A settanta miglia da Gaza, venti navi israeliane hanno affiancato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Per il governo italiano si tratta solo di un blocco. In realtà poco prima delle 20.00 di ieri abbiamo assistito all’arresto di diversi membri dell’equipaggio dell’Alma, tra cui l’eurodeputata francese Emma Fourreau.
Negli ultimi istanti della diretta video dalla Flotilla, al termine di una giornata lunghissima, abbiamo visto persone sedersi a terra, altre con le mani alzate, poi la connessione si è interrotta. Per gli attivisti si tratta di veri e propri sequestri di persona, perché le imbarcazioni navigano nelle acque internazionali. Per il ministro degli esteri israeliano quelle navi sarebbero «complici di Hamas». Intanto altre imbarcazioni, com’è possibile verificare tramite il sito che traccia il viaggio, continuano a navigare verso Gaza.
Clicca e guarda la posizione della Global Sumud Flotilla
E per questo quanti erano a bordo sono stati fermati e trasferiti in un porto israeliano.
Italia in piazza
Ma negli stessi minuti in cui è iniziato l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, da parte delle navi militari israeliane, sono scattate le proteste spontanee in Italia (come in altri paesi europei) a Napoli, Roma, Torino, al porto di Genova, con un obbiettivo preciso: bloccare tutto. Protestano i collettivi studenteschi di Cambiare Rotta a Milano, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, La Spezia, Livorno, Lodi, Siena, Pisa, Padova Trieste, Forlì. La Cgil e Usb hanno annunciato lo sciopero generale per l’intera giornata del 3 ottobre.
Ma cosa rischiano ora gli attivisti? «La legge prevede che entro 72 ore sia possibile espellerli; tuttavia, se si desidera arrestarli, è necessario portarli davanti al tribunale entro 96 ore», ha spiegato Hassan Jabareen, avvocato e fondatore del centro legale per i diritti dei Palestinesi “Adalah”, ai microfoni di Al Jazeera. Salvo avvertire che «questa volta non sappiamo cosa farà Israele».
Il nodo legale
Il legale ha poi aggiunto che alcuni attivisti potrebbero essere arrestati, pur osservando che Israele di solito opta per il rilascio immediato: «Se li arrestano e li detengono, si può arrivare a una situazione di stallo, perché la copertura mediatica continuerà finché saranno in custodia», ha precisato. E ancora: «Se li portate in tribunale, i media internazionali continueranno a coprire la notizia e riporteranno le argomentazioni legali a sostegno di tale decisione». Secondo Jabareen, la festività israeliana dello Yom Kippur potrebbe ritardare qualsiasi procedimento legale per gli attivisti detenuti.
Le risposte di Hamas
Nel frattempo, a poche ore dall’annuncio dalla Casa Bianca del Piano di Pace proposto da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, sono arrivate le prime risposte di Hamas tramite il canale saudita Al-Sharq. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma le fonti informate hanno rivelato che l’organizzazione militare palestinese chiede di apportare le modifiche al documento. In particolare, per Hamas non può essere accolta la proposta di istituire il “Board of Peace”, insieme ad altri membri e capi di Stato, tra cui Tony Blair, perché la Palestina è dei palestinesi. Non può essere accettato in altre parole un nuovo colonialismo.

Piano da correggere
Altre criticità riguarderebbero le clausole relative al disarmo, l’esilio della leadership e la necessità di ottenere garanzie per un ritiro completo dell’Idf. Dopo l’incontro a Doha con la Turchia, dello scorso 30 settembre e le pressioni del mondo arabo, i miliziani palestinesi hanno precisato che occorrono delle garanzie internazionali. Perciò non basteranno 72 ore, come ha chiesto Trump, per restituire tutti gli ostaggi: «Accettare il piano è un disastro, rifiutarlo è un altro; qui ci sono solo scelte amare, ma il piano è un piano di Netanyahu articolato da Trump», ha detto un funzionario a conoscenza delle deliberazioni di Hamas con altre fazioni. «Hamas è desideroso di porre fine alla guerra e al genocidio e risponderà nel modo che meglio tutela gli interessi superiori del popolo palestinese», ha aggiunto.
L’Idf nel frattempo avanza
L’Israel Defense Forces, dal canto suo, rende noto che è stato raggiunto il controllo operativo sul Corridoio Netzarim, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, e che adesso l’asse è stato chiuso sull’ingresso da sud. Questo impedisce ai cittadini di fare rientro a Gaza City. «Le truppe hanno agito per interrompere le capacità operative di Hamas nella zona», aggiunge l’esercito. Gli spostamenti verso sud da Gaza City sono ancora consentiti.
Bombe su Gaza City
Ma se da una parte si cerca il cessate il fuoco e la pace, dall’altra i carri armati a Gaza City non si fermano. I bombardamenti proseguono: 17 persone all’alba dell’1 ottobre sono morte in seguito agli attacchi avvenuti nella Striscia. Secondo Al Jazeera, due missili hanno colpito la scuola di al-Falah, trasformata in un rifugio per centinaia di sfollati nel quartiere di Zeitoun, a est di Gaza City, dove Israele ha esteso l’offensiva di terra affiancata da pesanti bombardamenti aerei.
L’allarme di Amnesty
Preoccupazioni, infine, arrivano da Amnesty International circa l’affermazione di Trump che garantirebbe il totale appoggio a Israele nella distruzione di Hamas qualora quest’ultimo non accettasse il piano proposto. Il genocidio nella Striscia di Gaza, fa notare l’ong per i diritti umani, è stato giustificato proprio con la necessità di eliminare Hamas. Tuttavia, nessuna decisione può svincolarsi dal diritto internazionale: questo vale per Hamas, per Israele e per gli Stati Uniti: «I primi passi immediati – ha dichiarato la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamar – devono essere un cessate il fuoco permanente, la revoca incondizionata del blocco illegale imposto da Israele per consentire la fornitura sicura e senza ostacoli di aiuti salvavita, e la liberazione incondizionata degli ostaggi nelle mani di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi, così come delle persone detenute illegalmente da Israele».
Una catastrofe senza fine
La fine del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, insomma, non può essere subordinata, come prevede il piano Trump, all’accettazione o meno della proposta da parte di Hamas: «Sono state uccise oltre 65.000 persone palestinesi, centinaia di migliaia sono rimaste ferite e la popolazione della Striscia di Gaza continua a vacillare a causa del terribile impatto di sfollamenti, distruzione e fame in corso da quasi due anni». Il messaggio è chiaro:

«Questa catastrofe, architettata da Israele e resa possibile dal sostegno degli Stati Uniti, deve finire indipendentemente dal raggiungimento di un accordo».



















