Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre, Israele e Hamas hanno firmato l’accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto armato. Donald Trump ha annunciato ufficialmente la notizia su Truth Social: «Hanno entrambi firmato la prima fase del nostro piano di pace. Credo che gli ostaggi torneranno lunedì e che saranno restituiti anche i corpi di coloro che sono morti. Israele ritirerà le proprie truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una pace forte, duratura e permanente».
Festeggiamenti e attacchi aerei
La decisione, maturata nelle ultime ore, è stata confermata anche da un messaggio del Segretario di Stato Marco Rubio, consegnato durante un evento sulla sicurezza alla Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti ha ringraziato, poi, il Qatar, l’Egitto e la Turchia per l’impegno nella mediazione.
E se da una parte alcuni video mostrano i festeggiamenti dei palestinesi nelle strade, altri spostano l’attenzione sugli aerei israeliani che continuano a colpire la Striscia di Gaza.
Ostaggi a casa e disarmo di Hamas
Secondo quanto previsto dal “piano di pace” in questa prima fase, in cambio del rilascio degli ostaggi, Israele dovrebbe liberare 1.950 prigionieri palestinesi: 250 condannati all’ergastolo e altri 1.700 arrestati dall’inizio della guerra. Restano però da chiarire diversi punti fondamentali per una reale fine del conflitto, a partire dalla volontà israeliana di porre termine alla guerra solo dopo il disarmo completo di Hamas. Non sarà quindi sufficiente la sola liberazione dei prigionieri.
Il ritiro dell’occupazione e chi governerà dopo
Hamas, dal canto suo, ha precisato che la cessazione delle ostilità dipenderà anche dall’ingresso degli aiuti umanitari e dal ritiro dell’occupazione israeliana. L’organizzazione militare islamista ha ribadito: «non abbandoneremo i diritti nazionali del nostro popolo: raggiungere la libertà, l’indipendenza e l’autodeterminazione».
Durante i colloqui in Egitto, Hamas aveva già rifiutato l’ipotesi di affidare la gestione della Striscia a un comitato di transizione internazionale, pur accettando di consegnare le armi a un comitato misto egiziano-palestinese. Ha inoltre espresso apertura a una collaborazione con l’Autorità Nazionale Palestinese, ma ha respinto l’idea di affidare a Tony Blair il ruolo di governatore di Gaza.
Reazioni dall’estrema destra al governo
Dal fronte israeliano, all’interno del governo di Benjamin Netanyahu permangono forti divisioni. In particolare, il ministro dell’Economia, Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra, ha dichiarato la propria opposizione all’accordo di cessate il fuoco: «C’è un’immensa paura per le conseguenze dello svuotamento delle prigioni e del rilascio della prossima generazione di leader terroristi, che faranno di tutto per continuare a versare fiumi di sangue ebraico».
La pace vista da Ben-Gvir
Anche il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha espresso dissenso, alimentando le tensioni con una visita alla Spianata delle Moschee, luogo sacro per le tre religioni abramitiche. Da lì ha affermato: «Ogni casa di Gaza ha un’immagine del Monte del Tempio, e oggi, due anni dopo, stiamo vincendo sul Monte del Tempio. Noi siamo i padroni del Monte del Tempio». E ha aggiunto: «Prego soltanto che il nostro primo ministro consenta anche una vittoria completa a Gaza: distruggere Hamas, riportare a casa gli ostaggi e ottenere una vittoria totale». Un’iniziativa considerata una provocazione e una violazione degli accordi del 1967.
Una Palestina libera e il sostegno del mondo
Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, ha dichiarato che «gli ostaggi, grazie a Dio, torneranno tutti a casa». E così, mentre gran parte degli Stati europei e della comunità internazionale ha espresso sostegno all’intesa, resta aperta la questione del diritto internazionale.
Vale a dire il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e il rischio di un nuovo colonialismo nella regione.



















