissione Europea, l’Unitar, l’Eiss e l’università Lumsa. Impegnata nello studio e nella ricerca sui modelli economici sostenibili presso la University of Sussex nel Regno Unito, ha ottenuto riconoscimenti in competizioni internazionali dedicate alle nuove tecnologie e alle loro applicazioni per la sostenibilità, ha lavorato in grandi gruppi multinazionali del settore farmaceutico e, dal 2018, collabora con diverse realtà editoriali nella creazione di percorsi di formazione, articoli e approfondimenti su cultura, economia e ambiente.
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